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Oltre Il Colore

Che si abbia o meno dimestichezza con la fede (partendo dal presupposto che il sottoscritto ritiene un vero e proprio abominio qualunque manifestazione legata alla religione), ci sono alcuni argomenti che lasciano basiti tutti noi. Uno di questi, senza ombra di dubbio, è quello che riguarda tutto ciò che va oltre le comprensioni umane o scientifiche, e che per comodità d'intenti abbiamo relegato sotto la grande insegna del 'paranormale'. Tutto quello che, in sostanza, travalica i confini tra ciò che siamo abituati a vedere tutti i giorni e ciò che invece ci coglie di sorpresa, quasi sempre quando siamo a casa da soli e fuori magari sta diluviando: rumori inaspettati, scricchiolii, cigolii, porte che sbattono e che ci tolgono anni preziosi di vita. Quasi sempre, però, tutto questo gode semplicemente del vantaggio delle tenebre; non si tratta mai di questioni paranormali, appunto, ma di semplici episodi che ci traggono in inganno, sfruttando il potere immenso dell'umana immaginazione.

Tuttavia, come dicevo in apertura, quello che non comprendiamo ci affascina. E' il motivo per cui si sperimentano nuove pietanze, ci si lancia in balli sconosciuti, si beve un nuovo cocktail o ci si lascia convincere a mandare giù qualche assurda pillola della felicità: cerchiamo solamente di vincere la paura del nuovo, dell'ignoto, di ciò che non appartiene al nostro bagaglio mnemonico e culturale. E se è vero che alcuni, quelli cioè che mal sopportano l'idea di mostrare le proprie fobie e debolezze al mondo, appaiono sempre molto distanti da ciò che 'fa paura', come i fantasmi o gli eventi inspiegabili, è anche vero che tutti cerchiamo di esorcizzare il lato nascosto della luna. Ci inventiamo modi di dire ("Hai la faccia bianca! Sembra tu abbia visto un fantasma!"), ridiamo delle altrui paure, ci lasciamo coinvolgere nella visione di film dell'orrore e magari preferiamo passare le due ore al cinema con gli occhi chiusi piuttosto che dire ai nostri amici che no, sinceramente no, ci caghiamo sotto e dunque quei 7 euro si potrebbero risparmiare.

Ma in fondo alla nostra testa, nel profondo del nostro cuore, sappiamo benissimo che il nostro pensiero non sarà mai limpido del tutto, quando ci informano che nella stanza d'albergo dove stiamo per dormire si è suicidato un uomo qualche anno prima...


Mirash, la protagonista di questo romanzo, frutto di un'auto-pubblicazione e firmato da Micol Manzo (che rientra nella saga "Proximis" e ne rappresenta il volume iniziale), è un'universitaria con la passione per la scrittura e l'arte pittorica.

E allora qualcuno potrebbe chiedersi: <<Beh ma allora? Perché tutto quel preambolo iniziale? Perché non sapevi come allungare il brodo?>>

Anche, miei cari. Ma non solo.

La ragazza in questione, in seguito ad un incidente d'auto, sviluppa dei poteri paranormali: poteri che le permettono, appunto, di vivere con coscienza ciò che succede nell'universo parallelo al nostro; quello, cioè, abitato da donne, uomini, vecchi, bambini e animali che non possono più essere annoverati tra i viventi.

A ciò aggiungiamo che la giovane viene a conoscenza di un'organizzazione, quella dei Proximis appunto, che svolge da secoli il suo ruolo in questo campo: donne e uomini di ogni nazionalità (e con la massima segretezza possibile) che sono preposti al mantenimento dell'ordine cosmico tra questi due universi paralleli, affinché l'uno non interferisca con l'altro con conseguenze che possiamo ben immaginare.

La trama, ben sviluppata e condita da un buon approfondimento psicologico della protagonista e dall'immancabile storia d'amore col brutto ceffo dal cuore tenero di turno, appare solida e mai noiosa, in uno sviluppo che induce alla lettura e riserva qualche colpo di scena ben assestato.

A metà tra un giallo e un fantasy (che sapete bene non essere uno dei miei generi preferiti), la penna della scrittrice ci accompagna fino alla fine, presentandoci dei personaggi che sanno come arraffare un posto nella mente del lettore.

