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Interviste / Luca Onesti

Luca Onesti

Aprire un blog è di per sé una scelta coraggiosa. A ciò si aggiunga pure che scegliere un nome per il progetto, spesso, è ancora più faticoso di tutto il resto. Un nome è in qualche modo una bandiera, un manifesto di ideali, un volto con cui si presenta al mondo un messaggio forte e chiaro. Qual è il rapporto che esiste tra chi questo blog lo gestisce e l'opera del '94 di Tabucchi?


Tabucchi per molti italiani che sono qui a Lisbona è un punto di riferimento, anche se magari molti non hanno letto i suoi libri...però prima o poi, anche per caso, un libro di Tabucchi entra nella vita di chi sceglie, da straniero, di viverci. Tabucchi ha un modo di scrivere che deve molto a questa città, c'è una particolare corrispondenza tra la struttura dei suoi romanzi e i percorsi discontinui e variegati che si possono incontrare camminando per Lisbona. Il nome del blog fa un po' il verso al libro "Sostiene Pereira": quel "sostiene" è diventato "sosteniamo". (www.sosteniamopereira.blogspot.it) Quando abbiamo deciso di venire qua, lavorare come giornalisti free lance, immergendoci in questo paese e in questa città, era il 2012, un anno segnato da tante manifestazioni contro l'austerità che il governo ha imposto dopo il prestito di 78 miliardi che la Troika ha concesso al Portogallo. Quel "sosteniamo" è lo stesso template del blog, che è la rielaborazione di una mia foto ad uno di quei cartelli che si usano nelle manifestazioni; al di là del gioco di parole, e al nostro immedesimarci con Pereira, è servito anche a caratterizzarci in senso politico, anche se in maniera ironica.


Alcuni dicono che il vero atto di coraggio sia rimanere, in Italia. Ti confesso che all'inizio io appartenevo allo sparuto gruppo di persone che diceva: "Se andiamo via, chi riuscirà a cambiare le cose?" Adesso, invece, che di anni ne son passati, ho capito forse il motivo primo di chi decide di andar via, di ricominciare altrove la propria vita. Qual è stato l'attimo in cui hai deciso che avresti potuto fare i bagagli senza soffrire la lontananza dal paese natio? E come ti ha accolto Lisbona?


Andare via dall'Italia non è una cosa indolore, e non lo si decide una volta per tutte. Almeno, per me non è stato così e non lo è nemmeno ora. In realtà, stare a Lisbona mi ha riavvicinato all'Italia, per certi versi. Io sono nato a Cosenza e ho studiato all'università di Napoli, e le difficoltà di trovare lavoro al sud (ma è stato difficile anche quando ho studiato a Roma) sono state il motivo principale per cui ho deciso di tornare qui, dopo l'Erasmus. Anche il Portogallo è un paese difficile in termini lavorativi: si guadagna poco e c'è una disoccupazione giovanile altissima. Dopo alcuni anni qui mi sono reso conto di avere il bisogno di ritornare in Italia, di tanto in tanto, e di mettere a frutto l'esperienza che ho maturato stando qui. Ultimamente mi sto impegnando, ad esempio, in un lavoro giornalistico in Sicilia che qualche anno fa non sarei stato in grado di portare avanti, e credo che Lisbona mi abbia fatto crescere sotto questo aspetto.


Da quello che si può leggere sul sito, il tuo è un interesse soprattutto destinato alla fotografia. Come si riesce a far diventare lavoro una passione?


