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Libri / Il Seggio Vacante

Il Seggio Vacante

La saga di Harry Potter, che tra il 1997 e il 2007 ha venduto oltre 450 milioni di copie, dando luogo ad una trasposizione cinematografica tra le più remunerative di sempre, è ormai lontana nel tempo. Se da un lato è bene ricordare che il suo impatto nella cultura giovanile e non è stato incredibile, di una portata difficilmente quantificabile, dall'altro è anche giusto che una scrittrice possa smarcarsi dal ruolo che comunemente le viene affidato (in questo caso quello di "mamma di Harry") per tentare di aprire nuove strade, giacché la scrittura come una qualsiasi delle arti di cui possiamo disporre noi uomini, non è calcificata e non intende sottostare a nessuna regola per potersi liberamente esprimere.

Ecco perché, pur essendo il nome della Rowling indissolubilmente legato a vita alla storia del maghetto con gli occhiali più famoso del mondo, intendo rispettare al massimo la donna in quanto scrittrice, e non in quanto "scrittrice di". Di conseguenza, il nome di Harry lo mettiamo da parte. Mi capirete, spero... ed in caso contrario, siete dei fondamentalisti e dunque non potrei mai avere un dialogo costruttivo con nessuno di voi.


Quest'opera, la prima in cui la Rowling si rivolge ad un pubblico totalmente differente da quello per cui ha scritto in passato, ha visto la luce nel 2012.

L'impianto del romanzo, diviso in sette parti più corpose a loro volta suddivise in capitoli di varia lunghezza, è stato adatto a non far avvertire mai il peso che un libro di 553 pagine porta naturalmente con sé.

La trama, di cui solitamente si parla quando si introduce un'opera letteraria, è difficile da non sminuire con un riassunto dovuto ma che rischia di lasciare indietro qualcosa; si tratta, infatti, della vita soprattutto politica e sociale della cittadina inglese di Pagford, un piccolo borgo di provincia in cui si intrecciano, sapientemente, le vite e le opere di un gruppo di cittadini piuttosto folto, di cui nel corso della lettura conosciamo sempre più attentamente sogni, aspirazioni, deliri di onnipotenza ma anche e soprattutto debolezze, scheletri nell'armadio, malattie e fobie di incredibile ricchezza descrittiva.

In seguito alla morte di uno dei consiglieri locali, benvoluto ed amato sia da gente appartenente alla sua stessa fazione politica (che potremmo, per intenderci, identificare idealmente come "sinistra", con tutti i limiti del caso) sia dai suoi diretti avversari, si inizia a scatenare una concatenazione di eventi di piccola o grande portata politica e sociale: personaggi che aspirano alla sua posizione (al suo, appunto, "seggio vacante"), cittadini che in qualche modo sono stati da lui salvati, reintrodotti in società, riscattati, esseri umani che dopo la sua morte cominciano ad eleggerlo quasi come termine di paragone per le loro qualità, che al suo cospetto appaiono sempre sbiadite, poco convinte, quasi meno potenti.

E poi, ed è questa la parte incredibilmente avvincente di un'opera che altrimenti non presenta alcuna "avventura" salvo rarissime eccezioni (concentrate nei capitoli finali), ho trovato incantevole il presentare al lettore moltissimi personaggi, ben caratterizzati a mio dire, con le loro colpe, debolezze, le loro vite familiari così lontane da ciò che in pubblico appare, in un trionfo di quella che potremmo definire a tutti gli effetti una sintomatica "vita da paese".


Ho letto qui e lì, su internet, una serie di ingenerose recensioni del libro in questione.

Alcune di esse, però, sono sintomatiche di un modo di leggere ormai superficiale e stupido, che ha colpito la maggior parte dei lettori medi (che poi son quelli che, purtroppo per noi tutti, hanno i numeri per mandare avanti l'editoria).

Ad esempio moltissimi si lamentavano del fatto che fosse un libro piatto, noioso, privo di colpi di scena.

Questi omuncoli però non sanno, io credo, che si può parlare di avventura anche quando non esistono avventure reali di sorta. Provo a spiegarmi. Nel libro troviamo delle introspezioni incredibili, in alcuni personaggi, che ci portano nei meandri delle loro paure, dei loro desideri, delle loro vicende personali. Queste sono avventure al pari di chi prende una corda per lanciarsi da un albero all'altro! Ed anzi, sono molto più avvincenti, per come vedo io le cose. Ho anche letto una ferma condanna all'uso delle parentesi da parte della Rowling. E' vero: il libro presenta parentesi dalla durata incredibilmente lunga. E con ciò? Sono digressioni importantissime per cogliere ricordi, impressioni, sprazzi del passato di alcuni dei protagonisti principali.

Vedete, nonostante la premessa iniziale sulla faccenda di Harry Potter e compagnia bella, credo che qualche altra parola vada spesa, in questo senso.


Il punto è che, probabilmente, le chiavi di lettura per questo malcontento generale italiano sui vari siti internet che ho avuto modo di approfondire, sono due.

La prima riguarda l'abitudine: la gente, vedendo il nome della Rowling (che infatti ha firmato i due libri successivi con lo pseudonimo maschile di Robert Galbraith), ha subito collegato il suo mondo letterario precedente con ciò che teneva in mano. Si aspettava un libro diverso, certo, non vedendovi lo stesso titolo, ma era convinta che mantenesse intatte alcune cose: battaglie epiche, colpi di scena, magie, guerre e rivoluzioni, incredibili effetti speciali.

La seconda è chiaramente dettata dal disinteresse che gli italiani hanno per i romanzi "sociali", come oserei definire quest'opera. I contenuti del libro, che vanno dal discorso sui servizi sociali ai centri di disintossicazione per tossicodipendenti, dai cambiamenti psicologici ai mutamenti di ceto sociale, dal ruolo della scuola come riscatto delle proprie condizioni economiche ai mezzucci elettorali che si utilizzano per poter strappare qualche voto in più, sono assolutamente poca roba agli occhi della maggior parte dei lettori italiani, che evidentemente preferirebbero che si parlasse di mandolini volanti e di ragù intergalattici.

Poveri loro ma soprattutto, lasciatemelo dire, poveri noi.


Ho molto apprezzato, e poi concludo, il linguaggio diretto e crudo dell'opera. La Rowling si è servita spesso di termini rozzi e volgari, che ben sposavano alcune realtà sociali descritte nel romanzo. Ho apprezzato i dialoghi, le lunghe digressioni, le descrizioni mai pesanti ma sempre puntuali, e il vastissimo numero di personaggi che vengono via via presentati, ognuno corredato di una buonissima biografia e di un ottimo spessore psicologico. Ho trovato il libro piacevole, significativo e sotto certi punti di vista, persino "pericoloso", se andasse a finire nelle mani giuste di chi, invece, tiene molto alla realtà che vive.

Anche i capitoli finali meritano un plauso, per la rarissima trovata di condirli di ripetuti colpi di scena fino alle ultime righe dell'ultimissimo pensiero.


"Una vacanza è da ritenersi imprevista:

  1. quando un consigliere di un'amministrazione locale non dichiara, entro i termini stabiliti, di accettare il mandato.

  2. quando viene ricevuto il suo avviso di dimissioni.

  3. in caso di morte."



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