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Libri / Mandorle Amare

Mandorle Amare

La cosa che si dovrebbe tenere assolutamente presente, se si intende leggere questo libro o se per caso è già passato nelle nostre mani e lo abbiamo liquidato malamente come stavo per fare io per una metà dell'opera, è che Laurence Cossé è stata una giornalista (o lo è ancora, questo non è chiaro dalla sua biografia). E' un dato importante, io credo, per spiegare quello stile asciutto, spezzettato e quasi da "cronaca" che pervade questa sua opera e ha contribuito a rendermela piuttosto odiosa (l'opera, non certo lei che nemmeno conosco personalmente, intendiamoci).

Preambolo necessario, questo, per poter affermare quanto segue: non sono minimamente in grado di dirvi se questo libro mi sia piaciuto o meno.

Posso provare a snocciolare ciò che di buono contiene e ciò che invece non mi ha convinto, ed è quello che farò. D'altronde, io non vengo pagato per scrivere recensioni, e il bello è proprio questo: che non devo leccare il culo a nessuno e che queste non si possono nemmeno definire recensioni, se proprio vogliamo dirla tutta.


Comincerei col dire che ho trovato la trama di un interesse spaventoso. E' qualcosa di molto attuale, di tremendamente intrigante e di fortissimo impatto sociale: una traduttrice, Edith, scopre che Fadila, la sua domestica, è analfabeta. Insomma, negli anni 2000 si presenta una situazione che credevamo lontanissima nel tempo: una donna, marocchina di origine ma trapiantata in Francia con figli sparsi al seguito, non ha minimamente idea di cosa siano le lettere, i numeri, le sillabe e le parole. In un mondo come questo, fatto solamente di comunicazione, mendace o meno che sia, lei non riesce a percepire assolutamente nulla di quello che la circonda: cartelli stradali, indicazioni, prezzi, bollette, documenti, sono un'enorme macchia nera con cui convive. Le truffe sono dunque all'ordine del giorno, ed anche prendere la metropolitana diventa un ostacolo insormontabile a causa delle stazioni che non riesce a leggere: lettere messe in un determinato ordine che per lei non vogliono dire assolutamente niente. E dunque, di buona lena e con non pochi problemi, Edith comincia a darsi da fare per insegnare alla donna i rudimenti, le basi, le minime accortezze che potrebbero aiutarla.

E' un'impresa difficile: la donna comincia a cercare aiuto su internet, viene scoraggiata da constatazioni assolutamente incredibili ma certificate ("Esistono individui, a cui si può dare una F e una A, che non riescono a combinare né FA né AF. Nelle centinaia di pagine lette da Edith non si parla mai di queste persone.") e si imbatte in mille pedagoghi con relativi miracolosi metodi al seguito che non riescono a mettere insieme un'idea che sia più o meno valida per tutti, o almeno, ovviamente, per il caso di Fadila. A ciò si aggiunge che la donna marocchina è grande (si aggira intorno ai 65 anni) e che molti corsi di alfabetizzazione, che pure la Francia sembra offrire generosamente, non la tengono in considerazione a causa dell'elevato numero di anni sul groppone. Tra passi avanti (pochissimi) e passi indietro (nella maggior parte dei casi), il romanzo si snoda verso una fine che lascerà di sasso il lettore e un po' lo farà pentire di non essersi affezionato per niente a nessuno dei personaggi.

Sì perché il problema, per il sottoscritto, è stato proprio questo. Edith è una donna generosa, una lavoratrice stimata, una cittadina modello se vogliamo, ma non esistono tratti della sua personalità che possano aiutare chi legge ad amarla; Fadila, dal canto suo, è una perfetta cogliona. Perdonatemi, sarà poco fine, ma chi se ne frega. E' una donna ottusa, figlia di una generazione e di un luogo geografico che le hanno programmato la mente in un certo modo ("Certi ragazzi ha coso qui (si pinza l'orecchio), coso là (si pinza le narici), pantaloni a culo di fuori, io no piace niente, voi?") ed è un essere umano fermamente convinto di alcune istanze culturali che porta avanti con fierezza, come quella di aspettarsi l'aiuto dalla figlie femmine perché i maschi hanno altro a cui pensare, o cose simili. Il fatto di vivere in Francia non l'ha minimamente cambiata, e si trascina dietro retaggi medievali che la rendono insopportabile; a ciò aggiungiamoci pure che è scontrosa, lavativa, lamentosa, burbera e inaffidabile, ed ecco che si spiega il motivo per il quale ho davvero sperato che crepasse all'improvviso togliendosi dai coglioni.

