Non Garantisco

Interviste / Pietro Verna

Pietro Verna

Prima di chiederti chi sei, o eventualmente chi hai smesso di essere, ti informo che il tuo nome mi ha rapito dal primo momento che l'ho letto. Pietro esprime, comunemente, un'immagine di forza, di ruvida presenza, di materiale da combattimento; Verna, invece, richiama immagini calde, quasi si trattasse di un camino e di una sedia a dondolo, magari con un bicchiere in mano. Credi sia il caso di chiamare la Neuro?


Mi piace l'idea del contrasto, del paradosso. Vesto, con piacere e senza cenno di opposizione, questa tua idea: le sembianze di un "ossimoro umano" mi affascinano. In realtà, preservo tenacia e determinazione a volontà; allo stesso tempo, però, l'abbandono alla nitida sensibilità, alla purezza dei gesti, all'incontro, alla bellezza sconfinata della semplicità, mi vince senza sforzo alcuno. E mi lascio vincere, con consapevolezza. Detto questo, non credo ci sia bisogno di chiamare la Neuro.


Pietro Verna è un ossimoro, dunque. Un ossimoro dotato di una voce che si lascia ascoltare, che coinvolge, che ha un po' il sapore dell'antico. E' un ragazzo, mio coetaneo tra l'altro, che ha all'attivo un disco: "Ritratti". Omaggio a Guccini o semplice omonimia?


Semplice omonimia. Tra l'altro, e un po' me ne vergogno, ho scoperto da poco che il titolo del mio disco avesse il medesimo titolo di un album di Guccini. Altra storia, altro mondo, chiaramente.


Per quanto però sia facile, e credo di non essere il primo, accostarti ad un certo tipo di canzoni e di cantanti, vedi Testa, Cammariere, qualche sprazzo di De Andrè di tanto in tanto, tu come Guccini e come altri esponenti di quel filone, hai la voce adatta al cantastorie. Sentendo alcune tue canzoni, è stato come mettermi ad ascoltare alcune favole cantate. La preziosa arte del racconto in musica è rara, io credo, allo stato attuale delle cose.


Non sei il primo, e ti ringrazio per questo. Non posso che esserne lusingato, profondamente. La mia voce si pone come unico fine il racconto del quotidiano, dei miei umili giorni, attraverso i miei nudi occhi: non vuole assolutamente avventurarsi, come un perfetto trapezista, su scale musicali complesse e fin troppo architettoniche; cerca e tenta, umilmente, di comunicare un punto di vista, un pensiero compatto o un dubbio funambolo, una speranza, una rabbia, una storia onesta. Spesso, abbandona "l'acuto" e si difende con semplici sussurri, con parole sommesse. E mi sento a casa, dinanzi ad un camino; come dicevi prima.


Cito testualmente Testa: "Vi prego, non urlate; non riesco a suonare così. Io non sono un urlatore." Ecco, in un mondo musicale come quello odierno, dove l'estensione, l'acuto, l'altezza della voce, quasi lo stridio dello strumento vocale, son visti come effettiva "bravura" di un cantante, quale posto c'è per chi bisbiglia? Per chi sussurra? Inutile dirti, poi, che dalla musica possiamo estendere questo discorso anche ad altri campi, politica in primis. Insomma, quando è successo che per farsi ascoltare è diventato necessario alzare la voce?


Non saprei dirti quale posto sia riservato a chi bisbiglia. Credo solo sia triste, nella musica, che l'applauso molto spesso sorga sul dispiegarsi di un acuto, di una nota "del quinto piano", di un suono violento e distorto. Penso che la rabbia possa essere espressa anche con un filo di voce, se la parola custodisce una forza intrinseca ed una consistenza ben salda. C'è fin troppo rumore, in giro: in qualsiasi settore, in ogni dove, a qualsiasi latitudine. Troppe promesse urlate al vento, molti sentimenti dispersi senza alcun ritegno, senza pudore. Si alza la voce per nascondere le proprie debolezze, nel profondo. Ci si difende con l'arroganza, l'attacco, la presunzione, la sopraffazione, la prepotenza. Sono fortemente convinto, invece, che il coraggio risieda nella capacità d'ascolto, nella comunicazione senza affanno, nel gesto lento del dialogo, nel silenzio. A volte, per farsi ascoltare, è diventato necessario alzare la voce, perché la gente è poco educata alla pazienza di fermarsi e di soffermarsi su ciò che ha valore, senso ed importanza.


Nella canzone "Il vecchio e la dama", peraltro di pregevole fattura musicale (riscontrabile in tutto l'album), un signore avanti con gli anni si innamora perdutamente di una signora molto più giovane, finendo col lasciarle l'eredità alla sua morte. Berlusconi lo sa che hai scritto di lui in tempi poco sospetti?


Il vecchio della canzone citata è un uomo onesto: conquista la sua posizione economica a seguito di lodevoli sacrifici e mediante il sudore di mani incallite; ama sinceramente la sua giovane donna; muore pulito, nudo di bugie. Se avessi chiamato Berlusconi, dicendogli della canzone, gli avrei fatto un regalo enorme, esagerato, immeritato.


"Si scappa per paura di tradire la propria stabilità." Pietro è un uomo coraggioso?


