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Le Strade Di Amid

Agli italiani piace moltissimo parlare di tutto quello che non conoscono.

Non è colpa loro, poverini. Magari lo fanno perché conoscono molto poco, o magari perché è difficile riuscire a provare empatia per qualcuno al punto da volersi davvero mettere nei suoi panni, in un'epoca così frettolosa come questa, e quindi ritengono opportuno semplicemente inventare conoscenze che non possiedono per poi poterne fare sfoggio con amici vari, che a loro volta conoscono pochissimo e via così, in una spirale di ignoranza infinita che si sostenta da sola e trova nutrimento nello stesso buio in cui brancola essa stessa.

Ecco perché si potrebbe, almeno, cercare di leggere qualche pagina in più. Non dico tanto per "farsi una cultura", perché non è acculturato chi legge ma chi sa, e a volte nemmeno chi sa può poi molto, quanto per cercare di espandere il proprio binocolo, per cercare di spingere lo sguardo un po' più in là, per evitare di aprir bocca (o peggio, metter mano alla penna) se non si è proprio certi di quello che si sta dicendo.

Di migrazioni, ad esempio. Oh quanto si parla di migrazioni! Oh quanto si chiacchiera sulla vita altrui! I giornali, i bar, le strade, i siti internet, i social network, sono strapieni di gente che sente di aver qualcosa da dire sugli "stranieri": si va dai luoghi comuni più disparati ("Ci rubano il lavoro!" "Vengono qui a fregarci le donne e noi li paghiamo pure!" "Tornassero a casa loro!") alle macchinazioni più ardite di chi inventa notizie di sana pianta e trova pure gente disposta a credergli e a diffonderle, queste notizie, così da contagiare a macchia di leopardo chi non ha una propria idea e dunque la forgia sulle dicerie altrui. Quotidianamente assistiamo ad uno sbrodolamento cosmico sugli "immigrati", dimenticando molto spesso che dietro questo termine si celano persone, dunque nostri simili, dunque noi stessi in abiti e colori differenti. Non solo: si celano anche storie, desideri, famiglie, ricordi, nostalgie, ansie, paure, condite da un'economia sempre più feroce e da leggi fatte ad hoc per illuderci di sentirci più sicuri senza esserlo sul serio, dimenticando che non dobbiamo temere chi ha bisogno di noi ma dobbiamo, al contrario, far sì che tutti si sentano ovunque come a casa loro. Lo vorrei per me, se dovessi lasciare l'Italia (e motivi ce ne sarebbero in quantità), dunque perché non dovrei volerlo anche per chi in Italia invece ci arriva?


Marcella Papeschi è un'insegnante che nel 2006 ha pubblicato, per la Arnoldo Mondadori Scuola, questo toccante romanzo. A dire il vero il termine "romanzo" probabilmente stona con il contenuto dell'opera: siamo in presenza di uno stile di scrittura asciutto, essenziale, quasi da cronaca, che tratteggia l'arrivo in Italia di Amid, 15enne marocchino, originario della cittadina di Sharika, e il suo successivo "pezzo di vita" nel nostro bel(?) paese, tra parenti che lo spingono a cercare un lavoro per poter pagare le bollette, una scuola che non è in grado di cogliere le necessità altrui e una città, Milano, portavoce di tutte le città italiane: impegnate in talmente tante cose da dimenticare che sono nate per accogliere l'essere umano.

E così, tra coetanei che lo spingono al furto ed altri ancora che lo apostrofano con i peggiori epiteti, Amid passerà le sue giornate sballottolato tra la legge italiana, che lo considera un delinquente perché privo del permesso di soggiorno, e la realtà dei fatti che lo vuole impegnato nella ricerca di un lavoro, di qualunque tipo, sfruttato molto spesso e del tutto privo di sicurezze. Amid non è un ragazzino che si scoraggia: per 10 euro passa ore ed ore ad inserire volantini pubblicitari sotto i tergicristalli delle auto; entra in una scuola perché ne sente il richiamo ma poi viene respinto da un compagno con cui viene quasi alle mani; passa ore intere ai semafori della città per cercare di tirar su qualche spicciolo. A tutto ciò aggiungiamo la pressione che alcuni familiari da cui si appoggia a Milano gli fanno: deve trovare un lavoro. Bisogna che trovi un lavoro. Scuola? Ma per favore! E le bollette? Serve un dannato lavoro!


