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I Ponti Di Madison County

Da alcuni dati che non ho idea di quanto possano essere aggiornati, sono oltre 50 i milioni di copie vendute di questo romanzo di Robert James Waller, uscito nell'ormai lontano 1992.

50 milioni di copie non sono poche, ma è probabile che la maggior parte di noi conosca questo titolo più per la sua trasposizione cinematografica, avvenuta nel 1995 per la regia di Clint Eastwood e con una giovane Maryl Streep, che per la carta stampata, per questo debito incredibile che il cinema ha nei confronti della letteratura e che però, paradossalmente, rende il tutto esattamente all'incontrario in quanto a fama, soldi, considerazione e levatura.

Non starò certo qui a dirvi di quanto io sia innervosito dalla prevaricazione della pellicola nei confronti della carta, anche perché non sono certo le mie parole che possono cambiare le cose, ma ci tenevo a dirvi che non menzionerò più il film perché non è di quello che qui si parlerà.

Si parlerà, invece, del successo che alcuni volumi ottengono (come in questo caso) senza che, a mio parere, vi sia una reale bellezza di fondo a "giustificarlo".


Come quasi sempre accade in casi come questo, l'idea di base non è male e lo possiamo capire subito dalla trama del romanzo: Francesca, una donna napoletana sposatasi con Richard e trasferitasi nello Iowa, è una donna che dalla vita ha apparentemente avuto tutto: un marito fedele, una casa sicura, due figli e una comunità cittadina ben disposta nei suoi confronti. Tuttavia, ciò che a Francesca è sempre mancato è il brivido di una vita davvero degna di essere vissuta. Questo brivido lo porta in sorte il fotografo Robert Kincaid, che per un puro caso fortuito (si ferma nel giardino di lei a chiedere informazioni e indicazioni stradali per portare a termine un servizio fotografico) incrocerà il suo cammino e in soli quattro giorni rivoluzionerà la sua esistenza, dandole quel tocco di magia che è sempre mancato alla solida ma noiosa tranquillità della donna.

Una storia d'amore, di sesso e di magia che lascerà, seppur sviluppandosi in pochi giorni, una traccia indelebile nelle vite dei due.

E fin qui, abbiamo tutti gli elementi perché si tratti di una storia avvincente ma soprattutto capace di smascherare quello che non riusciamo a dirci a parole: il matrimonio, dopo un po', annoia. La vita tranquilla, dopo un po', arranca. I figli non sono tutto e non garantiscono la felicità.

C'è però, oltre a queste intenzioni di base che comunque arrivano forti e chiare al lettore, una penuria di parole. Mi spiego: con le sue 185 pagine il libro risulta scarno sotto alcuni punti di vista. Anche la scrittura, per quanto scorrevole sia, ha un uso a mio avviso fastidioso della punteggiatura, risultando a volte monca di concetti che potevano essere articolati molto meglio e che, di conseguenza, avrebbero potuto rendere molto di più. I tratti psicologici dei personaggi, specialmente quelli di Francesca, sono abbastanza chiari; tuttavia alcune dinamiche non sono approfondite e questo penalizza un romanzo che avrebbe potuto, invece, lasciarsi andare a riflessioni ben più profonde e distanti, invece, dalla mera descrizione dei fatti.


Certamente non mancano messaggi importanti, come dicevo prima.

L'idea ad esempio che si mantenga lo status quo delle cose per "comodità" o "responsabilità" è una filosofia di vita ancora molto diffusa, purtroppo: si resta perché si deve, non perché si vuole, e questo toglie molto alla qualità della vita. Se riuscissimo a capire che i cambiamenti, affettivi o meno, sono una laica benedizione alla quale bisogna appigliarsi per sentirsi realizzati, forse non insisteremmo a mantenere le cose come stanno pentendocene poi amaramente e quasi sempre quando è troppo tardi per tornare indietro.

Con questo, ovviamente, non voglio dire che si debbano sradicare completamente le conseguenze dei nostri gesti. E' per questo che Francesca non cambia vita e non si lascia completamente andare alla ventata di fresche novità: perché il suo senso del dovere, la sua volontà di non arrecare danno alla sua famiglia ha la meglio. Ma poi, verso la fine del romanzo, viene fuori tutta la bruttezza di una scelta non fatta, in virtù di un bene superiore che non ha saputo comunque ripagare i sacrifici fatti in suo nome.


Il libro non è un brutto libro, per dirla chiaramente. Restano a mio parere dei punti oscuri che potevano essere trattati di più e con maggior forza narrativa, ma non manca di spunti interessanti e di provocazioni piccate che ho trovato adorabili e che avrei voluto molto più frequentemente incontrare con l'andare della lettura.

Un esempio su tutti è rappresentato dalle considerazioni che Francesca fa sul luogo in cui vive: una piccola comunità dove i bambini crescono bene e dove invece ad incontrare dei problemi sono gli adulti. Una comunità dove è impossibile tenere nascosto qualcosa (tutti parlottano dell'arrivo del fotografo, ad esempio, o criticano i suoi capelli lunghi); un luogo dove i luoghi comuni hanno libero sfogo e dove è effettivamente difficile dire che la qualità della vita sia alta come invece tutti credono.

Poco tratteggiati i figli della coppia nonché il marito di Francesca, Richard, che appare insulso e quasi un mezzo troglodita e che solo verso la fine ("Francesca, so che anche tu hai avuto i tuoi sogni. Mi dispiace di non essere stato io ad esaudirli.") trova il suo riscatto personale, mostrandosi com'è: una persona talmente semplice da essere praticamente inconsistente.


A questo punto, potrei decidere di lanciarmi in un arricchimento che allunghi il brodo e che dia, magari, addirittura, delle indicazioni di lettura.

Non farò niente di tutto questo.

I libri li legge chi li vuole leggere e non c'è categoria sociale che possa più di un'altra aver bisogno di tenere tra le mani questo volume.

Se posso, anzi, lo consiglierei a chiunque e a nessuno. Può essere, però, un buon modo di aprire la porta su un mondo condannato dai più: quello della novità.

Non bisogna aver paura dei propri sentimenti mutati, non bisogna temere di mettere fine ad una storia, non bisogna ancorarsi ad un luogo se non ci appartiene più. Lasciarsi andare è, in fin dei conti, quanto di meglio si possa fare.

Ecco perché non bisognerebbe sposarsi mai e ancora di più non bisognerebbe far figli.

Ma questa è un'altra storia, ovviamente.

La mia.

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