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Emilio

Al termine della lettura di questo volume, iniziato e approfondito per studio e non per una iniziale iniziativa personale, mi sono chiesto con estrema sincerità: è ancora possibile parlare di Emilio come di un esempio pedagogico di valore, al giorno d'oggi? Siamo in presenza di un'opera puramente accademica e che quindi solo in mezzo agli studi universitari può ancora trovare il suo habitat naturale o possiamo invece ancora essere interessati, presi, rapiti e coinvolti da ciò che qualcuno ha scritto e pubblicato 253 anni fa, in situazioni sociali, economiche, di costume, politiche e culturali così diverse da quelle in cui io sto scrivendo, voi leggendo e noi vivendo più o meno allegramente?

Siccome io vivo nel presente, ed è nel presente che tento di lanciare un qualche messaggio di sorta, eviterò di farvi una digressione storico-letteraria-filosofica su Jean-Jacques Rousseau, anche perché non credo di esserne all'altezza e poi, soprattutto direi, perché con tutto ciò si sono già cimentati fior fior di menti pensanti (chi più chi meno) ed io non ho alcuna intenzione di mettermi in mezzo a loro, che di paroloni ne conoscono tanti e sono anche piuttosto suscettibili. Mi limiterò a dire, per completezza, che l'opera fu parecchio censurata all'epoca, e costò a Rousseau una fuga in presa diretta.

Censura perché? Censura per il suo contenuto all'epoca piuttosto rivoluzionario, se mi lasciate passare indenne il termine: schierarsi a favore dell'allattamento in un mondo in cui c'era la balia ad occuparsi del piccolo e delle sue poppate, rappresentò uno dei tantissimi motivi; tentare di mettere giù un prontuario pedagogico che prevedeva la fuga dalla città in favore di una educazione all'aperto, fu un altro tassello; parlare di sensi, esperienze dirette, proprietà privata e lanciarsi contro la fretta che taluni avevano nell'insegnare ai giovani a leggere, scrivere, obbedire e imparare a memoria nozioni puramente teoriche e quindi del tutto inutili, fu ulteriore materiale difficile da digerire nella metà del '700. Ma soprattutto, io credo, censura perché si ha sempre paura di chi scrive qualcosa mirando ai bambini. Che siano cose positive o negative (e d'altronde chi può dirlo con precisione quale sia bene e quale sia male?) quando si parla di bambini, cioè di esseri umani che avranno nel futuro compiti attualmente nelle mani degli "adulti", c'è sempre una reticenza, una paura generale, un terrore che si possano gettare dei semi pericolosi e quindi fastidiosi per lo stato imperante delle cose. Quando si raggiunge un equilibrio, è difficile che si voglia poi romperlo. Cadrebbero troppi privilegi, si cambierebbero troppe abitudini, andrebbero via col vento troppe certezze, specialmente quelle sociali di cui tutti si nutrono disperatamente. Ora come allora, non ci sono eccezioni: chi detiene il sapere, dunque il potere, mal digerisce che circoli liberamente e che possa quindi (con un po' di fortuna) aprire nuove porte e scardinare vecchi ordini faticosamente eretti a difesa di questa o quella potenza sociale.

E allora: è ancora possibile parlare dell'immaginario alunno Emilio al giorno d'oggi?

Temo che non solo sia possibile, come ha dimostrato il mio interesse nel trattarlo, ma che sia anzi auspicabile.

E con un po' di pazienza (vostra) e qualche piccola annotazione (mia), tenterò di spiegarne il motivo.

Tuttavia, per chi già fin qui si fosse annoiato: hai la mia più totale comprensione. Mi sono annoiato anche io a scrivere. Ma il bello viene adesso.


"Tutto è bene quando esce dalle mani dell'Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell'uomo."

Il libro inizia con questa importante affermazione. Mi ricorda una frase di Alda Merini: "Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri."

Per quanto Rousseau faccia spesse volte riferimento a Dio (Autore è un altro modo di chiamarlo), e dunque incontri la mia totale reticenza in questo senso, esprime però in questo singolo caso un concetto importante: sono gli altri che ci sfigurano. E se ci pensiamo bene, è così. Volendo fare un parallelismo ai nostri tempi (era questo che vi aspettavate, no?): quanto siamo sicuri di noi stessi, dopo un insulto che ha per esempio sottolineato una nostra carenza fisica? Quante malinconie nascono in noi per colpa nostra e di pensieri nostri, e quante invece per aver ascoltato una frase altrui o l'aver dovuto accettare un giudizio assolutamente indelicato? Il nostro umore, dipende unicamente dalle vittorie conseguite e quindi dalle sconfitte, o sono invece molto più spesso le vittorie e le sconfitte altrui che possono toglierci e metterci un sorriso sul volto?

