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Libri / Madame Bovary

Madame Bovary

Per gli amanti di un certo tipo di letteratura, il nome di Delphine Delamare non dovrebbe suonare nuovo. Io, davanti al pubblico tutto, ammetto la mia ignoranza in merito. Non sapevo chi fosse questa donna. E probabilmente, come mia scusante assurda, credo che nemmeno lei abbia avuto l'onore di sapere quale grandissima opera letteraria avrebbe prodotto la sua vicenda personale.

Vissuta agli inizi del 1800, figlia di un agricoltore, sposò un uomo dopo la dipartita della sua prima moglie; da quel momento, resasi ben presto conto della pochezza offerta dalla vita coniugale, iniziò un processo evolutivo che la portò, negli anni, ad avere diversi amanti e a sperperare monete in virtù di una vità altrimenti noiosa, priva di stimoli e tremendamente provinciale. Morì suicida, a 26 anni, lanciando le basi per uno dei capolavori lettererai universalmente riconosciuti come tali (e il sottoscritto non fa eccezione): Madame Bovary.

Nel fittissimo carteggio che ci è pervenuto tra Gustave Flaubert e Louise Colet, sua amante, lo scrittore descrive la stesura dell'opera come un qualcosa di faticoso, difficile, in cui la sua ricerca letteraria lo porta sovente a cancellare e riscrivere intere pagine, nel caso in cui la scrittura non fosse piuttosto del tutto bloccata per settimane intere. Parlare di Madame Bovary era per lui difficile, al punto che arrivò a "confessare": "Madame Bovary sono io!" in un impeto di identificazione che ci rende subito simpatico uno scrittore che intendo approfondire quanto prima.

Effettivamente, l'esclamazione di Flaubert suona come una previsione tra le più azzeccate; ogni sognatore, ogni malinconico, ogni nostalgico, o più semplicemente ogni insoddisfatto cronico, potrebbe affermare con sicurezza di essere Madame Bovary. La signora è tratteggiata con quelle tinte forti che l'hanno consacrata all'immortalità, ed è un bene che sia sopravvisuta ai secoli proprio lei che, in un mondo di esaltazione degli eroi, dell'eroina non ha assolutamente nulla. Madame Bovary è stanca, disillusa, amareggiata, vittima di una vita che pare offrirle continuamente vie di fuga a quella realtà provinciale che la opprime e la spegne e che invece non fa che colpirla più duramente con sogni di carta che si sbriciolano in un niente. Sposata con un uomo che non ama e del quale più volte tesse giudizi negativi, la signora non apprezza, non gusta, non assapora, non si placa, in un'impetuosa ricerca di quel 'di più' che potrebbe finalmente, a suo dire, farle trovare la felicità. La cerca negli amanti, nelle compere più disparate, nei luoghi più difficilmente raggiungibili (e si sa che quello che non si vede lo si può sempre dipingere come bellissimo), nei sogni, nei libri che divora e di cui si immagina protagonista indiscussa.

La vita dei paesi in cui Madame Bovary vede passare la sua esistenza, è una vita obiettivamente povera; ma l'unica che riesce in qualche modo a coglierne l'assoluta mancanza di vitalità è proprio lei, al contrario dei vari personaggi che le gironzolano intorno (in primis Charles, il marito) che appaiono comunque soddisfatti delle loro giornate. Homais, il farmacista, è forse la figura meno incastonata nel complesso, e stona di note diverse da quelle di Emma. Il suo arrivismo, la sua foglia di fama, che verso la fine del romanzo esplodono con tutta la loro forza, appaiono come degne compagne della solitudine e della noia della Bovary. Léon e Rodolphe, i due amanti della signora, appaiono in un primo momento come i pilastri su cui una nuova vita è possibile, per poi sbriciolarsi in un mare di bugie e sotterfugi che portano Emma a sentirsi più sola, più stanca e sempre meno amata.