La verità destabilizza. I sentimenti confondono i sensi. La realtà, a volte, cambia inesorbilmente le carte in tavola. Scappare da tutto questo è la soluzione più ovvia, più banale, più comoda a volte. Io cerco di oppormi, di credere nei passi, nelle mani. Cerco di voltare le spalle all'indifferenza, rendendomi utile per quanto possibile. Il mio unico scopo è proprio quello di sentirmi utile: al mondo, sarebbe esagerato; ad un essere umano, sarebbe un grande traguardo, un immenso sollievo. Certo, ho le mie paure, le mie incertezze, le mie fragilità, ma ho anche il coraggio di non tenerle fin troppo al riparo. Ritengo sia questo il coraggio più grande, ed onesto.


Tu vieni da una manifestazione canora di una certa rilevanza; hai partecipato al Premio De Andrè, credo proprio pochi giorni fa. Che immagine ti porti dentro, di questa avventura appena finita?


Sono rientrato ieri da Roma dopo aver vissuto e condiviso con i miei musicisti le finali di questo prestigioso premio. Fabrizio De Andrè rappresenta il mio punto di riferimento da un bel po' di anni (non a caso ho dedicato a lui la mia tesi di laurea), e aver calcato il palco di una manifestazione a lui dedicata è stata un'emozione intensa, sconfinata, bruciante. Vedo l'arte come un'esigenza catartica, come l'espressione di un microcosmo, di un linguaggio; pensarla in termini di competizioni, statistiche o classifiche mi sconvolge parecchio, distorcendo la sua natura. Mi dirai: "Perché hai partecipato e continuerai a partecipare ai concorsi, quindi?" L'ho fatto perché credo nel confronto costruttivo, nell'esperienza, nel contatto, nell'incontro. Son tornato dalla capitale, infatti, senza alcuna medaglia al petto e senza alcun trofeo da esporre sulla mia scrivania, ma con un'infinità di sogni, fermi e in continua evoluzione, dentro di me.


Dopo "Ritratti", che credo sia del 2008, cosa bolle in pentola? Dove possiamo vederti, dove possiamo ascoltarti, dove possiamo seguirti? Immagino che tu, che ti definisci meravigliosamente "artigiano della musica", abbia comunque ceduto al fascino dei social...


"Ritratti" è dell'Aprile 2012, ancora fresco e giovane, direi. Per fortuna suono in giro per promuoverlo. I social, se ben sfruttati, possono apportare piccoli vantaggi, comode ed innocue scorciatoie, anche a noi, piccoli ed umili artigiani. Per aggiornamenti, ecco i miei contatti:

www.facebook.com/pietroverna86

www.myspace.com/pietroverna

Su Youtube basterebbe cercare: Pietro Verna.


Avviandoci alla conclusione, dopo questo piacevole sequestro di persona, qual è la domanda a cui sogni di rispondere da una vita? Adesso puoi. Marzulliana, come cosa, lo ammetto...ma fa tanto democrazia dell'ultimo minuto.


Più che rispondere ad una domanda, mi piacerebbe porti una domanda: dopo aver ascoltato qualche mio brano, potresti offrirmi il tuo sincero parere, il tuo libero pensiero? E' democrazia anche questa.


Assolutamente sì. E volentieri. Con la promessa che venga cambiata la frase solita in: "Non dovete badare all'intervistatore."


Ma che si badi, anche! Evviva la libertà d'espressione.


Credo che la tua sia una musica interessante, credo che la tua giovane età sia la conferma che non sono i numeri dell'anagrafe a fare la qualità. Credo fermamente che sia un peccato, e mi ci metto anche io nel mezzo col mio percorso di scrittura e di recitazione teatrale, che non ci sia attenzione, compresa quella economica, nei confronti di chi, come noi, non chiede altro che di poter provare ad esistere. Tuttavia, hai i limiti che hanno tutti quelli che scelgono la strada difficile dei merletti; e per quanto tu scriva molto bene, per quanto tu abbia una voce che trascina i timpani all'ascolto, i tuoi sono testi distanti dalla gente. Poco comprensibili ai più. Quasi...come posso dire...distanti dalla realtà. Usi molto le figure retoriche, ad esempio, anche nell'intervista lo hai fatto, e per quanto questo possa essere affascinante agli occhi di una persona, può escluderne molte altre. Ed è un peccato. Perché avere da dire ciò che hai da dire tu, con la voce che hai per dirlo, è un privilegio che fossi in te cercherei di rendere...bipartisan. Tutto qui. Detto questo, ti verrei ad ascoltare dal vivo...e ti verrei a vedere. Perché alcuni tuoi video live rivelano una mimica ed una espressività interessantissime.


Si potrebbe aprire un discorso lunghissimo circa la comprensibilità dei testi, ma lo conserviamo per un'altra sede. Ti aspetto ad un mio concerto, è una promessa (e come ben sai le promesse sono un impegno, una responsabilità). Ti ringrazio molto per avermi concesso ascolto e per avermi elargito un tuo sincero parere. Ci si vede presto, in questa vita.


In ultima istanza: cos'è che Pietro non garantisce?


Le facili conquiste, le parole lasciate al caso, ciò che non prometto.

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