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La Capanna Dello Zio Tom

Quando questo romanzo vide la luce per la prima volta, pubblicato a puntate sul National Era, era il 1852.

Da allora questa straordinaria opera di Harriet Beecher Stowe ne ha fatta di strada, venendo pubblicata in tantissime edizioni sia integrali che per ragazzi, leggermente ripulite da alcuni dettagli eccessivamente cruenti. E' un libro che ha superato indenne i secoli e che ci arriva nelle mani con ancora una freschezza incredibile ed un profondo messaggio assolutamente attuale.


Per parlare dell'opera è impossibile non accennare almeno un pochino la vita personale dell'autrice: nata settima figlia di un ministro calvinista, cresce in un ambiente profondamente religioso e assolutamente contrario alla schiavitù, che proprio nel 1850 aveva messo a segno un altro punto osceno: la Fugitive Slave Law, una legge che decretava di dover denunciare ai proprietari gli schiavi fuggiti.

La scrittrice trascorre diversi momenti della sua vita a contatto con lo spinoso problema della schiavitù, ed inizia ad interessarsi alla causa visitando di persona alcune piantagioni per poter trarre le sue conclusioni dopo una accurata ricognizione sul campo, dove ha modo di vedere con i suoi occhi le orribili condizioni di vita che gli schiavi "negri" dell'epoca dovevano sopportare in virtù, appunto, della macchina dello schiavismo di cui facevano loro malgrado parte, e che li vedeva come uno degli ingranaggi principali sui quali si basavano introiti sostanziosi.

Alla luce delle sue esperienze personali o indirette (il fratello le scrive una lettera dicendole, dopo aver conosciuto un padrone di una piantagione: "Mi fece tastare il suo pugno che era come il martello di un fabbro o una mazza di ferro, dicendomi che si era incallito a forza di battere i negri. Quando uscii dalla piantagione, tirai un sospiro di sollievo e mi sembrò di esser sfuggito alla tana di un orco."), la donna prese quindi la decisione di esporsi e lo fece con un'opera che è diventato un vero e proprio classico della letteratura, e che molta linfa vitale diede ai movimenti abolizionisti che già all'epoca tentavano invano di far sentire la loro voce.

L'affresco, tessuto con la penna di un pieno '800 e quindi incredibilmente bello da leggere, narra la vicenda di molteplici personaggi, siano essi padroni o schiavi, e di ciò che ruota intorno all'abominio che la stessa Stowe aveva avuto modo di toccare con mano: famiglie che vengono smembrate e vendute un tanto al kg; padroni feroci e cruenti; condizioni di vita oscene; sentimenti che, pure molto avversati, riescono comunque a nascere in qualche modo. Si snodano le vite di tantissimi personaggi, primo fra tutti il Tom del titolo, che a piena ragione occupano la scena e dispiegano le loro ragioni, nel bene o nel male. Possiamo renderci conto del punto di vista dello schiavo, quindi, costretto a raccogliere cotone anche al limite delle proprie forze, e del padrone, impegnato a proteggere un privilegio che stentava addirittura a riconoscere come tale. Molte vite vengono spezzate, in un turbinio di sentimentalismo spinto delle volte al punto estremo ma sempre e comunque rappresentativo sia del periodo storico che del contenuto messo sul piatto.


Il romanzo si regge su colonne importanti: la cognizione di causa, gli interventi politici (numerosissimi), i rimproveri al mondo cattolico e la fede. Una fede cieca e profonda vibra per tutta l'opera, senza però mai risultare di troppo nemmeno ad occhi fermamente atei come i miei. E' una fede granitica, è un'ancora a cui ci si deve aggrappare per resistere al vento contrario, ed è una delle poche armi di cui dispongono gli schiavi che incontriamo nel cammino. La Stowe, cresciuta in una famiglia religiosissima, non fa nulla per nascondere né la profonda convinzione che vi sia Cristo in ogni cosa, né la profonda delusione nei confronti del mondo ecclesiastico al servizio di un sistema che rappresenta una macchia sulla coscienza dell'America. Non mancano lunghe riflessioni politiche in cui la scrittrice si lancia, spada in mano, contro i nemici del prossimo, siano essi cittadini, politici e credenti, nascosti dietro veli e veli di un'ipocrisia malsana che ha permesso lo svolgersi di quello spettacolo indegno nella storia di una nazione; non mancano riferimenti al futuro degli schiavi, alla loro educazione, alla loro libertà che non passa semplicemente dall'essere affrancati dal padrone buono di turno, ma anche e soprattutto dalla capacità di potersi gestire liberamente l'esistenza, che son cose piuttosto diverse.

