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Libri / Il Terrazzino Dei Gerani Timidi

Il Terrazzino Dei Gerani Timidi

Era il 2011 quando uscì questo volume, ed io avevo 22 anni.

Non ho nemmeno la scusa anagrafica che mi mette al riparo dalla spinosa domanda: perché non mi lasciai tentare da questo libro? Perché l'ho letto dopo quasi 5 anni dalla sua uscita?

Le risposte potrebbero essere molteplici ma ce n'è una che mi piace particolarmente: perché all'epoca io non lo avrei capito, non me lo sarei gustato, non avrei immerso gran parte di ciò che ho sentito nel corso degli anni in quelle pagine.

Magari mento a me stesso. Magari lo avrei comunque apprezzato, forse solo infinitamente meno di quanto io lo abbia apprezzato adesso, ma non posso certo farmene una colpa fino alla fine dei tempi; i libri si leggono quando è il momento, e quando è il momento lo decidono loro.


Lo ammetto. Ad un primissimo e superficiale salto nel mondo delle recensioni online, questo volume spacca in due il pubblico di lettori: da un lato chi lo esalta per le fortissime proprietà qualitative; dall'altro chi lo affossa, tacciando la sua autrice di boria, di averlo scritto con un vocabolario in mano per infarcirlo di paroloni difficili e desueti.

Credo siano vere entrambe le facce della medaglia.

Cominciamo dal linguaggio: è assolutamente e deliberatamente anacronistico. I concetti espressi sono sì figli di una mente con una cultura della parola molto sviluppata, ma rischiano di essere addirittura ridicoli in alcuni passaggi, dove la Marchesini si è davvero fatta prendere eccessivamente la mano. E' che l'epoca è quella che è: non siamo più abituati a sentire in bocca il gusto di una parola; vogliamo semplicemente che ci sazi quanto prima. Come un fast food ma molto mento untuoso, solitamente.

D'altro canto, però, probabilmente è proprio per questo linguaggio così barocco che il libro prende piede ed inizia a correre, coinvolgendo il lettore in un crescendo assolutamente umanistico, dove ci si lascia andare a descrizioni particolareggiate sia di cose che, soprattutto, di sensazioni e stati d'animo.


La storia è probabilmente surreale: una bambina di età non precisata (ma presumibilmente compresa tra gli 8 e i 10 anni) scandaglia il mondo che la circonda e quello interiore, regalando riflessioni degne di un eremita centenario. Ci può stare, che nel romanzo si superino alcune restrizioni legate all'età della o del protagonista, ma fa comunque strano che una bambina così piccola si inerpichi su sentieri del ragionamento preclusi persino ad un certo pubblico adulto. Tuttavia, regalando il beneficio dell'arte, ne vien fuori uno spaccato interiore di straordinaria bellezza.

Impegnata nel cammino dell'età ed in vista della sua prima comunione, la bambina semplicemente vive, e vivendo si racconta e si interroga su se stessa relegata in quel terrazzino colmo di gerani dai colori più deludenti, silenziosi testimoni del suo pindarico vagabondare.

Ne vengono fuori momenti assolutamente strabilianti in quanto a potenza narrativa.

In particolar modo, ne ho individuati tre, a gusto ovviamente personale.


Il primo riguarda il momento, appunto, della confessione che precede la prima comunione, assolutamente non libero da critiche mosse dalla bambina: "Avevano tolto il velo ai nostri giocattoli, alle nostre camere, ai nostri nascondigli e ci avevano fatto trovare dentro degli spettri." o ancora, e forse molto più incisivo: "Durante quei lunghi mesi di dottrina, ogni piega dell'anima era stata battuta, ogni anfratto esplorato, denudato, svelato e giudicato, ogni nostro gioco scandagliato, ogni parola misurata, ogni pensiero." In un tripudio di accuse formali alla religione, si mette in luce come a questo Dio e soprattutto ai suoi scagnozzi in Terra pare che nulla vada bene, che tutto sia peccato, che ogni cosa possa condurre al male più assoluto.

Il secondo momento è invece incentrato sul teatro: "Gravità e silenzio, un senso di pace lì dentro, una distanza privilegiata dai rumori e dagli aggiornamenti, un luogo antico e identico a se stesso, un luogo perenne e indipendente da ciò che avveniva oltre la porta che ora spingevo, questa era anche la sua forza; privo di finestre -pensai- non vi era mai entrata aria, ma neppure uscita mai, cosicché dovevano esservi rimasti intrappolati, chissà da quanto tempo, comodamente rintanati, le voci e i sospiri, le risate, l'eco dei miti e delle passioni, i racconti delle storie e le vite, le vite degli altri e i silenzi e le attese."


Ma la parte che assume più forza, più significativa e autobiografica potenza, è la parte finale sulla scoperta del Sogno: quello, cioè, che la protagonista decide di voler fare "da grande".

Ed è un ritorno all'infanzia per ognuno di noi, più o meno vicini che siamo all'età in cui tutto sembra ancora possibile e in cui il futuro è ancora tutto nuovo, da scrivere bene e in ordine, da stropicciare con fantasia e voluttà.

Nelle ultime pagine, in una straziante nenia finale, la bambina ormai ragazza, ormai cresciuta, ritrova in quel terrazzino un futuro e una complicità inaspettata: "Questi gerani, pensai allora, sollevando lentamente il capo senza smettere di fissarli, sono gli stessi di quando ero piccola, sono rimasti allo stesso posto, solo un po' cresciuti. Provai allora una tenerezza immensa, non tanto per il fatto che fossero cresciuti con me, quanto perché li avevo sempre considerati bruttini e tuttavia essi avevano resistito alla mia disaffezione, di cui sicuramente dovevano essersi in qualche modo accorti, mi avevano aspettato, erano rimasti in piedi."

E di considerazione in considerazione, ecco il Sogno che prende piede: "Da grande, mi dissi, scriverò un libro."


E' difficile inquadrare un libro come questo.

Un po' perché è il primo romanzo che la Anna Marchesini, fino ad allora attrice teatrale e comica di immenso successo, dà alle stampe. Un po' perché di fatto ha una trama apparentemente inesistente, con uno scarsissimo spazio concesso ai dialoghi diretti, che si possono contare sulle dita di una mano.

Tutto avviene nella testa. Tutto è interiore. Il cammino non è fatto dai piedi, ma dalla mente.

Ed è così che in fondo succede nella vita vera, in quella che non odora di carta stampata ma di sudore, di dopobarba, di fastidio, di livore, di speranza.

Una lettura impegnativa, sotto certi punti di vista, che costringe il lettore ad una attenzione e ad una concentrazione che nemmeno mettiamo più nel leggere, una delle cose più intime e raccolte che esistano.

Una lettura impegnativa che, come ogni cosa ottenuta tramite tempo e dedizione, regala una soddisfazione maggiore e un coinvolgimento che non dispiacciono.


E rimane un po' quella curiosità: ma la bimba, alla fine, lo avrà scritto il libro?

E la risposta è proprio nelle nostre mani.

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