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Sette Fiori Di Senape

Mi rivolgo a chi, come me, ama la letteratura fino a farne talvolta un piacere vero e proprio e talvolta quasi un lavoro, ovviamente non retribuito: vi capita spesso, riflettendoci a fondo, di leggere un libro che sia davvero capace di smuovervi qualcosa dentro? Di cambiare, in qualche modo, anche solo una piccolissima parte di voi?

Non parlo di libri belli, bellissimi, a volte addirittura superbi per metodo di scrittura e situazioni descritte. Parlo, più intimamente, di qualcosa che nulla ha a che fare con la tecnica, la lunghezza, la laboriosità della ricerca; parlo di ciò che tocca alcune corde interiori, le stimola, le fa vibrare, facendovi un servizio non indifferente individuandovele e mettendovi a conoscenza della loro esistenza.

A me succede raramente, per quanto legga spesso e spesso mi trovi di fronte a volumi che mi colpiscono per la loro bellezza. A conferma, questo, di come la bellezza sia fatta di talmente tante facce che forse posso ritenermi addirittura bello io, per quanto assurda possa sembrare la cosa.

Ma questo è un altro discorso. Forse.


Uscito nel 2010 (ma in Italia arriverà solo un anno dopo) e firmato da Conor Grennan, il libro si presenta come un resoconto (credo anche piuttosto fedele e molto poco romanzato) di un viaggio che il protagonista fa. Inizialmente, lo dice chiaramente, doveva trattarsi di un viaggio intorno al mondo, con tanto di tappe disseminate lungo il percorso. Poi, però, dopo aver trascorso 3 mesi in un orfanotrofio in Nepal, qualcosa succede. Succede in mezzo ai bambini e alla loro accoglienza, succende in un paese sfinito dalla guerra tra monarchia e maoisti, succede con la compagnia di Farid e di tutti quelli che, nativi o meno del posto, hanno a che fare con quella struttura. E così, nonostante Conor riparta effettivamente passati i 3 mesi, il Nepal si inserisce di prepotenza nel cuore dell'avventore (incauto?) fino a "costringerlo" a ritornarci e a stabilirsi lì per anni.

Detta così suona male. O forse, molto più semplicemente, ho scritto male io. Resta il fatto che il libro, 330 pagine di purissimo godimento, trasporta il lettore di prepotenza in una storia meravigliosa e in un luogo tanto affascinante quanto pericoloso. Tratta di minori, cibo che scarseggia, organizzazioni umanitarie che fanno quello che possono, bambini che vengono rapiti e venduti come schiavi, famiglie costrette a separarsi per mancanza di fondi o semplicemente per ignoranza, politica del tutto assente, rivolte, scioperi, minibus con i freni che fischiano, caldo, umido, giocattoli fatti con lo spago, tutto concorre a fare un ritratto realistico di uno dei luoghi di cui probabilmente meno sentiamo parlare (in favore del vicinissimo Tibet) ma che, a quanto pare, come ogni luogo geografico su questa Terra ha moltissimo da offrire in quanto a ricchezza umana.


Lo dicono tutti: se una storia è "vera", attira di più. Nel mio caso, più che esserne attirato (è stato un regalo), ne sono stato colpito. Siamo tutti esseri umani, collegati da uno stranissimo filo conduttore, e dunque leggendo di Conor, dei bambini, delle associazioni, del terribile Golkka, ci si sente quasi chiamati in causa: non sono personaggi di un romanzo di fantasia, ma gente in carne e ossa che ha fatto il male che è raccontato e allo stesso modo ha fatto il bene. Formiche, laboriose e generose, che hanno intessuto una tela di salvaguardia per i bambini del posto e successivamente per le loro famiglie ritrovate, lottando contro un territorio ostile, una guerra in atto e un manipolo di gente "cattiva", pronta a tutto per metter su qualche soldo.