Ecco quindi che oltre ad un'analisi lucidissima sul comportamento malvagio della chiesa e degli americani tutti, del Nord o del Sud che siano, la Stowe bacchetta chiunque non si preoccupi anche di elementi importanti come il progetto educativo e la capacità organizzativa.


Nella parte finale del libro, un capitolo è interamente dedicato alle "ultime osservazioni" della scrittrice, che infatti lo intitola esattamente così. E' un capitolo altrettanto importante perché la donna spiega il suo cammino verso la decisione di intraprendere un simile percorso letterario e chiama in causa concetti che non avrebbero sfigurato in un comizio politico, dimostrando una lucida e intelligente capacità di osservazione (per quanto viziata dalla fede): "Settentrione e Mezzogiorno sono stati colpevoli entrambi davanti a Dio; la Chiesa cristiana ha un grave conto da rendere."

Resta, vizio religioso a parte, un affresco importantissimo di una delle situazioni più paradossali alle quali l'essere umano abbia mai preso parte. E non so se, a distanza di così tanti anni, si possa affermare con sicurezza che tutto sia cambiato davvero.


Non mi dilungherò nel dire l'ovvio: la schiavitù non sarà forse più legale, ma di fatto la tratta degli schiavi non si è mai conclusa, come non è mai evaporato del tutto il vizio cristiano di chiudere gli occhi o peggio di avvallare determinate scelleratezze per superficialità o per proprio tornaconto personale. Nel 2016 non si tratta più solo di africani, ma di gente di ogni parte del mondo che è costretta a separarsi dalla propria famiglia per cercare di trovare altrove quelle opportunità che mancano nel proprio paese di origine. Non sarà uno schiavista a portarli fuori di lì, magari... non sarà una nave "negriera" ad occuparsi del trasporto... sono gommoni, barconi e zattere di fortuna, guidate da gente senza scrupoli che becca montagne di soldi vendendo illusioni che non può concretizzare, ed il succo non cambia: quante volte giriamo lo sguardo dall'altra parte? Quante volte preferiamo non sapere o ci convinciamo che le cose passeranno da sole? La stessa Stowe scrive: "Per molti anni della sua vita, l'autrice ha evitato qualunque lettura o discussione sull'argomento della schiavitù, considerandola troppo penosa da trattare e ritenendo che l'avanzare del progresso e della civiltà avrebbero finito col distruggerla."

Saremmo in grado noi oggi, a distanza di ben più di un secolo, di passare dalla speranza all'azione con una forza simile a quella che quest'opera ha nel suo tessuto?

Temo che la risposta non sia propriamente quella che ci si potrebbe aspettare da dei figli del progresso come noi dovremmo essere.


E' un'opera che prima o poi va messa in conto, stando al parere di chi scrive. Bisogna leggerla per poterne assaporare la portata, ed eventualmente per trovarle dei difetti che evidentemente ha. Un eccessivo patetismo, in primis; e magari una concezione della "razza africana" più simile a quella che noi oggi abbiamo nei confronti di qualche specie animale esotica e curiosa. Ma erano altri tempi, ovviamente, e per quei tempi troviamo in queste pagine un coraggio ed una forza che, non mi stancherò mai di dirlo, non riusciremmo a ritrovare oggi, se anche cominciassimo a cercarli con una lanterna abbastanza potente.

Che si cominci dai bambini! Ma che poi si continui con gli adulti, ovviamente, ai quali il mondo è nelle mani allo stato attuale delle cose. Se la speranza è importante a prescindere, anche essere capaci di smettere di sperare per cominciare ad agire può risultare una strategia vincente.


In ultimissima analisi, un plauso alle edizioni BURragazzi, della Rizzoli, che presentano copertine molto rustiche e sono adatte ad una libreria di ogni età.

E poi posso dirlo? Un plauso a me che ho rotto la sfilza di "prima o poi lo leggerò" e sono passato dal proposito alla pratica.

Ogni tanto fa bene incoraggiarsi.

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