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Il Mercante Di Luce

"Cantami, o diva, l'ira funesta del pelide Achille che infiniti lutti addusse agli achei: e poi vai fuori dai coglioni che manco t'immagini quali sono i miei."


Uscito nel 2014 per Einaudi e arrivato tra le mie mani proprio in occasione delle festività natalizie, questo è un romanzo che ci tenevo a leggere in maniera incredibile e verso cui, sì lo ammetto, avevo aspettative ampie e profonde.

Un po' perché Vecchioni ha rappresentato e rappresenta (contrariamente a quanto possano pensare i puristi più per la sua ultima produzione che per quella degli inizi) una incredibile compagnia musicale, per il sottoscritto; un po' perché l'ho sempre immaginato incredibilmente innamorato della sua antica professione di insegnante, verso cui nutrivo (e adesso ancor di più) una curiosità quasi morbosa.

Di fatto, tutta la sua carriera da docente di lettere classiche e moderne è qui, in quest'opera sfavillante e rapida, travolgente, che poco concede in termini di lunghezza effettiva (appena 123 pagine se contiamo l'appendice finale in cui dà alcune delucidazioni sulle tragedie citate all'interno dell'opera) ma scandaglia con precisione chirurgica e sognante le molteplici facce dell'essere umano.

A dispetto di una trama piuttosto banale, se di banalità possiamo parlare, (un padre, qualche verso, un figlio malato e prossimo alla morte) le pagine vibrano di una forza incredibile, e nonostante il poco tempo che obiettivamente ci vuole per poter iniziare la prima pagina e abbandonare l'ultima, ti attacchi a ciò che viene detto e comincia crescere, pagina dopo pagina, la sensazione che ti mancherà ciò che è stato tirato su così in fretta.


Il fortissimo legame che caratterizza il protagonista, il professor Quondam (che in latino significa "una volta, un tempo" ma può anche significare "anticamente"), con il mondo classico ed ellenico soprattutto è un chiaro omaggio dell'autore all'universo letterario che lo ha influenzato sia musicalmente che, posso solo presupporlo, umanamente.

Di continuo vengono citati frammenti di Saffo, Archiloco, Alcmane, Omero, e poi Sofocle, Euripide, in un turbinio di autori che vengono a giusta ragione scomodati per entrare nell'incanto che il protagonista tenta di costruire per il figlio, prima che sia troppo tardi, prima che vada via senza bellezza negli occhi.

Le citazioni si sprecherebbero, e non vorrei nemmeno rovinare la sorpresa dei futuri lettori (che spero saranno molti perché ne vale la pena), ma il mondo antico viene rivestito completamente di una modernità, di una contemporaneità che non ha probabilmente mai perso. Lo stesso discorso che si sviluppa intorno alla Grecia è semplicemente perfetto: "Ogni guerra, disparità, confusione politica, mania religiosa è nata, vissuta, cresciuta in un solo arco di anni: è stata una parentesi cieca nel tempo e non ha mai considerato l'uomo di sempre, la persona al di là di questi limiti. La Grecia no. Gli uomini li ha percorsi tutti e scandagliati, sbugiardati, ha esaltato il loro pensiero rispetto all'eterno, non davanti a una guerra dei cent'anni." E ancora, e i lettori mi perdoneranno per il furto alle pagine: "La Grecia è stata prima e oltre: tutto ciò se l'era immaginato, l'aveva già pensato, l'aveva inventato."

E però non concordo assolutamente con alcuni commenti all'opera trovati in rete, dove qualcuno palesava il bisogno di aver frequentato studi umanistici per poter comprendere un libro altrimenti difficile, impossibile da capire. Personalmente quegli studi umanistici li ho fatti, certo...ma a che prezzo? La bellezza di alcuni versi l'ho vista leggendo questo libro, mica frequentando per 5 anni un liceo classico.

I professori comincino a farsi domande, proporrei.

Ma soprattutto la smettano di darsi risposte rassicuranti da soli e comincino a chiedere pareri altrui.


Si parla di amore, di morte, di sacrificio, di coraggio, di suicidio, di altissimo senso dell'onore e dell'onere, di bellezza, di distacco, di lontananza, di passioni, e niente che manchi a questo complesso universo condensato in poche densissime pagine.

Un libro che forse è per ora un unicum tra quelli che ho letto, e che anzi mi sentirei proprio di consigliare a coloro che sono liberi da impostazioni mentali ricevute al liceo.

Siamo sempre così spaventati da ciò che è lontano dai noi solo perché ci fanno leggere libri sbagliati?


"Le cose più belle non durano, Marco, le cose più grandi sfolgorano, non spandono luce tenue per anni."

Un'altra meravigliosa discesa negli "inferi" che il romanzo compie è nei confronti della vita privata del protagonista, separato da una moglie che ha tentato fino all'ultimo di riuscire a tener dietro a quel distacco incredibile che avvertiva esserci tra la sua piccola esistenza e la grandiosa essenza del professore. Di fatto, però, Quondam è solo. Ed è solo non tanto perché incapace di rapporti umani o perché burbero o perché cattivo, quanto per il suo distacco mentale e quasi fisico da ciò che lo circonda.

Il protagonista non è solamente innamorato dei mondi lontani di cui parla e con i quali fa invaghire gli studenti come il suo predecessore aveva fatto con lui, ma è addirittura disperso in questi universi, in un limbo tra ciò che c'è d'intorno (il figlio, la sua malattia, il suo matrimonio naufragato) e ciò che naviga a vista nel suo cervello, che lo strappa dalla realtà, che lo relega in un universo noto solamente a lui.


E' un libro impegnativo, dal finale probabilmente più scontato di come avrebbe potuto essere e che si "rovina" nelle ultimissime frasi, ma che ci consegna un ritratto incredibilmente forte di un essere umano che poi, come spesso accade con i buoni libri, è anche la rappresentazione di una certa parte di umanità, sempre impegnata a capire il senso profondo delle cose, sempre con gli occhi sognanti, distante da un "oggi" che vive male e da uno "ieri" che lo rassicura.

Vero è che ci vuol coscienza a prendere parte al tutto, e questo Vecchioni sicuramente lo sapeva come sapeva che non avrebbe consegnato alle stampe un'opera di massa. Tuttavia, la forza sta proprio in questa possibilità di "pochi" di potersi riconoscere in qualcosa, in qualcuno, di poter finalmente togliere il velo di vergogna dalla loro malinconia, il lenzuolo che copre il loro tempo trascorso con gli occhi puntati sul vetro di una finestra.


Ci sono deboli che sanno di esserlo, a questo mondo. E la loro debolezza non è né nel ceto sociale di cui fanno parte né nei soldi che posseggono o meno sul conto in banca. La loro debolezza è in ciò in cui credono, è nel mondo idealizzato, nei sentimenti puri che credevano di trovare, nella bellezza osannata che non hanno trovato sul loro cammino, nelle parole perdute, negli aforismi dentro cui hanno perso il senno, il sonno e la fame. Per loro, a questo mondo, non v'è più spazio. Purtroppo. E questo lo sa anche Quondam, in un certo senso. Lo sa Vecchioni, io credo. Lo so persino io.

Eppure, con in mano un libro come questo, vien quasi voglia di continuare ad essere come siamo.

Purché poi, ovviamente, qualcuno scriva di noi.


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