A prescindere dall'intento "romanzesco" dell'opera, che non è certamente il fulcro del discorso, ho trovato questo volume particolarmente interessante per alcune carenze che sottolinea: prima fra tutte la mancanza di una rete di accoglienza degna di questo nome. Non basta che a queste persone si somministri qualche antibiotico per poter parlare di accoglienza. Non basta che le si visiti o si permetta loro di fare una telefonata. E' il dopo di cui dobbiamo preoccuparci. Quali strutture? Con quali obiettivi? Verso quali mete? E così, grazie ad Amid, scopriamo una scuola del tutto inerme contro la dilagante xenofobia dei suoi studenti; troviamo delle Comunità di accoglienza del tutto prive di contenuti; troviamo poliziotti alle prese con questioni ben più grandi della loro pragmatica forza bruta e cittadini comuni che, vittime della loro stessa ignoranza e paura, preferiscono vedere del marcio lì dove vi è persino un gesto di bontà (Amid restituisce un portafoglio al suo legittimo proprietario ma costui chiama la polizia accusando il ragazzo di aver rubato i 200 euro che vi erano custoditi dentro). Tutto concorre, nella evoluta Milano, a far dell'Italia un paese inabitabile: per chi ci è nato, per naturali ragioni di ordine sociale e politico, e per chi disgraziatamente vi arriva, sperando in un qualcosa di migliore e ritrovando a stringere in mano un pugno di mosche stecchite.


E' interessante notare, oltretutto, anche le differenze culturali che gli stessi occhi di Amid registrano. Le donne, ad esempio, così diverse da quelle marocchine, hanno comportamenti che il ragazzo non concepisce: escono, fanno lavori "da uomini", si vestono in modo diverso. Le coppie si baciano dove vogliono e non vi è distinzione tra la sfera pubblica e quella privata; non quanto in Marocco, almeno, dove la cultura è ben diversa. Ma anche il cibo mostra sconfortanti differenze: non si mangia tutti insieme, non ci si riunisce intorno ad un tavolo, anche i gusti sono diversi. E poi c'è la città: una giungla cattiva e inospitale, dove piove sempre e dove i guidatori non tirano giù i finestrini perché quello che c'è fuori dall'abitacolo non è di loro interesse.

Solo la gente rappresenta una crepa nel dolore. E' da Giulio, ad esempio, che Amid riceve aiuto un paio di volte, dopo averlo conosciuto all'angolo di una strada. E' da Giulio, e non approfondisco, che Amid riceverà l'aiuto più grande che conclude il romanzo e che non svelo, per evitare di dirvi troppo.


L'unica pecca dell'opera sta nella sua impostazione: è un libro per le scuole. L'edizione, arricchita da una fittissima parte conclusiva ad uso degli insegnanti, fa di questo libro un'opera "specifica" che ha tolto, io credo, anche moltissima strada tra i lettori "comuni", che non sono insegnanti e che questo titolo magari nemmeno lo hanno mai visto. Ma sì. Se qualcuno se lo stesse chiedendo: sì. Consiglierei questo volume.

Non tanto per la storia in sé, magari anche banalotta e scritta certo con l'intento più didascalico possibile, quanto per la possibilità di avere tra le mani un libro non eccessivamente "pesante" ma in grado di far fiorire interessi più grandi. Insomma, è un libro che può aprire una pista: se riesce a seminare curiosità, magari questa può essere nutrita da romanzi più corposi e da studi più ambiziosi.

Resta il fatto che la trovo una lettura molto adatta ai ragazzi non troppo grandi e perché no, anche ai bambini; un libro da leggere ad alta voce insieme ai genitori o in classe, meglio ancora, per preparare il terreno verso il mondo che c'è fuori dalla finestra. Per non parlare degli adulti, ai quali leggere delle esistenze altrui non fa mai male.

Esattamente come i "grandi" si dimenticano di essere stati bambini, così gli italiani si sono dimenticati del loro passato. Rinfrescarsi la memoria non fa male a nessuno, io credo. Specialmente a chi di memoria non ne ha. O non ne ha più avuta. Perché era più comodo così.

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