Come accennavo prima, lo stile dell'opera la penalizza: asciutto, ostile, pieno zeppo di linee rette che si spezzano all'improvviso, con capitoletti molto corti e periodi ancor meno sviluppati, che fanno assomigliare il tutto ad un cestino colmo di frecce nessuna delle quali però arriva a destinazione.

La complicata famiglia di Fadila viene scandagliata per bene: ne vien fuori tanta ipocrisia, tanta arretratezza e un mare di disinteresse per la figura materna, giustificabile dall'odioso carattere della donna.

Tuttavia, fosse stato sviluppato in modo diverso (e ritorno sull'argomento perché merita che io ci ritorni, se ti annoio cambia pagina) sarebbe stato un romanzo adatto a moltissimi corsi di studi; io stesso, che studiando Scienze dell'educazione sono a contatto con moltissimi di questi problemi sociali (analfabetismo, immigrazione, integrazione, ecc.), avrei trovato meraviglioso se questo libro avesse fatto parte della bibliografia di un esame.

Però, ecco... il tema è bello ma per il resto per carità di Dio.


"Perché non ha chiamato lei stessa le sue figlie?"

"No" si indigna Fadila. "Io vecchia. Altre deve chiedi notizie."


Con questo brevissimo dialogo che ho estratto dal libro, propongo inoltre un altro interessante argomento di dibattito e di discussione: la vecchiaia e il come la si vive.

Fadila è un esempio straordinario di tutto quello che non bisognerebbe essere da vecchi: lamentosi, brontoloni e soprattutto con la sindrome da piccola vittima indifesa con cui il mondo ci si pulisce il culo, perché citando Gaber "A Dio i martiri non gli hanno fatto mai cambiar giudizio."

Ma nonostante questo, la figura di Edith è invece importantissima per il motivo opposto: il non arrendersi nonostante gli insuccessi. Lei lo fa: nonostante il carattere di Fadila, i suoi rifiuti, i suoi escamotage da bambina piccola ed i suoi problemi obiettivi di apprendimento, la traduttrice non si arrende mai e cerca sempre il modo per creare tutto ciò che serve in situazioni come questa: un legame tra chi la mano la dà e chi invece la riceve.


Letto con le dovute pinze in mano, tenendo le dovute distanze, non eccedendo in giudizi cattivi (come invece ho fatto io), è un libro che probabilmente andrebbe letto, se non altro per rendersi conto di alcune piaghe che credevamo sparite con il vaiolo ed invece...

E poi, lasciatemelo dire, anche l'immigrazione ha un ruolo chiave nella vicenda. Di questi tempi se ne parla molto ma se ne sa poco. Ad esempio, e poi chiudo perché non è questo il momento adatto per parlarne, la sofferenza di chi è costretto a spostarsi, lasciando indietro abitudini, consuetudini e sicurezze culturali è completamente tralasciata. Non ce ne curiamo, non ce ne preoccupiamo minimamente, come se noi fossimo altrettanto pronti a fare i bagagli per ricominciare lì dove la mozzarella non hanno nemmeno idea di cosa sia.

Piccolezze, certo... ma sono le gocce che fanno il mare. O no?


Fatti non foste a vivere come logorroici, e dunque chiudo qui il messaggio in bottiglia.

D'altronde, la questione rimane apertissima: fino a che età si può spendere energie per il proprio futuro e per quello delle persone che ci circondano?

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