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Interviste / Fabio Lanfranchi (in arte Ariel)

Fabio Lanfranchi (in arte Ariel)

Fabio Lanfranchi è un visual performer. Sarà la scarsa attitudine all'esterofilia linguistica, ma...in sostanza di cos'è che ti occupi? Non chiedo chi sei perché molto spesso, oltre alla scena di Simba e Mufasa, viene in mente poco altro.


I miei amici più cari dicono di me che mi occupo di fare terrorismo visivo, "visual performer" credo significhi questo. Mi piace mettere in difficoltà le persone che incontro, porre loro delle questioni nel momento stesso in cui mi pongo davanti a loro. Ambisco a scardinare le loro certezze, a porre loro dubbi, a radicare in loro un'altra idea: l'idea che nulla è come sembra e che tutto è possibile. Mi piace dare loro pezzetti di incubi, briciole di sogni remoti, suonare al contrario il flauto di Pan, pizzicare la cetra di Apollo seguendo il mio estro, le mie inclinazioni. Quando li vedo spaventati, intimoriti o timidamente intenzionati a farsi contaminare da ciò che sono, il mio scopo è raggiunto e il gestore del locale che mi ha assoldato per quella serata può ritenersi soddisfatto.


Sarò pagano e sicuramente non nascondo la mia ignoranza in questo campo, ma è davvero così netta la differenza tra visual performer e drag queen?


No, non è affatto così netta e probabilmente nessuno è in grado di dire esattamente in cosa consistano le differenza tra una drag queen e un visual performer. Persino il nome "performer" è puramente convenzionale, è un'invenzione tutta italiana che all'estero non significherebbe niente. Per convenzione si assegna alla categoria "performer" quell'artista che utilizza il proprio corpo per entrare in una dimensione più astratta, più metafisica, più onirica della drag queen come convenzionalmente siamo abituati ad intendere. Come vedi davanti alla parola drag queen si usa l'articolo femminile (la drag queen), davanti al performer si una quello maschile (il performer). Tendenzialmente si fa riferimento ad una persona che non intende vestire panni propriamente femminili ma che preferisce sondare quellospazio che esiste a cavallo dei due sessi: il terzo sesso o nessun sesso. Ma come ti dicevo, questa è una convenzione tutta italiana; se vai negli USA (dove il fenomeno ha attecchito con maggiore forza e volontà), là sono tutte drag queen a prescindere da cosa tu metta in faccia o ai piedi, a prescindere dal fatto che tu abbia le tette o meno. Io faccio parte della prima associazione di drag queen italiana che ha soltanto un anno di vita, e sono il responsabile di zona della mia regione (il Veneto). Questa associazione si chiama A.C.I.D.Q.A.S. E tra i molti e ambiziosi obiettivi ha proprio quello di porre delle linee guida nel capire e nell'approcciarsi al fenomeno drag queen e affini in Italia, pertanto la tua domanda è decisamente lecita e mi fa molto piacere che tu me l'abbia posta.


Determinate forme d'arte, perché di arte con tutti i crismi si tratta, affondano le loro radici in tempi immemori. Il travestitismo a fini di spettacolo, sia che lo faccia una donna interpretando un uomo sia un uomo interpretando una donna, è probabilmente uno dei più antichi "metodi" per fare arte. Al tempo, ad esempio, alle donne non era permesso fare teatro, così che le parti femminili (gli sceneggiatori sono sempre stati più coraggiosi dei registi) erano affidate a uomini, appunto, en travesti. Quanto è stato difficile, quanto è difficile ancora oggi, fare questo tipo di lavoro in un paese come questo stivaletto, sempre così diffidente? Non hai mai avuto paura di poter incontrare sul tuo cammino uno degli innumerevoli stronzi che pullulano nell'italico giardino?


