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Icaro

16 Settembre. Taranto. Serata fresca, fortunatamente. Mi lascio convincere da un'amica ad andare in un piccolo cinema non nuovo ad esperienze di valorizzazione del territorio artistico locale, dove proiettano un cortometraggio di un regista tarantino. Classe 1981, Ivan Saudelli presenta il suo "Icaro."

Al mio arrivo, avvenuto stranamente in perfetto orario, noto che la folla accalcata vicino all'ingresso è considerevole. Prima sorpresa della serata, visto che questi luoghi non sono particolarmente fertili per operazioni di questo tipo. L'età media, tocca dirlo, della platea, è piuttosto alta, ma ultimamente sto rendendomi conto che la fascia dai 50 ai 70 è probabilmente quella più attiva e più attenta a tutto ciò che riguarda l'arte e l'esposizioni che di quest'ultima si fanno. I giovani non hanno fame, questo è evidente. Son tutti impegnati a smettere di essere spettatori, e lasciano questo gravoso compito ad altre fasce d'età, che, fortunatamente, non si tirano indietro.

Tralasciando (mica tanto) il considerevole ritardo con cui l'intera operazione ha inizio, e il fatto che l'organizzazione dei pochi posti disponibili poteva essere gestita meglio, il corto ha inizio.

I luoghi in cui è stato girato appartengono alla Puglia, che ben si presta alla macchina da presa: un albero maestoso, una stanza, un luogo appartato tra sterpaglie varie; poco altro è servito per raccontare a Saudelli una storia abusata ma trattata con uno stile piacevole. Il corto non appesantisce, aiutato forse dalla sua ridotta durata e dalla formula intrinseca, e si lascia guardare.

Un ragazzo(ne) intorno ai 30 si trova a scontrarsi con il processo naturale della crescita, che prevede l'abbandono dei luoghi sicuri e l'arrivo nel "mondo dei grandi" che molto spesso non è accogliente come qualcuno vorrebbe tanto farci credere per lasciare il più tutelativo nucleo familiare. Crescere non è bello, e il regista lo sottolinea con ferocia in una delle poche frasi di un'opera altrimenti molto silenziosa: durante un incontro con un bambino, ovvio riferimento ad un'età che non appartiene più al protagonista, questo chiede al nostro (anti)eroe: "Vuoi giocare con me?" sentendosi rispondere un secco: "No." "Perché?" "Perché ormai è troppo tardi."

Saudelli dipinge una distruzione mentale, da parte del protaginista, di quelli che sono l'ultimo baluardo del passato innocente e spensierato: i giocattoli, che raccolti in un baule vengono prima tirati fuori e sparsi per la stanza, successivamente raccolti e dati alle fiamme. Nulla di tutto ciò sarà poi confermato nella realtà, che vede invece, sul finale del film, i giochi al loro posto nel baule e un bisogno morbido e placcato di glucosio del protagonista, che in una meravigliosa scena finale si porta nel letto dei suoi genitori accoccolandosi al centro tra i due.

Al di là della poesia che l'ultima scena consegna allo spettatore, tutto il corto è attraversato da un realismo crudo, se vogliamo, dipinto perfettamente negli occhi di un bravo Silvio Gullì, che riesce, nonostante l'assenza di parlato, ad esprimere sensazioni e paure con una interessante mimica facciale.

Quasi poi come una sorta di passaggio di testimone, il 30enne consegna al bimbo di cui sopra, il paio d'ali con cui ha girovagato nelle scene; ali costantemente attaccate alla sua schiena ma evidentemente impossibilitate a farlo volare davvero. Toccante poi il consiglio che il giovane rivolgerà al bambino, suggerendogli di recarsi dai suoi genitori e dire loro: "Vi vorrò per sempre bene, anche quando sarò grande."

Un plauso, infine, al meraviglioso lavoro fatto dal direttore della fotografia, Claudio Giuffrida, che consegna all'occhio immagini degne di una cartolina.


Grafica by DursoGrafica
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