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Libri / Bianca Come Il Latte, Rossa Come Il Sangue

Bianca Come Il Latte, Rossa Come Il Sangue

Ragionavo proprio l'altro giorno con un'amica (anche se in realtà è un pensiero che torna a farmi visita abbastanza frequentemente) sulla stretta correlazione che sembrerebbe esistere, almeno negli ultimi tempi, tra la mancanza di bellezza e l'enorme diffusione.

Si parlava di arte e in soldoni si cercava di capire: è vero che chi vende moltissimo (poco importa se si parli di libri, di quadri, di cd o addirittura di calze a rete) è perché propone qualcosa di scarsa qualità? E soprattutto: cosa e chi può definire, specie nel mondo artistico, cosa sia effettivamente "di valore" e cosa invece non lo sia?

In fin dei conti la critica esiste anche e soprattutto per questo. Tuttavia, perdonatemi, io ai critici ho sempre dato poco peso. Ho sempre creduto (sbagliando?) che sia invece il pubblico a consacrare definitivamente qualcosa di grandioso, o al massimo il tempo, al quale la vera "opera d'arte" sopravvive senza sentirne il peso sul groppone. E' però vero che assistiamo molto spesso ad un fenomeno opposto: le vendite premiano opere che non sono meritevoli di successo.

E' questo il caso di questo romanzo, che a chiamarlo così mi sento male prima privatamente e poi in pubblica piazza.


Con oltre un milione di copie vendute all'attivo, il romanzo d'esordio di Alessandro D'Avenia ha letteralmente travolto le classifiche, al punto che di questo romanzo ne esistono moltissime edizioni tradotte in più di 19 lingue e nel 2013 ne è stata anche estratta una trasposizione cinematografica che ha incassato ben oltre il milione di euro.

Datato 2010, il libro racconta la storia di Leo, un sedicenne non troppo distante dagli altri coetanei: musica, motorino, calcetto, compiti in classe e ragazze; di Beatrice, una ragazza poco più grande di lui che frequenta la sua stessa scuola e di cui lui si invaghisce; di Silvia, amica strettissima del ragazzo e sua ancora di salvezza; di Niko, compagno di avventure e di sfide a colpi di freni poco funzionanti; del supplente chiamato a sostituire una professoressa del ragazzo, soprannominato "il Sognatore" per la sua indole e il modo di porsi con i ragazzi tramite la letteratura e l'insegnamento in generale. Le vite di questi ragazzi più o meno cresciuti (lo stesso docente non è poi molto più grande di loro) girano normalmente tra una partita alla PlayStation e una di calcetto, fino a quando la malattia entra in scena prepotente, minando la vita di uno dei protagonisti (il maschile è usato in forma generale) e creando quindi il nocciolo intorno al quale la trama si dipana.

Di per sé è un libro che avrebbe potuto scrivere chiunque. La storia, narrata in prima persona da Leo, suppone di poter essere scritta "come se" a farlo fosse, appunto, un ragazzo di sedici anni. Ma l'autore non ne è capace, e dall'alto della sua classe 1977, ne esce fuori piuttosto malconcio. La trama di per sé interessante, se sviluppata adeguatamente, si perde in milioni di figure retoriche da strapazzo, con descrizioni al limite del ridicolo ed un lirismo che farebbe accapponare la pelle di chiunque non ami dire: 'Ti amo come fa la piuma col culo dell'oca.' La scrittura è puerile, i dialoghi sono farlocchi e l'eccessiva immedesimazione dello scrittore nello "stile" di un sedicenne fa venir fuori rigurgiti che nemmeno un bambino dopo aver fatto la pappa.

Frasi che credevo di non dover più leggere dopo Moccia, come "Ho un sogno. E ti ci devo portare con me." sono invece l'essenza stessa del romanzo, che ha dalla sua almeno la scorrevolezza: 254 pagine che non lasciano dietro di sé quasi nulla. Un peccato, se pensiamo che invece fin dal titolo un particolare salta all'occhio: i colori. E' un libro incentrato sulla contrapposizione tra il bianco ed il rosso, e sarebbe stata anche interessante come cosa se solo fosse stata sviluppata in maniera cosciente e distante dalla bassezza in cui invece ha dovuto prosperare.

Non si salvano i personaggi (piattissimi e senza nemmeno un millimetro di profondità che non suoni fasulla), non si salvano le ambientazioni, non si salva la scrittura, non si salva nemmeno l'idea di base: riuscire a beffare una malattia a colpi di sorrisi.


A questo punto viene naturale chiedersi: e allora perché tanto successo? Perché tanto rumore per nulla? E qui torneremmo al discorso iniziale, al quale però non ho saputo trovare un degno sbocco o almeno una significativa conclusione. Resta il fatto che questo tipo di letteratura va. Va moltissimo. Dà molto pane sia a chi la pubblica (Mondadori in questo caso) sia a chi la scrive, lasciando però il lettore un po' più povero e un po' più solo, e mandando direttamente al manicomio chi con la scrittura si cimenta e magari si vede chiudere in faccia almeno un milione di porte. D'altronde, sono tempi estremamente difficili per avere risposte sensate: perché ad Adinolfi è permesso fare politica? Perché si nascondono i referendum alla gente? Perché si comincia a conoscere un artista solo dopo che è morto? Perché i professori chiedono agli esami i libri che loro stessi hanno scritto?

E' un mondo difficile e non è facile venirne fuori.

Tuttavia, quel che conta è non rassegnarsi. Pretendere, tornare a pretendere per meglio dire, che vi sia anche e soprattutto il contenuto. Io non sono d'accordo con chi mi dice che non si scrive più niente di bello o che tutto è stato già detto e che quindi bisognerebbe fermarsi qui. C'è sempre qualcosa da dire, sempre qualcosa di nuovo da raccontare, sempre nuovi dubbi da instillare e nuove risposte alle domande più antiche, solo che tutto questo è molto ben nascosto, è poco commerciale, si vende di meno. Non tanto, suppongo, per un problema di "pubblico", quanto per la difficoltà che incontra chi deve sborsare dei soldi o puntare su qualcuno. Non si corre più il rischio. Non ci si lancia più nel vuoto. Non basta più nemmeno un solo paracadute.


Sono spiacente se posso essere sembrato presuntuoso, in qualche modo. In fondo io sono uno di quelli che quando entra in una galleria d'arte contemporanea e sente qualcuno esclamare: <<Questa merda avrei saputo dipingerla anche io!>> si arrabbia e gli verrebbe voglia di rispondere: <<E allora perché non lo hai fatto?>>. E' solo che c'è un limite a tutto e forse i libri questo limite lo mettono più evidentemente in mostra. Un quadro può piegarsi a migliaia di interpretazioni, perché basta un po' di fantasia; un libro qualcosa te la deve trasmettere, altrimenti non sei stupido tu ma chi lo ha scritto.

E dire che D'Avenia è andato avanti. Dopo questo libro ha pubblicato "Cose che nessuno sa" nel 2011 e "Ciò che inferno non è" nel 2014. Logico. Si sperava facesse il bis. L'ha fatto? Su questo non sono informato. Io però ho messo da parte il suo nome, almeno per il momento. Poi, con l'andare del tempo, considererò magari la possibilità di dargli una seconda occasione.

Resta un sapore amaro in bocca. Quel sapore tipico di chi vorrebbe un mucchio di soldi per poter aprire una casa editrice e dire: <<Da adesso in poi vi faccio vedere io cos'è la letteratura contemporanea.>>

Io credo moltissimo nei giovani.

Anche se loro non credono in me.

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