Personalmente non è mai stato difficile fare questo tipo di lavoro in questo nostro "stivaletto"; al contrario non ho mai incontrato alcun tipo di restrizione o pregiudizio nel mio cammino artistico. L'Italia di oggi, per molti versi, è ancora come ai tempi di Don Camillo e Peppone, ma nonostante questo si dimostra estremamente attuale per quanto riguarda altri contesti. Nel mio caso specifico ho incontrato molte difficoltà nel propormi come "performer" piuttosto che come drag queen classica; paradossalmente le persone hanno ampiamente metabolizzato la figura della drag queen che a sua volta ha assunto col tempo un'immagine sempre più convenzionale, benevola, innocua, non pericolosa e adatta per qualsiasi situazione. Il performer non si rivela nettamente come fa la drag queen, non si capisce immediatamente che cosa sia, non lancia il messaggio immediato che lancia la drag queen e cioè che si tratta di un uomo vestito da donna, per quanto eccellente possa essere quel make up o meraviglioso l'abito che indossa. Probabilmente per questo motivo e per il dubbio che si instaura nella gente, incontro spesso difficoltà nell'inserimento di un contesto lavorativo duraturo e professionale; mi dico sempre che se avessi intrapreso la strada della drag a quest'ora sarei famoso e conosciuto tanto quanto RuPaul, ma io sono nato così, sotto la stella di Leigh Bowery, e questo per me è motivo di orgoglio. Per quanto concerne la seconda domanda, la risposta è no. Non ho mai avuto paura di incontrare il pregiudizio legato all'omofobia. Ti dirò di più: la cosa non mi ha mai molto interessato. Il pregiudizio esiste da sempre, è parte integrante dell'essere umano, l'unico modo per combatterlo è con l'informazione e mettendo sempre tutto alla luce del sole. Sono cresciuto con la convinzione che il mondo sia diviso soltanto in due grandi aree: da una parte c'è il lecito e il legale, dall'altra c'è l'illecito e l'illegale. Nel momento in cui non si sconfina nella parte dell'illecito e dell'illegale, non si deve avere paura alcuna. Mia nonna mi diceva: 'Male non fare, paura non avere.' Aveva fondamentalmente ragione; tutto il resto è soltanto congettura.


La faccenda di Luxuria in Russia ha fatto molto discutere, ultimamente. Più che chiederti il tuo parere su quanto stia accadendo con Putin da purtroppo troppo tempo, mi interesserebbe sapere il tuo parere sul personaggio in sé. E' vero, come taluni dicono, che non è possibile farsi rappresentare da un personaggio "estremo" come può essere Luxuria? Insomma, la critica ai Gay Pride, ad esempio, è sempre quella: eccessivi, rumorosi, coloratissimi ma vuoti, spesso inopportuni, alcune volte volgari e di frequente provocatori senza che però sia qualcosa di fertile, di effettivamente utile ad aprire un dibattito in questo senso. Dicono che la Democrazia Cristiana sia out da un pezzo, ma in realtà sono anni che continua a governare l'Italia; il mondo omosessuale non starà mica sbagliando metodi e sprecando opportunità per porre l'attenzione su di sé e su tutto ciò che, legalmente e socialmente, gli viene puntualmente negato?


