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Io Non Abito Qui

16 Febbraio. Roma.

La mia salute traballante (e mai come in questo caso si tratta di un termine appropriato, viste le mie gambe e la loro voglia di non collaborare, ultimamente) non mi ha comunque impedito di prendere parte alla serata "Festa per la pace 2014", organizzata dalla Caritas di Roma in merito al progetto "Io non abito qui".

Debbo confessarlo, senza paura alcuna: di questa serata non sapevo assolutamente niente. Nessuna notizia mi era giunta dai media, nessuna pubblicità aveva incrociato il mio sguardo. Devo la mia partecipazione all'attivo lavoro di una cara amica, che collabora al progetto e mi ci ha invitato.

Il suo invito ha raccolto tra noi diverse adesioni, così che con un gruppo parecchio sostanzioso ci siamo ritrovati a prendere parte al tutto.


Al di là di quello che la serata ha offerto in sé in termini grettamente pratici (open bar, buffet di cibo, gruppi musicali in esibizione), come spesso accade quando si tratta di serate a tema "sociale", si è aperto ai miei occhi un mondo di cui non ero assolutamente a conoscenza.

Chissà perché in questo paesetto che poi è (era?) l'Italia, le cose belle, le iniziative decenti, le lotte, le partecipazioni importanti, le risposte della gente, non sono mai messe in primo piano. Va tutto male, d'accordo...questo lo sappiamo benissimo e non fate che ricordarcelo...ma quando si tratta di un qualcosa di bello, di finalmente impegnato ed impegnativo, ogni tipo di riflettore si spegne, e per far trapelare qualche notizia ci vuole la mano di Dio (e per chi come me non ci crede, capite bene il danno irreparabile del tutto).


La campagna "Io non abito qui" si propone, in termini pratici:

  1. Di sostenere Caritas Turchia (impegnata dal 1991 nell'accoglienza dei migranti e dei profughi) in questo durissimo lavoro.

  2. Di migliorare le condizioni di vita di chi è fuggito dalla guerra.

  3. Di raccontare, tramite opuscoli ed esperienze personali, quella che è la realtà che questa gente vive e da cui questa gente scappa.

  4. Di invitare l'opinione pubblica, cioè noi, cioè tutti, a riflettere sulla faccenda.


Caritas Turchia si occupa di quelle che sono le necessità base di un essere umano: visite domiciliari, sostegno ai nuclei famigliari, assistenza per le cure mediche, sostegno scolastico, consulenze informative sui diritti dei migranti e dei profughi.


La guerra in Siria ha provocato oltre 2 milioni di rifugiati, dall'inizio dello scontro. Moltissimi sono ancora in fuga nei paesi limitrofi.

Quello che colpisce, che stordisce, è l'assoluto disinteresse della gran parte della popolazione, nazionale e non, quando si tratta di conflitti di questo tipo e di cifre allucinanti come in questo caso.

La disinformazione, in cui ovviamente non posso che includermi anche io, è la più pericolosa delle armi che la guerra ha a disposizione.

Sapere, conoscere, toccare con mano o con racconti diretti di gente che c'è stata, c'è, vede, assiste, cura, accompagna, lava, medica, supporta, son cose da cui non si può più prescindere, e verso cui tutti, in misura giustamente relativa al singolo individuo, dovremmo mirare.

La sensazione che si respira sempre più spesso, è che la storia non sia mai stata maestra di niente. Gli anni vanno avanti, si procede col progresso o con quello che crediamo tale, e dimentichiamo di guardarci intorno, di interessarci, di capire realmente come stanno le cose e perché; se possiamo fare qualcosa per dare una mano anche noi, nel nostro piccolo, minuscolo, spazio di vita.

Ma chi è che non ha mai pensato: "Sono lontani da me." o magari: "Qui non succederà mai."

E così, di pensiero in pensiero, ci allontaniamo da quel miracoloso sentimento umano che è la solidarietà.

Non c'è niente di sbagliato nell'avere paura, nel non sapere, nel non avere idea; ma quando poi le cifre ci vengono fornite, ci vengono raccontate, ci vengono commentate e messe sotto gli occhi, allora stare in silenzio, muti, con le mani in mano, diventa una colpa inaudita.


Non sono il primo della classe ed è un ruolo che assolutamente non mi appartiene, questo è chiaro.

D'altronde, mettendomi dall'altra parte del cancello, so cosa significhi sentirsi sommersi di cose che "si potrebbero fare" e pensare, anche solo per un istante: la caccia alle balene, i koala, le guerre in Africa, la crisi in oriente, la Russia e le sue leggi naziste...ma devo salvare tutti io?

La risposta è: no. Non tocca ai singoli salvare tutto il resto. Tocca però a noi scegliere di dare un'occhiata intorno e di vedere, fosse pure per poi passare oltre (perché si può fare anche questo, purtroppo) quante realtà esistono diverse da quella in cui viviamo comodamente.

Questa è gente fatta da occhi, cuore, cervello, speranze, sensazioni, sogni nel cassetto. Queste sono persone, prima della loro nazionalità e del loro numero. Sono esseri umani che avevano, prima del disastro, voglia magari di vivere una vita diversa.

E non siamo forse anche noi, come loro?

Non la volevamo anche noi, quasi tutti, una vita diversa da quella che viviamo?

La differenza sta nel pensarci nelle mura calde di una casa o in qualche villaggio ai margini della città; nel pensarci in una macchina nuova o in un centro di accoglienza dove altre persone gestiscono i ritmi e i bisogni di tante esistenze.


www.caritasroma.it è il sito internet in cui sarà possibile, per chiunque fosse interessato, rendersi conto del progetto, di ciò che viene fatto, e dell'aiuto che occorre in quanto a termini economici e di "mano d'opera" vera e propria.

Dal canto mio, posso solo esaltare il clima che ieri si è respirato al Planet, il locale romano dove la serata è stata ospitata, e posso solo auspicare che non si decida di chiudere gli occhi quando si tratta di avere a che fare con qualcuno che ha una vita meno bella della nostra.

La miseria, la tristezza, la malinconia, non sono sentimenti che si passano come l'influenza, ma sono mali molto peggiori a cui l'unico rimedio è la presenza solidale del resto del mondo.


Son tante le cose a cui bisognerebbe star dietro, ma basta sceglierne una.

Ecco, questa è solo un'opportunità come un'altra per poter aiutare.

Io spero, in cuor mio, che questa faccenda possa avere un piccolo risalto, magari partendo proprio da questo sito, da ciò che ho scritto, o dalla paura generale, un giorno, di dover anche noi ammettere: io non abito qui, senza che nessuno abbia voglia di darci una mano.

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