Da questa esperienza in Nepal, la vita di Conor ne esce stravolta: nuovi amici, un nuovo amore (la parte probabilmente più antipatica del libro), una nuova fede (ognuno, che volete, ha i suoi difetti), una nuova consapevolezza e un nuovo lavoro, in seguito alla fondazione di Next Generation Nepal, che l'autore avvia e a cui sono stati devoluti parte dei proventi di quest'opera.

Eppure, le associazioni di cui Conor parla sono tante. Sono tante anche le persone che lui cita e che vi lavorano (nomi che facilmente si possono trovare su internet, come quello della Umbrella Foundation) al punto che ci si chiede, ad un certo punto: c'era davvero bisogno di una ennesima onlus? E la risposta è: sì. Assolutamente. Di fronte ai numerosi problemi che il libro mette in luce (accanto a bellezze estreme, di contro) pare non esserci mai gente sufficiente a fronteggiare il disagio e la povertà. Eppure, Conor in primissima istanza ma anche tutti i collegamenti che riesce a creare, appaiono come una importantissima risorsa che spesso, a dispetto di tutto e tutti, riesce a portare a termine il proprio compito.

Nello specifico, e poi mi fermo perché non voglio dire troppo, riuscire a mettere nuovamente in collegamento gli "orfani" con le loro famiglie.

Vieni infatti fuori un'usanza, quasi: quella di affidare ad estranei i figli che si spera di salvare dalla miseria, salvo poi non saperne più nulla (perché gli estranei in questione, molto spesso, sono trafficanti di minori vestiti a festa delle migliori intenzioni).


Un libro straordinario, dunque. Edito da Piemme e venduto alla cifra di 5 euro e 90 centesimi, nel caso si tratti dell'edizione che ha per le mani il sottoscritto.


"In Nepal avevo imparato un tipo di pazienza che non mi veniva naturale. Ci sono meno stimoli, meno fretta di fare le cose. La gente è tranquilla, può starsene seduta a lungo a contemplare i campi, i propri animali o i propri figli piccoli che giocano."

Si apre, dunque, una finestra incredibilmente importante su un universo totalmente distante dal nostro solido Occidente, e che pure abbiamo ad un tiro di schioppo, ipoteticamente. Un luogo magico ma distante, affascinante ma enormemente pericoloso, dove l'infanzia non solo non viene affatto tutelata, ma è quasi vissuta come un peso, come una risorsa su cui poter lucrare con la massima tranquillità.

All'inizio, poi, e per una buona metà del libro, fa da sfondo (come accennato) il conflitto tra il re e maoisti, fino alla tregua firmata e alla successiva pace, a volte solo apparente.

Gli uffici delle istituzioni sono presi d'assalto da famiglie che non sanno come andare avanti, la povertà vive da grande privilegiata nelle capanne di paglia e fango secco, eppure la generosità della gente colpisce i nostri sensi ormai abituati al niente, e il sorriso che sono in grado di donare lascia meravigliosamente sorpresi. Il sorriso insieme alle noci con il miele, o alle uova, ricchezze inaudite che schiaffeggiano i nostri sprechi e le nostre tavole.


C'è da parlarne ancora?

No.

Adesso c'è da leggerne, io credo. C'è da informarsi. C'è da comprare il libro (e credetemi, se languono le letture potrebbe essere un bellissimo regalo che vi fate) e da immergersi in un'opera capace di sorprenderci e sì, di cambiarci.


Piccola nota a margine: il titolo, nella versione italiana, lascia leggermente a desiderare. In realtà l'opera è uscita originariamente sotto il nome di "Little princes", dal nome dell'orfanotrofio in cui si reca Conor all'inizio dell'avventura. E anche i bambini che vi abitano, con la loro straordinaria normalità nonostante tutto il vissuto, vengono chiamati appunto "piccoli principi".


Ci sono nomi di cui imparerete a conoscere le storie. Bambini, bambine, ragazzi e ragazzi di cui vi interesserete improvvisamente, scoprendo un'empatia ormai così lontana dai nostri modi di fare.


C'è un mondo oltre la porta di casa, sembrano dirci tutti insieme.

Visitatelo, perché ne vale la pena.


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