Sono certo che nelle sue intenzioni Luxuria non abbia voluto rappresentare nessuno se non se stessa, e il suo gesto di protesta è da vedere esclusivamente come un gesto di coraggio e di indignazione nei confronti di un sistema governativo che vuole colpevolmente riportare alcuni aspetti della società civile ai tempi del Medioevo. Limitare o annullare il diritto di espressione è sempre il primo passo che le dittature compiono nel cammino per assicurarsi il potere assoluto. Per questo motivo nel gesto di Luxuria ci vedo soltanto la giusta indignazione di una persona, e non voglio vederci secondi fini; è un gesto che andrebbe imitato e non contestato. La comunità LGBT italiana spesso incappa in certi gap di pensiero essendo molto eterogenea e sfaccettata; è oltremodo nota la passione tutta italica che la comunità ha nei confronti dell'autolesionismo e l'argomento potrebbe essere sviscerato fino allo sfinimento, cosa che non farò essendo io per niente incline al cilicio mescolato con le chiacchiere da "donne alla pompa", come si usa dire dalle mie parti. Di Gay Pride in Italia ne sono stati fatti sempre troppo pochi e per cercare di accontentare tutti sono sempre stati o giusti tutti o sbagliati tutti. Di Gay Pride ne sono stati tentati anche in giacca e cravatta e aldilà delle buone intenzioni che avevano nei propositi, si sono sempre dimostrati inutili tanto quanto quelli in stile sambodromo. Io credo che in qualunque modo si voglia fare, sia comunque necessario farlo; in paesi come l'Olanda o la Danimarca, dove la comunità LGBT ha da anni raggiunto uno status pari a qualunque altro cittadino, non si è smesso di fare sfilate dell'orgoglio gay, e se prima del raggiungimento della parità di diritti era una marcia di protesta (colorata, volgare, inopportuna o meno che fosse), dopo si è trasformata in una parata festosa di gente felice e orgogliosa di potersi sentire civilmente al pari di tutti gli altri. Il nostro paese affonda le proprie radici in contesti storici e culturali profondamente differenti, e volenti o nolenti dovremo sempre fare i conti col nostro passato, con il sentimento religioso cattolico (sempre meno radicato) e con le varie eredità politiche di sinistra (spesso deboli e inadempienti) e di destra (culturalmente limitate e spesso deleterie). Io credo fermamente che non morirò prima di aver avuto la possibilità di sposarmi con la persona che amo e di poter adottare tutti i figli che desidero; credo fermamente che ciò accadrà perché non si può rimanere fermi eternamente al palo, ignorando i molti balzi in avanti delle società degli altri paesi. Accadrà anche in Italia, e quando accadrà gran parte del merito – più dei Gay Pride – sarà stato di ognuno di noi, della gente che giorno per giorno ci ha messo la faccia, il coraggio delle proprie idee, la determinazione di procedere in una direzione senza preoccuparsi di chi dice no.


A tal proposito mi offri lo spunto per entrare, cosa che faccio molto di rado, nell'intimità della tua figura. Con un lavoro come il tuo, è difficile portare avanti una relazione? Riesci bene a distinguere i due campi o è più difficile di quello che si pensa, stando in mezzo ad una quantità di gente che, parafrasando Bukowski, potremmo amare di più se solo la conoscessimo?


Nel mio caso specifico non è affatto difficile portare avanti una relazione per un motivo molto semplice: Ariel non esiste. Esiste sempre e comunque Fabio, Ariel è soltanto un simulacro, è la risposta a quelle tante volte in cui mi sono sentito dire: 'Wow, sei fantastico, sei meraviglioso, sei spettacolare! Grazie per essere venuto a trovarci! Come ti chiami?' 'Fabio.' 'Sì, ma il nome d'arte?' 'Ehm...Fabio.' Questo è il dialogo tipico che avveniva al microfono tra il vocalist di un locale e me quando il Sabato sera mi veniva voglia di andare a ballare in discoteca. Il fatto è che io mi sono sempre sentito così e il solo motivo per cui non vado a fare la spesa con questo "travestimento" è perché è nota la mia proverbiale pigrizia. Con questo voglio dirti che, a differenza di altri dove il personaggio prende addirittura il sopravvento sulla persona, per me il personaggio e la persona sono la stessa cosa, non c'è alcuna differenza se non in qualche strato di cerone in più. Sotto le spoglie di Ariel non guadagno in sicurezza, in simpatia, in sfrontatezza e neppure aumento le mie capacità di socializzare: rimango esattamente ciò che sono. E' una caratteristica che cerco sempre di promuovere quando mi pongo nei confronti degli altri così che le relazioni non subiscano mutamenti; chi si approccia a me è sempre consapevole di avere davanti la medesima persona e la medesima personalità, senza secondi fini e senza inutili maschere se non quelle meravigliosamente necessarie che compongono il volto di tutti noi.