La fotografia si è fatta strada nel mio percorso in mezzo a tante altre cose: ho studiato filosofia, ho lavorato per delle case editrici come editor e come traduttore dal portoghese, ho lavorato alla fotografia di film e documentari con alcuni registi, e poi ho collezionato collaborazioni con giornali e riviste. La fotografia, tra queste cose, si è fatta largo da sola, ma rimane legata alle altre cose che faccio: non mi sento soltanto un fotografo. Forse, in termini economici, pagherebbe anche di più fare soltanto il fotografo, perché la fotografia è legata al giornalismo; il reportage, ad esempio: è un settore completamente screditato dai giornali di oggi, pagato poco ma soprattutto svilito dal giornalismo e dalle scelte editoriali dei giornali. Il mio percorso è stato molto accidentato, la passione serve spesso a farmi continuare nonostante i momenti difficili. E' un lavoro che mi piace moltissimo, che a volte mi dà un grande senso di libertà, però è un lavoro che più precario non si può ed è un percorso lungo.


Tutto sommato, si potrebbe quasi dire che puoi godere di una visione italica privilegiata, non vivendoci più. Dall'estero quali considerazioni riguardano l'Italia? Quanto è vero che tutto si può ridurre a "mafia, spaghetti e mandolino"?


All'estero l'Italia è vista per stereotipi, negativi a volte, ma anche positivi in certi casi. Per esempio qui in Portogallo vanno pazzi per il design italiano, però hanno un'idea che guarda agli anni '60, un'idea che non trova corrispondenze nella realtà italiana di oggi. Il Portogallo è un paese con alcuni complessi di inferiorità nei confronti di altri paesi europei, e l'Italia, per certi versi, è anche sopravvalutata. Il Portogallo ha delle eccellenze che siamo noi a dover invidiare: una su tutte è l'architettura portoghese degli ultimi due decenni. Però, tornando allo sguardo sull'Italia da un altro paese, quello che mi sento di dire è che l'Italia è un paese con tantissime risorse e diversità, che potrebbe pesare molto di più a livello internazionale sotto tanti aspetti ed è colpa della nostra classe dirigente se siamo arrivati nello stato in cui siamo. Però dire che fuori dall'Italia è meglio, secondo me non ha molto senso: qui in Portogallo la situazione è più difficile che da noi. Però, ci sono delle opportunità qui che in Italia non ci sono, in alcuni settori. Qui, per esempio, fino a quest'anno era abbastanza facile ottenere una borsa di dottorato in un'università, e ho tanti amici che devono a questo paese il fatto di aver potuto continuare i loro studi ad alto livello, quando in Italia non lo potevano fare. Però quest'anno ci sono stati dei tagli pesantissimi alle borse di dottorato; un'opportunità svanita.


Essendo io coinvolto personalmente in questo campo, mi piacerebbe sapere il tuo parere sul mondo dei blog. Si sa, internet è diventata una risorsa impressionante e un bacino di utenza praticamente immenso, eppure questo se da un lato ha portato praticamente a tutti la possibilità di avere un "pubblico", qualcuno insomma a cui rivolgersi, dall'altro ha permesso anche alla concorrenza "inutile" di prendere il sopravvento. In termini di successo, di visibilità, com'è stato possibile per il vostro blog prendersi una fetta di attenzione? Qual è il pubblico che maggiormente vi segue?


Il nostro lavoro a Lisbona è quello di giornalisti free lance: il blog è stato pensato come una vetrina per le nostre collaborazioni disparate, sia in termini di argomenti trattati (dal calcio alla cultura, dal ciclismo alla politica) sia dal punto di vista del tipo di giornali con cui collaboriamo. Poi il blog ha iniziato ad avere una sua vitalità, con la collaborazione di molte altre persone ad esempio, ed è diventato un punto di riferimento, una rete, per le persone che sono a Lisbona o anche per quelle che sono solo passate di qua. Ma questa evoluzione del blog è dovuta anche all'insufficienza, alla disattenzione del giornalismo "tradizionale". Il giornalismo sta cambiando: da una parte diventa tutto più superficiale e i giornali tradizionali inseguono questa incapacità di approfondimento, di fare reportage, inchieste e cronaca come si dovrebbero fare, dall'altra la precarietà è diventata la norma. Il web è pieno di finto giornalismo, ma anche di realtà, di piccoli giornali che nascono dal basso, di giornalisti che non trovano modo di fare inchiesta e informazione in nessun altro altro e lo fanno creando dei siti. La speranza che ha il giornalismo è tutta lì, e non nei giornali tradizionali. Le nostre collaborazioni con www.ilbecco.it, www.caffenews.it, ed altri giornali di questo tipo, sono le cose a cui teniamo di più. Poi abbiamo collaborato e collaboriamo con delle testate nazionali più importanti, ma quelle "Sosteniamo Pereira" non le sostiene!


