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Libri / Caino

Caino

Non vorrei sbagliare (ma ho un sufficiente numero di detrattori che sicuramente me lo farà notare, nel caso), ma questo è l'ultimo romanzo pubblicato da Saramago quando era in vita. Dopo il 2010, anno della sua disgraziata dipartita, qualche altra scartoffia è stata tolta dai suoi cassetti e messa sul mercato, ma ovviamente non è la stessa cosa: quando si pubblica e si respira è un conto; quando si è morti e si viene pubblicati, è un altro.


Devo dire che ho visto molto spesso questo volume nei miei viaggi nelle librerie, sempre alla ricerca di qualcosa di bello da portare a casa. Lo vedevo, lo tenevo in mano, qualche volta leggevo qualcosa che vi era scritto sopra, ma non ho mai deciso di comprarlo. Non avevo ancora incontrato Saramago sul serio; non avevo ancora letto "Le intermittenze della morte", non avevo ancora letto "Cecità", insomma di lui non mi ero ancora invaghito come poi è successo in seguito. Ma gli amori, si sa, scoppiano all'improvviso e destano poi l'interesse per tutto ciò che è accaduto prima del nostro arrivo: e così, puntualmente ma solo adesso, quando mi ritrovo tra le mani qualcosa di Saramago so che intendo leggerlo, e so che troverò qualcosa che mi colpirà.

Nel caso di questo volume, datato 2009 e pubblicato in Italia dalla Feltrinelli, sono stato colpito (e affondato) su più fronti.

Comincerei con il più becero ma anche il più affascinante: trovare scrittori così finemente impegnati nello smontare le figure religiose, è sempre più raro e sempre meno divertente. Noi poveri atei, bombardati come siamo da stimoli religiosi che ottenebrano la mente della maggior parte della gente che ci gira intorno, riusciamo a trovare poco rifugio nella letteratura: anche i libri sono intessuti di un sentimento pseudo-religioso e pseudo-cattolico che lascia storditi e infastiditi, al punto che conviene sempre chiedersi: riuscirò a sopravvivere ad un'ennesima stilettata clericale mascherata da buonismo laico?

Con questo volumetto (appena 142 pagine) non succede. La figura di Dio esce sconfitta, ridicolizzata, umanizzata nel peggior senso che questo termine possa avere. E' un Dio invidioso, vendicativo, ingiusto, disinteressato e costantemente in errore quello che Saramago propone durante il racconto del personaggio Caino, uno dei più controversi della storia cristiana. Il fratello "cattivo" che uccide quello "buono". Il disastro più grande. L'incredibile atto di ferocia ai danni del proprio stesso sangue. E proprio mentre il racconto si snoda, lasciandoci intravedere un Caino che non è l'incarnazione di tutto il male del mondo, ma un semplice essere umano con i suoi istinti bassi ed alti allo stesso tempo, si palesano una serie di personaggi radicati (purtroppo) nella coscienza comune: Adamo, Eva, Lilith, Noè, Abramo, Isacco, che ci vengono presentati o come vittime sacrificali di un Dio incredibilmente stolto e vanitoso, o come cavalli col paraocchi che non sanno dove volgere la propria intelligenza e allora si affidano a qualcosa che è più grande di loro e che però, in qualche modo, li umilia con incredibile ferocia.


"Il lettore ha letto bene, il signore ha ordinato ad Abramo di sacrificargli proprio il figlio, e tutto con la massima semplicità, come chi chiede un bicchiere d'acqua quando ha sete, il che significa che era una sua abitudine, e ben radicata. La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che Abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così."

E così, dunque, assistiamo ad un altro evento assolutamente incredibile e mirabile: Saramago, cioè lo scrittore, cioè chi la storia la inventa ma non vi prende parte (nella maggior parte dei casi), è invece in ogni sentenza, in ogni presa in giro, in ogni puntuale riflessione che si rivolge contro Dio ed il suo seguito (bellissime le descrizioni degli angeli, che ci vengono proposti come manovali o al massimo come custodi stolti e privi di una propria identità, annoiati dalla vita in Paradiso e stufi di essere alle prese con un principale così vanesio); Saramago è ovunque, e siccome si tratta di una narrazione "religiosa", è ovunque il pensiero critico di ogni ateo che si rispetti, qui incarnato in un narratore che è così palesemente di parte da creare un libro nel libro.


"E' possibile che il signore avesse voluto punire la curiosità come se si trattasse di un peccato mortale, ma anche questo non depone molto a favore della sua intelligenza."

Dunque come non creare, seppur accennandoli solamente in questa sede, ponti di comunicazione con quanto oggi accade nel mondo che viviamo, in particolar modo in questa Italia svenduta al peggior offerente?

Di episodio biblico in episodio biblico, Caino affronta un viaggio tra passati, presenti, futuri, tutti rigorosamente al plurale e tutti, in qualche modo, collegati tra loro: dal viaggio a Sodoma e Gomorra, alla cui distruzione assiste e sulla quale ha da ridire, all'arca di Noè che avrà un finale totalmente stravolto eppure molto più simile a ciò che in realtà sarebbe potuto accadere se ci fosse stato qualcuno di intelligente nelle vicinanze.

Nemmeno la fede più cieca, come quella del buon Giobbe, può nulla contro questo Dio birichino e infantile, che pur di vincere una scommessa con Satana rende la vita degli esseri umani infelice e miserrima ( "Il signore sarà forse giusto, come affermano tanti, ma a me non sembra."), e non c'è riparo che tenga, nemmeno quello che dovrebbe ipoteticamente garantire l'essere una persona onesta.

La legge divina diventa, quindi, legge di Dio per suo unico piacere personale, in un turbinio di capricci che l'essere supremo tenta di accontentare a discapito del pianeta.

Anche Adamo ed Eva, che incontriamo ad apertura del libro, appaiono molto più consapevoli del loro essere uomini di quanto possa apparire in un primo momento.


Questa, insomma, è una rilettura feroce e sarcastica di una parte del mondo religioso, con i suoi miti, i suoi eroi, i suoi cherubini e tutto ciò che ne consegue. Una rilettura ironica, assolutamente lucida, cattiva e incredibilmente razionale, che spinge alla riflessione molto più di quanto una qualunque enciclica non potrà fare mai.

Ed è un peccato, siamo tutti d'accordo, che non sia questo il materiale che circola nelle scuole o nelle università, dove c'è sempre posto per un manifesto con il volto di qualche prete di periferia ma non c'è mai spazio per qualcosa di veramente costruttivo, personalmente e socialmente parlando.


"Secondo me, se il signore non si fida delle persone che credono in lui, allora non vedo perché queste persone debbano fidarsi del signore."


Posso spararla grossa?

Io spero che Dio esista solo perché mi piace pensare che Saramago sia andato a dirgliene quattro.


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