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Quando Eravamo Grandi

"C'era una volta una donna che scoprì di essere diventata la persona sbagliata."


Io potrei metterci la mano sul fuoco nello scommettere che il guardarsi indietro e l'interrogarsi sulle scelte fatte è uno dei passatempi più dannosi e allo stesso tempo più in voga per ogni essere umano che si rispetti, o che, almeno, abbia quel po' di tempo da perdere duranto l'arco delle sue giornate.

Il film del 1998, "Sliding Doors", ci aveva messi di fronte ad una delle possibilità più belle che possano capitare ad essere vivente: vivere, in qualche modo e parallelamente, le due vite a portata di mano.

E però, c'è prima da interrogarsi in questo senso: cosa rappresenta lo spartitraffico preciso tra quello che diventiamo e quello che saremmo potuti essere?

Una scelta, certo...ma quale tipo di scelta? Un piatto preso al posto di un altro in un ristorante? Un autobus che perdiamo? Uno sguardo che non approfondiamo? Una telefonata che decidiamo di rimandare, un dolce scelto a discapito di un altro, questo pantalone indossato anziché quello? Cos'è, e soprattutto quando, che decide del nostro futuro marchiando per sempre la vita che avremo e mettendo sotto il tappeto della coscienza quella che avremmo potuto avere?

E ancora: è forse possibile, poi, ad un certo punto della vita (nel caso di questo romanzo intorno ai 50 anni) rendersi conto che non si è la persona che si sognava di poter essere? L'amore che abbiamo scelto di seguire, la famiglia che abbiamo messo su e che ci siamo in qualche modo ritrovati ad accudire, l'attività lavorativa che portiamo avanti, ci rappresentano davvero?


Come spesso mi capita ultimamente, ho recuperato questo romanzo da un mercatino dell'usato, pagandolo pochissimi euro e scoprendo però una scrittrice che non mi dispiacerebbe affatto approfondire, leggendo qualche altra prova letteraria che ha offerto nella sua lunga carriera (il primo romanzo risale al 1964).

In sostanza, il libro approfondisce questo tipo di situazione antropologica: una donna, Rebecca, con alle spalle un marito morto, i di lui figli nonché una di sangue, una manica di parenti più o meno presenti e una serie di clienti che prenotano feste di ogni tipo nel suo 'A braccia aperte', la casa che vive di cui alcuni spazi sono proprio utilizzati per cerimonie e ricorrenze, arriva ad un certo punto della sua esistenza chiedendosi se non si tratti di una vita sbagliata, quella che sta conducendo.

Recupera il numero del suo vecchio amore, Will, lasciato all'improvviso per il colpo di fulmine che la porterà al matrimonio con Joe, e insieme ai contatti con l'uomo cerca di ricostruire, tra un pranzo di famiglia e una festa di estranei, il filo conduttore della sua vita, scoprendo, suo malgrado, che non esiste un vincitore tra il presente e il passato, ma che solamente il futuro può dare qualche briciolo di speranza in più.


Le 274 pagine scorrono piacevoli, e d'altronde ho sviluppato nel corso del tempo una piccola predilizione per quei romanzi che trattano di famiglie, seguendo l'evolversi del loro insieme o di un singolo componente inserito però nel contesto più grande; ci sono sempre enormi tragedie, dietro una famiglia che si rispetti, ed enormi bellezze se si riesce ad allenare l'occhio.


"Tuttavia a volte Rebecca si lasciava andare a immaginare: era possibile, dopo tutto, tornare a quel punto in cui la sua vita si era biforcata e questa volta scegliere l'altra strada? Anche così tardi? Anche se aveva già percorso la strada che aveva scelto?"

La gustosa particolarità di questo libro è il modo in cui l'amore viene trattato: ovviamente, per motivi di trama, non mi dilungherò moltissimo in questo senso...ma trovo doveroso sottolineare che se da un lato assistiamo all'idealizzazione dell'amore, se quindi viene proposto questo sentimento come chiave di volta e di lettura di una vita, al contempo viene poi tolto il velo dell'illusione, fino alla consapevolezza ultima e assennata che non è di amore che si deve parlare, se si vuol parlare di una vita. L'amore, come ogni altra cosa, è orpello: gentile, meraviglioso, regale o pessimo, ma è orpello, ed è orpello per un motivo molto semplice e probabilmente banale: per quanto ci possa essere amore e affetto nei confronti di una persona, questa rimane comunque "estranea": cellule che non sono nostre, sangue che non scorre in noi, occhi che non vedono quello che noi vediamo, e soprattutto un cervello che non è il nostro cervello, un vissuto che non è il nostro vissuto e un sentire che non è il nostro sentire.


Di sentimenti "buonisti" non v'è traccia, e questo è già sufficiente trattandosi di un'opera scritta in tempi relativamente recenti (la prima edizione risale al 2001): i figli non sono i migliori del mondo, la cucina non è la più buona del mondo, la casa non è la più bella del mondo, e nemmeno gli amori sono i più passionali del mondo, anzi.

Vi è, in Rebecca, un misto di terra e di aria: è un personaggio molto terreno, sotto certi punti di vista, ed anche fisicamente viene presentato come una donna quasi obesa, dunque con una presenza scenica piuttosto importante, ma nello stesso tempo è capace di voli pindarici e di riflessioni leggere che nulla hanno a che vedere con tutto quello che riguarda il pesante involucro esterno. E' una donna incredibilmente solidale, incredibilmente generosa, e ama avere la casa piena di gente e di ospiti persino improbabili, ma è pronta a mettere in dubbio tutto questo, è pronta a credere che non sia davvero così che il suo cervello voleva evolversi.

Insomma: nulla vi è di certo, nel comportamento umano, ed è un bene che sia così...ci rende cangianti e non c'è niente di meno stancante di un colore che cambia con una certa frequenza.


"Si era mai chiesta se Joe l'avesse sposata perché gli era utile?"

Ecco, in ultima analisi vorrei soffermarmi proprio su questo punto a mio dire importante: nel corso del romanzo, come ho già detto, sono molti i valori che vengono messi in dubbio: non esiste una vita che sia più giusta di altre, né un modo di fare migliore o peggiore. Esistono, questo sì, differenti visioni di insieme.

E' un libro che non stanca perché è un libro poco commerciale, probabilmente, specie se facciamo riferimento a tutto quello a cui siamo abituati oggi. Mucchi di porcherie riempiono le librerie e quel che è peggio, c'è chi compra a tutto spiano opere in cui non c'è mai un dubbio, un tentennamento, una messa in discussione. Tutti scrivono e quel che è peggio, di nuovo, scrivono di sentimenti perfettamente compiuti e sani: niente di più lontano dall'essere umano e dalle macchie che causa ovunque egli vada e qualunque ragionamento faccia.

A coloro i quali la Sorte ha arriso, io questo consiglierei: cominciate a scrivere di quello che la gente vive realmente, non di quello che vivrebbe se fosse un personaggio finto dei romanzi che ci propinate.

In alternativa: non scrivete affatto.

Credo che ci fareste non meno di sette, otto, magari nove favori.

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