Quale libro sul comodino? E quale cd nello stereo, ammesso che non ci siano solo mp3 in circolazione? Che importanza hanno la lettura e la musica in un lavoro come il tuo, e, di conseguenza, per la tua persona in toto?


Sono fondamentalmente un umanista, per me lettura significa conoscenza e conoscenza significa "indispensabile come l'aria". Anche nell'ambito lavorativo la conoscenza dovrebbe essere indispensabile, ma purtroppo molti tendono a farne a meno. Sul comodino è passato di tutto e di più ma da molti anni non riesco a dedicarmi alla letteratura "contemporanea": mi annoia, mi irrita, mi indispone, mi fa involontariamente ridere...per pena. La letteratura degli ultimi venti anni è composta principalmente da scribacchini da due soldi; i libri si vendono al supermercato vicino al banco delle ciabatte, le storie sono diventate banali, ripetitive, stupide, commerciali per l'appunto. Per arrivare alla casalinga di Voghera il modo di scrivere si è impoverito in maniera incredibile. In una società che legge pochissimo, i libri si devono vendere e si è data vita ad un esercito di Dan Brown più agguerrito che mai. Trovo rifugio nei classici, oppure in letture mirate che vado cercando col lanternino. Sul comodino c'è "Amicizie profane" di Harold Brodkey, "Il pendolo di Foucault" di Umberto Eco, ma anche "Cronache del ghiaccio e del fuoco"; anche in mezzo al commerciale si può trovare roba buona! Nella mia musica c'è tutto quello che mi stimola e vale un po' lo stesso discorso dei libri; faccio solo il nome di David Bowie, può bastare.


Avviandoci alla conclusione: ma se questo Veneto vuole starsene per i fatti suoi, che aspetta? E, per essere più precisi, è davvero un pensiero che nasce spontaneo dal popolo o come sempre è il desiderio di pochi spacciato per bisogno di tutti?


Ma dove vuoi che vada il Veneto che non ha neanche gli occhi per piangere? E' inconcepibile che una singola regione possa essere economicamente indipendente senza avere le capacità necessarie, le risorse, i mezzi, le infrastrutture. Il popolo veneto tira a campà come chiunque altro ma è in certa propaganda che è più bravo di altri. Qui ci sono bravi imprenditori, ingegnosi artigiani, straordinari artisti e tanta brava gente; poi ci sono gli impreditori che da anni non denunciano nemmeno un euro di fatturato ma che si lamentano della tassazione che uccide le aziende, ci sono impreditori che assumono allegramente in nero tutto il giorno, palazzinari con imperi di affitti abusivi a tutto spiano, gente che a malapena sa mettere in fila due parole in italiano ma che si professa grande oratore, ci sono ipocriti, bigotti, ignoranti, e tutti a loro modo sono dei gran delinquenti. Per fortuna la gente onesta rimane ancora la maggioranza, gli altri sono solo in grado di fare basso populismo puntando sull'ignoranza della gente, ma ti assicuro che sono quattro gatti. Quattro come la percentuale che si sono ridotti a prendere alle elezioni. Cercano di fare la voce grossa perché ormai nessuno gli dà più credito, sono ormai solo triste folclore.


Fabio è una persona felice?


Non conosco lo stato di euforia, quella felicità che ti fa fare i salti mortali; al contempo non so nemmeno cosa significhi tristezza, depressione, apatia. Vivo costantemente in quella zona di mezzo. Non sono mai stato felice, non so cosa sia la tristezza. Sulla mia schiena c'è scritto "semper vivum" che è la classificazione della maggior parte delle piante grasse; piante in grado di vivere in condizioni di siccità, di latitudine avversa, di condizioni ambientali estreme. Vivono lì dove tutte le altre piante muoiono o morirebbero. Vivono felici? Io dico di sì.


Cos'è che proprio non garantisci?


Non garantisco che l'uomo smetta di guardare al cielo cercando se stesso nel trascendentale, ma ci credo.

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