Ancora: "Si vede subito che 'per piacere' significa in bocca loro 'per mio piacere', e che 'vi prego' significa 'vi ordino'". Non è rivoluzionario? Non è esattamente quello che sentiamo ogni volta che ci "suggeriscono caldamente" di fare una cosa o quando ad una richiesta di qualunque tipo ci rispondono "fai come vuoi"? Ed ecco un nuovo allaccio al futuro: la contrarietà alle formule di cortesia che imperversano in ogni dove e non si riesce mai a metterle a tacere come si deve. Siamo un popolo composto da cattiveria ed intercalari, ma sorridiamo amabilmente e siamo sempre disposti ad ingraziarci questo o quel politico di turno, quando c'è da sistemare un cugino in fabbrica.

"Non date al vostro allievo lezioni verbali di nessuna specie; egli non deve riceverne che dall'esperienza." E qui, sinceramente, si apre un mondo anche troppo vasto per una trattazione rapida come questa intenzionalmente è. Tuttavia, come non far andare il nostro pensiero all'intero ambito educativo che pretende di formarci in modo competitivo? Come non volgere il nostro sguardo accusatore a tutte le scuole di ogni grado e tipo che siamo stati costretti a sorbirci? Come non ricordare le poesie imparate a memoria, i tomi esageratamente lunghi che pretendevano di insegnarci qualcosa che non avevamo mai visto, le conferenze noiose, i discorsi tirati per le lunghe, le infinite trattazioni di qualcosa che, appunto, bastava semplicemente mostrare? Quanto lavoro ancora c'è da fare, affinché non si viva di sola teoria in un mondo accademico dove le esperienze non valgono praticamente nulla? E, per estensione: in un mondo lavorativo in cui la bravura non ha valenza ma un foglio di carta comprato a rate sì?


Ci avviamo alla conclusione e me ne dispiaccio enormemente: avrei voluto scrivere molto di più e con moltissimi più esempi e collegamenti, ma il tempo stringe come stringe la possibilità che un utente medio di internet sia arrivato a leggere fino a questo punto.

Tuttavia, uno spunto finale ce lo dà Rousseau verso la fine del volume, a proposito dell'educazione delle donne: "Quando spiegate loro gli articoli di fede, che ciò avvenga in forma di istruzione diretta, e non per domande e risposte." e aggiunge poco dopo: "Non fate delle vostre figlie delle teologhe e delle ragionatrici; abituatele a sentirsi sempre sotto l'occhio di Dio."

E adesso ditemi: quanto male ha portato e sta ancora portando questo modo di concepire la religione come uno sterminato campo di dogmi ai quali non ci si può sottrarre? Ecco il motivo intrinseco della profonda inadeguatezza italiana su ogni campo: eutanasia, unioni civili, adozioni, aborto, xenofobia. Siamo rimasti ancorati ad un'idea terribile di religione: quello che ti dicono i suoi esponenti clericali non può e non deve essere discusso, altrimenti ti aspetta Barbablù.

Non è incredibile che non sia praticamente cambiato nulla, sotto certi punti di vista, nonostante il tempo trascorso da queste parole al giorno d'oggi sia piuttosto consistente?

Ancora ci ritroviamo vittime di un popolo di belanti rincoglioniti che non cedono il passo non solo al progresso, ma nemmeno alla civiltà!

Il tutto in nome, ovviamente, di un'ortodossia che come vedete ha origini antichissime e che non ha mai smesso di mietere vittime.


No.

Se non fosse stato un testo d'esame non avrei mai comprato questo volume di Rousseau.

Sì.

Sento di consigliarne la lettura per i motivi elencati e per una marea di altri esempi, disseminati nelle sue pagine, che possono darci un'idea assolutamente perfetta non solo di quello che al tempo veniva considerato giusto e sbagliato, ma anche di ciò che oggi, seppure in forme diverse, continua ad essere il male del secolo: la diseducazione.

C'è un collegamento assolutamente straordinario tra ciò che l'opera dice e quello che noi viviamo, e in alcuni casi non bisogna nemmeno fare troppo sforzo per renderlo evidente.

Certo, è ovvio: ognuno interpreta le cose a modo suo. Si può essere o non essere d'accordo con Rousseau (ad esempio aveva una concezione femminile che lasciava molto a desiderare: "Sono capaci le donne di un solido ragionamento? Merita che lo coltivino?"), ma non gli si può negare di essere stato un pioniere, a suo modo, nel campo pedagogico.

E, mi si permetta quest'ultima annotazione, la pedagogia non è morta per niente. E' morta la sensazione che ce ne sia bisogno per poter essere un popolo all'altezza di questo nome. Ma non è mai detta l'ultima parola, e tutto quello a cui assistiamo è importante per capire il degrado che abbiamo raggiunto in termini di coscienza di sé e del prossimo, al quale preferiamo dare un calcio in faccia piuttosto che una carezza.

Con questo Rousseau centra poco.

Ma quello di cui si è occupato no.

Formare uomini non è mai un compito facile, ma è bene che qualcuno torni a farlo.

Immediatamente.

Adesso.

Prima che sia troppo tardi.

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