L'Italia è un paese difficile, politicamente parlando. Che idea ti sei fatto di Renzi? E quanto, agli italiani all'estero, continua ad interessare la politica nazionale? Raccogliendo testimonianze variegate sul blog, che idea ti sei fatto di tutti quelli che vivono all'estero? Il legame con il proprio paese di origine può finire, può in qualche modo cessare, in seguito a tutte le delusioni a cui lo stivale ci ha abituato?


Inizio a rispondere alla tua domanda dalla fine. Molte persone che vivono qua dipendono dalle politiche portoghesi, per quanto riguarda il loro lavoro, quindi magari l'interesse per la politica italiana può anche affievolirsi. Io penso però che anche le persone che vivono in Italia non si interessino abbastanza di politica, e intendo interessarsene tutti i giorni e praticamente, non soltanto quando si va a votare. Però non farei troppi distinguo tra la politica nazionale italiana vista da qui o dall'Italia, perché penso che la politica si possa e si debba fare a partire dalla propria situazione: gli italiani a Lisbona dovrebbero interessarsi della propria condizione, alle cose che li riguardano da vicino; a partire da lì si possono scoprire più legami con l'Italia di quanti si possano immaginare. Un esempio: qui a Lisbona tantissimi italiani lavorano nei call center. Lisbona è una delle capitali europee dei call center. Alcuni call center hanno chiuso in Italia e hanno aperto le loro sedi qua, per il costo del lavoro più conveniente in Portogallo e per altre questioni, ad esempio la migliore conoscenza delle lingue, in particolare l'inglese, dei portoghesi. Moltissimi italiani arrivano qui per lavorare in questo settore, c'è stata una piccola ma significativa ondata migratoria dall'Italia, negli ultimi anni. Secondo me è di questo che ci si dovrebbe interessare, in termini politici: le condizioni lavorative, salariali, previdenziali, sono adeguate? Siamo d'accordo con questa delocalizzazione che prevede salari più bassi? Che accoglienza ricevono i lavoratori italiani che vengono qui per lavorare nei call center? Questo è un fenomeno diverso di quello che mi ha riguardato: arrivare a Lisbona con l'Erasmus è diverso che arrivare per lavorare in un call center, senza conoscere la città, senza avere punti di riferimento. Poi si può parlare anche di Renzi e di politica nazionale, ed è importante farlo, ma è un discorso che viene dopo.


Da un punto di vista culturale, letterario, cinematografico, musicale, pittorico, ci sono delle differenze significative tra i due paesi? La possibilità di "salire alla ribalta", è in qualche modo identica (cioè passando necessariamente da un letto all'altro) o ci sono sostanziali diversità in questo senso? Mi piacerebbe, insomma, sapere, quanto sia nazionale o meno la mancanza totale di meritocrazia.