Emma è una sognatrice. E' questo che spaventa. E' questo che terrorizza. Emma siamo noi quando ci sorprendiamo a sognare una vita migliore, più ricca, più movimentata, lontana dalle abitudini e dalle solite cose quotidiane che la caratterizzano. Emma crede in un amore probabilmente esistito solo nei romanzi, Emma è la dimostrazione che non esistono epoche "migliori", ma soltanto epoche sbagliate.

"L'amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano dei cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell'abisso l'intero cuore."

Andiamo! Vi sfido a dire che non vorreste un amore così. Bene, Emma è la dimostrazione che questo amore non esiste; che l'amore in sé, probabilmente, è un concetto troppo mitizzato per poter avere attinenza con la realtà. Non c'è amore che valga la pena vivere, insomma; e siccome non si possono vivere amori teatrali, che non li si viva affatto. Ma la Bovary è anche una persona che tracima fiducia nel prossimo; che si affida ad ogni novità che possa essere capace di strapparla al mondo in cui si ritrova suo malgrado a vivere: "Rapiscimi, portami via, partiamo!" Emma si affida agli uomini come si affida ad una carrozza, ad un albero, ad un tappeto rifinito; tutto, tutto pur di non essere anonima. Tutto pur di essere felice. Ma, quasi banalmente, chi troppo vuole nulla stringe. E allora la signora inizia a scontrarsi con una realtà cattiva, infima, maligna, che spesso trama alle sue spalle e le sbatte in faccia le meschinità che lei aveva creduto alberi dalle mele d'oro ("Ma le critiche che rivolgiamo alle persone amate ce le allontanano sempre un po'."), fino ad arrivare a momenti di vero e proprio fanatismo religioso in cui Emma si rifugia convinta di poter così scappare da un mondo che la delude, che non è alla sua altezza e all'altezza dei suoi sogni. Tutto è misero, tutto è piccolo, tutto è stretto. L'esclamazione che più spesso ricorre, significativamente, è proprio: "Soffoco!", con la quale Emma scappa da tutte le situazioni e i confronti che la turbano.

L'epilogo di questo libro è quasi catartico. La morta purga. Asfalta. Rende uguali uomini banali e uomini straordinari. Totò ce lo ha spiegato benissimo. Tuttavia, risuonano nelle orecchie tutti i desideri che la protagonista dissemina nel racconto. Vien quasi da dispiacersi per tutto ciò che avrebbe voluto fare e che la vita le ha negato.

Personalmente, trovo Emma difficile da condannare. Nonostante la condotta di vita non proprio cristallina e la cecità che la colpisce (il marito, unico essere umano ad averla amata davvero, non si riscatta mai del tutto ai suoi occhi), la Bovary fa pena. Ispira solidarietà. Probabilmente, me ne rendo conto, solo a quelle menti predisposte alla grandezza che ogni giorno si scontrano invece con bollette e mutui da pagare. Abbiamo tutti pensato, almeno una volta nella vita, che avremmo meritato di più. Che avremmo potuto essere migliori. Che avremmo avuto diritto ad un amore coi fiocchi, ad una grande casa con giardino, ad uno stuolo di ammiratori e ad un paio di cameriere affaccendate intorno alla nostra comodità. Abbiamo tutti sperato (e alcuni sperano ancora, purtroppo) che potesse arrivare dal cielo un'eredità imprevista, un lavoro migliore e più comodo, un amore da favola, una vita, insomma, con tutti i crismi. Emma non si accontenta, ed in questa epoca in cui è grazie alla miseria che siamo felici di poco (soprattutto metafisicamente), spaventa la sua ossessiva ricerca della felicità. Ma essere felici è un diritto. Uno dei più negati. Dalla sorte, dal caso, dal destino, dal karma. Stranamente, quelli che dovrebbero essere felici non lo sono quasi mai. Se non, appunto, accontentandosi. Emma non ci sta. Emma muore tentando. Emma si è consumata le mani nel disperato tentativo non di avere ragione e di essere nel giusto, ma di essere felice.

E chi muove critiche, è perché c'ha l'anima piccola.

A loro, credo, Emma rivolgerebbe una delle frasi più rappresentative del Bovary-pensiero: "Ce ne sono di più belle, ma io so amare meglio."

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