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Libri / Felicità E' Un Pizzico Di Noce Moscata

Felicità E' Un Pizzico Di Noce Moscata

Non so se siete informati, al riguardo: la Sperling & Kupfer ha fatto uscire, qualche tempo fa, una collana di libri che rientrava nella campagna "Appuntamento al buio (con un libro)". In sostanza, non c'era la possibilità di sapere che libro si stesse comprando, ma ci si poteva affidare solamente alla descrizione piuttosto generale posta sulla copertina.

Di questo progetto (poi smontato a causa di qualche idiota che ha svelato tutti i titoli dei libri con le relative copertine "misteriose") fa parte questo volume, uscito per la prima volta nel 2012 e firmato da Maria Goodin, insegnante e assistente sociale, qui alle prese con il suo primo romanzo.

A dispetto del titolo (e della copertina, più consona ad un libro di Moccia), il libro non è affatto un'opera frivola o puramente sentimentale, nell'accezione ormai tristemente comune del termine, ma è un buon affresco di un'esistenza, anzi due, anzi molteplici, che girano intorno al cibo e alla fantasia. Una fantasia, però, che fa coppia con la follia.


Valerie ha sempre raccontato alla figlia Meg le storie più assurde, sulla sua infanzia.

Le ha raccontato, per esempio, di essere stata una bambina talmente dolce da essere utilizzata, anche dai vicini, come zucchero per le loro tisane, nelle quali intingevano i piedi della piccolina. Le ha raccontato, sempre per esempio, che la cicatrice sulla fronte è stata opera di una chela di granchio, sfuggita al controllo. Le ha raccontato di essere nata a causa di un timer da cucina che ha suonato troppo presto, di essere stata presa con una padella subito dopo il parto, di essere stata messa a bagnomaria per due ore dopo essere cascata nel congelatore. Insomma: il passato di una Meg ormai cresciuta è stato ingombrante, caratterizzato dalla fantasia materna che l'ha portata da piccolina a scontrarsi con una realtà che mal tollerava i suoi racconti e i suoi aneddoti, tanto da essere diventata, nel corso del tempo, una donna adulta devota solamente alla razionalità e al lucido calcolo. Complice anche il fidanzato Mark (calcolatore e sentimentalmente freddo), Meg ha smontato pezzo per pezzo l'idea della sua infanzia così come Valerie l'aveva illustrata, arrivando a mettere in dubbio ogni cosa: il misterioso incidente che aveva tolto la vita a suo padre, i suoi primi anni, il rapporto con i suoi nonni, il suo stesso rapporto con la madre.

In un turbinio di bugie e fantasie sfrenate, il passato di Meg sembra essere avvolto dal mistero.

Se la giovane riuscirà o meno a sbrogliare i fili, e a quale prezzo, è trama che non racconto per ovvie ragioni.


Il romanzo è valido, almeno secondo il mio modesto parere. E' valido per alcuni motivi che concorrono a farne un'opera interessante sotto diversi punti di vista.

In primis, la fantasia viene proposta analizzandola dall'altro lato del suo faccione così sorridente: un lato oscuro, di difficile comprensione, un lato che ha molto in comune con la bugia, con la follia, con l'illusione, con le ombre che si possono gettare su una vita. Anche il ruolo materno, solitamente così positivo, assume dei colori grotteschi e incerti: quando si può parlare di "bugie a fin di bene"? Quanto è lecito nascondere, di un passato oscuro, per evitare che faccia male alla propria figlia? E ancora il cibo, che per Valerie è una valvola di sfogo da sempre: sformati, dolci, pasticcini, confetture, arrosti, creme, salse, ciambelle, tutto diventa motivo di orgoglio per la madre e di incanto per il palato dei vicini, a cui vengono recapitate bontà ogni giorno senza che la donna si faccia però dei veri e propri amici. Valerie vive in un isolamento continuo dal resto del mondo, che rompe solo tramite i suoi manicaretti, che offre volentieri ai vicini senza che questi abbiano nemmeno la possibilità di ringraziarla.

E poi la figura del giardiniere Ewan e del suo cane Digger, che rappresentano un punto di rottura con l'universo ordinato ed eccessivamente razionale di Mark e Meg.

E poi, ancora, storie mitologiche, fantastiche, carezze agli alberi, nottate spese a cercare di sorprendere una fatina addormentata sono un mucchio di fogli secche.

E poi, ancora, gettata sull'intera opera come un'ombra scura, la malattia.

In un insieme di note positive e negative, leggere e profonde, sfiziose o barocche, il libro vola via come se non fosse composto da 310 pagine. Si legge velocemente, si beve quasi in un sorso, ed è frizzantino al punto giusto che ci si ritrova ubriachi senza nemmeno avere l'idea di aver bevuto tanto.

Buona la caratterizzazione dei personaggi, che a seconda delle loro caratteristiche riescono a farsi odiare (Mark lo avrei ucciso con le mie stesse mani) o viceversa, a riceve subito dal lettore un affetto incondizionato (come non amare la vecchissima vicina di casa, Beryl Lampard?).


Nonostante i profumi, i dolci, le bontà che gironzolano per queste pagine, la tristezza è una componente importante dell'opera.

Insomma, non legga questo libro chi già attraversa un periodo disastroso o in cui, semplicemente, è particolarmente fragile.

Ma per tutto il resto della ciurma (sapientoni esclusi, ovviamente; nessun trattato filosofico, qui) è una lettura abbastanza adatta a passare qualche giorno senza arrovellarsi il cervello ma nemmeno lasciandosi andare a letture inutili e gonfie di stronzate.

E si riflette anche non poco, cosa piuttosto rara in verità.


E' giusto proteggere qualcuno, che sia un figlio o una madre o un fidanzato, da qualcosa che riteniamo sia motivo di disonore personale?

E' giusto utilizzare la fantasia per riempire un passato altrimenti brutale, cattivo, privo di bei ricordi e di belle persone?

E' giusto pretendere delle spiegazioni?

E qual è, in sostanza, la linea che distingue l'immaginazione sfrenata dalla totale mancanza di senno?

Domande che, ragionandoci, non sono troppo lontane da ciò che viviamo ogni giorno. Dagli incontri che facciamo, dalle persone che conosciamo via via sul cammino; a chi non è mai capitato di tacere su un episodio personale convinto che avrebbe potuto rovinare un nascente rapporto?

Di fatto, accettare e accettarsi è la sola via possibile. Oppure no?


E' un romanzo in cui schierarsi, in alcuni casi, diventa estremamente difficile.

Chi ha ragione ad aver agito come ha agito? E chi invece ha torto?

Domande a cui non dà risposte nemmeno la vita, nella maggior parte dei casi; figuriamoci noi.

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