Credo che da questo punto di vista l'Italia offra una situazione più sconfortante. Qui non mancano le raccomandazioni e non è facile farsi strada, ma mi sembra che qualche spazio in più ci sia. I portoghesi riescono ad iniziare ad inserirsi nel mondo del lavoro prima dei loro coetanei italiani e le università non hanno il ritardo cronico di quelle italiane. La stessa percentuale dei laureati tra i 30 e i 34 anni, in Portogallo, è ben maggiore di quella italiana (noi, non dimentichiamolo, occupiamo l'ultimo posto in questa classifica, a livello europeo). Poi, da italiano, a volte mi sento valorizzato e avvantaggiato, forse perché qui uno straniero è visto anche con apertura e curiosità. In questo periodo, qui, sono riuscito ad intervistare personaggi che in Italia sarebbe stato impossibile raggiungere. Questa città, dal punto di vista culturale, offre tantissimo: ad esempio la scena musicale è straordinaria, e anche il cinema sta conoscendo una stagione di grande vitalità, pur vedendo diminuire i sostegni pubblici. Lisbona per certi aspetti non ha nulla da invidiare a capitali europee come Madrid, Berlino, Londra, e questa è una dimensione che in Italia, purtroppo, non c'è in nessuna delle città in cui ho vissuto.


Hai parlato della differenza che esiste, anche a livello di fervore culturale, tra Lisbona e le città italiane che hai avuto modo di frequentare. A livello invece di diritti, il Portogallo come sta messo, volendolo confrontare con l'Italia? Le unioni civili esistono? Qualcuno, come nel nostro paese, ancora si scaglia contro l'aborto? Esistono i medici obiettori? E che rapporto c'è con la libertà individuale in genere?


Il Portogallo ha sofferto, per motivi storici, un forte ritardo per quanto riguarda i diritti civili. Ritardo che però è stato colmato dal governo di José Socrates, quello precedente rispetto a quello attuale. L'aborto è stato legalizzato nel 2007, quindi recentemente, ma è molto alta la percentuale di medici obiettori. Dal 2010 è stata anche introdotta la legge sul matrimonio per persone dello stesso sesso. Negli ultimi mesi ho seguito, dal punto di vista giornalistico, la questione delle co-adozioni: un progetto di legge, poi purtroppo non andato in porto pur essendo stato approvato in via provvisoria, che prevedeva la possibilità per un coniuge o un partner in unione di fatto, di adottare il figlio del coniuge o del partner dello stesso sesso. Non si trattava quindi di adozione, ma di darei ai bambini figli di uno dei componenti di una coppia gay gli stessi diritti dei bambini di altre famiglie. Può darsi che tocchi aspettare un cambio di governo, per una legge di questo tipo, ma già siamo più avanti rispetto all'Italia. C'è un articolo in cui parlo approfonditamente della questione, scritto quando la legge era stata provvisoriamente approvata: http://www.sosteniamopereira.blogspot.it/2013/06/verso-le-co-adozioni-in-portogallo.html


C'è qualcosa che vorresti dire a chi magari si sta da tempo domandando se sia il caso o meno di partire e ricominciare altrove la propria vita?


Ricominciare da un'altra parte può essere altrettanto difficile che ricominciare dal posto in cui si sta. Però partire, conoscere posti nuovi, lingue nuove, è sempre una cosa importante; è una cosa che ha cambiato molto il mio modo di essere. Lisbona ha questo di bello: potrebbe essere anche una tappa verso un altro paese, per esempio il Brasile, che in questi anni sta conoscendo una forte trasformazione e offre molte possibilità, pur essendo un paese molto complesso.


Al di là di tutto quello che fino ad ora ci siamo detti, al di là di Lisbona o dell'Italia, del blog o delle fotografie: cos'è che a conti fatti, al momento attuale, Luca Onesti proprio non garantisce?


C'è una domanda di riserva? Dal punto di vista dello studio, per esempio, ho sentito ad un certo punto della mia carriera universitaria di essere sul confine tra un sistema che ti dà la possibilità di studiare a livelli universitari, e un sistema che inizia a non garantirti più questa possibilità. Da lì ho capito che tutto si stava precarizzando e gli stessi miei studi sono stati, per metà, quelli di un autodidatta. E poi è stato tutto così: il lavoro, le relazioni interpersonali, ecc. Credo che non ci sia nulla di garantito.



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