Al punto che (ed ecco la magia economica delle saghe) ne vorremmo sapere di più.


Il volume (che chiamo così ma che credo al momento sia disponibile solo in formato ebook) ha dalla sua delle colonne portanti di indubbio interesse.

In primo luogo, troneggiano finalmente due protagoniste indiscusse dei romanzi di un tempo: l'arte e la natura.

In un 'luogo culturale' ormai abitato solamente da romanzetti rosa di dubbio gusto, dal contenuto scarno e privo di spessore, fa bene al cuore veder splendere le interessanti descrizioni dei mobili, dei quadri, degli ambienti e dei luoghi naturali, con tiratine d'orecchie che non sono sfuggite al mio animo così preso dal sociale ("Di questo passo, gli esseri umani diverranno un esercito di automi; andranno avanti per la loro strada, infischiandosene di chi è loro vicino. Disinteressandosi al mondo intero. Il problema essenziale è che non rispettano più la natura, né il prossimo.") In quasi ogni pagina assistiamo a particolareggiate descrizioni bucoliche o artistiche, che mettono in risalto la conoscenza dell'autrice (in una lunga e autoreferenziale biografia iniziale, ben specificata) sul mondo artistico e sulle sue componenti.

Dunque, ben rappresentato sia dal titolo che dalla copertina, il mondo dell'arte figurativa prende il sopravvento, fungendo da vero perno centrale della vicenda e costituendo una incredibile risorsa per il lettore.


Non mancano, all'interno del romanzo, argute osservazioni sul mondo femminile ("Le altre ragazze della mia età erano già fidanzate, convivevano o erano sposate. Dovevo esercitare un grandissimo autocontrollo su me stessa per non scaraventarmi contro chi sosteneva ciò, generalizzando la categoria femminile. Dov'era scritto che a ventitré anni tutte le ragazze dovessero avere un compagno?") o interessanti immagini poetiche ("Piegarmi a un'eventuale trasformazione avrebbe significato sminuirmi, alla stregua d'un abito che veniva modificato in vista di un'occasione particolare.") e di tanto in tanto, sono ben piazzate anche immagini dalle tonalità brillanti.

Tuttavia, ho trovato nel linguaggio utilizzato un'enorme pecca, e me ne dispiace fortemente.

In primis, il lavoro di revisione del testo ha avuto occhi poco accurati all'attivo. Obbrobri come 'cascemir' al posto di 'cashmere' o 'avvolte' al posto di 'a volte' potevano e dovevano essere evitati, se mettiamo poi in conto (e qui ci ricolleghiamo alla pecca di cui vi parlavo) che l'intera opera risente di un linguaggio altisonante e spesso fuori dal contesto di una reale quotidianità, con termini spesso pomposi e che certamente non fanno parte di un modo corrente di utilizzare la lingua. Teniamo presente, poi, che l'opera si svolge ai giorni nostri, e se è vero che la straordinaria lingua italiana possiede molteplici cassetti delle meraviglie che spesso vengono tenuti chiusi, è anche vero che difficilmente si assiste ad una frase come "Prenotai la fermata e poco dopo pervenni davanti alla stazione Termini" o la ancora più stramba "Già sei nero come la notte. Se poi ti nascondi in luoghi così bui, e ti palesi senza alcun preavviso, mi farai prendere un infarto."

Simpaticamente, mi piacerebbe sapere se davvero l'autrice si rivolga al suo gatto utilizzando il termine 'palesarsi', ma rimarrà una curiosità insoddisfatta.


Per concludere, dato che importunar non vorrei lor signori ulteriormente (ops!), credo si possa trattare di una interessante opera prima, che vedremo come la Manzo deciderà di far continuare ad esistere. Non ho dubbi che sia uno di quei casi in cui il passaggio su carta potrebbe avvenire senza problemi e anzi, offrire sollievo ad un pubblico ancora maggiore, per quelli vecchi dentro come me che non sopportano la moda di leggere sfogliando pagine finte su uno schermo.

L'editing supervisionato da gente del settore e lo sfoltire l'eccessivo barocco nei termini, potrebbero far guadagnare un'opera che già si presenta di per sé come interessante, in un panorama in cui latitano le penne capaci di belle descrizioni, che coinvolgano invece di annoiare.




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