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Fatù & La Stella Dei Desideri

12 Dicembre. Roma.

Chi di noi non conserva il ricordo (per alcuni più fresco di altri) di quando la mamma, la nonna, la zia (chissà perché son sempre le donne a prendersi la briga di perpetuare la fantasia) ci leggevano una favola prima di andare a dormire? O magari, semplicemente, la leggevano semplicemente per tener semplicemente (chissà se seminando avverbi si potranno raccogliere aggettivi) compagnia al nostro raffreddore, alla nostra varicella, ai dolori influenzali dell'inverno?

E' presto detto: della mia generazione siam già molto pochi, che abbiam vissuto questa fortuna. Delle generazioni successive alla mia non posso dire...ma lo vedo dai loro occhi cattivi e dai loro gesti tremendi che di favole ne hanno ricevute in dono ben poche.

Eppure, e qui scatta fuori come una molla la mia parte da moralizzatore convinto, di favole ne abbiamo un bisogno incredibile, ed è una necessità che viene fuori man mano che avanzano i numeretti all'anagrafe, man mano che festeggiamo compleanni, man mano che diventiamo adulti e le brutture della vita ci costringono a mettere da parte quell'universo interiore che ci ripromettiamo di non dover perdere mai e che poi è la prima zavorra di cui ci liberiamo quando cominciamo ad andare a fondo.

Son convinto di una cosa, però: il tempo per poter recuperare il tempo perduto c'è. Basta sfruttarlo. Basta fare un giro in libreria (perché sono i libri che salvano la vita, mica i diamanti) e lasciarsi contagiare da una nuova malsana idea: compro un libro di favole. E se qualcuno ci dovesse chiedere: "Non hai figli, non hai nipoti, a chi le leggi 'ste favole?" risponderemo convinti: "Le leggo a me." E potremmo anche aggiungere: "Chi se ne frega dei bambini se posso essere contento io?" ma mi rendo conto che alcuni potrebbero storcere il naso, allora io farò finta di non averlo scritto e voi di non averlo letto.


Ieri sera, nella cornice offerta dal Felt Music Club di Roma, ho preso parte (purtroppo solo come spettatore) ad un reading letterario piuttosto interessante, incentrato appunto sulla storia di Fatù, come ben facilmente si poteva immaginare dal titolo.

Per la regia di Alberto Menenti e con la voce di Ornella Amodio, le parole scritte da Cristina Nenna hanno preso vita, e complice un buon accompagnamento musicale (non dal vivo, si intende, perché ci vuole anche un certo soffice distacco affinché la magia prenda vita) il pubblico presente si è lasciato trasportare nelle vicende della piccola bimba Fatù alle prese con il suo più grande sogno, diventare un'astronauta, e le brutture di una vita spesso poco generosa.

La penna della Nenna e le magnifiche illustrazioni di Lorenzo Terranera, che venivano proiettate e accompagnavano la splendida voce della Amodio, hanno permesso ai pochi bambini presenti ma soprattutto ai tanti adulti, di assumere un'espressione tipica di chi sta a sentire qualcosa di bello: al di là dei bei sentimenti, delle belle speranze, delle difficoltà superate o meno, la storia ha del poetico se consideriamo che assistiamo nientedimeno che alla crisi esistenziale di Adil, una stella cadente che di fare il suo lavoro proprio non ne può più. D'altronde, provate un po' a biasimarla! Quanti desideri abbiamo espresso, col naso in aria durante le notti più disperate che inevitabilmente ci attraversano la vita? Quanti ne abbiamo visti realizzarsi? Quanto abbiamo sperato che quel colpo di fortuna toccasse a noi, per una volta?

E di questo Adil ne è consapevole. Tristemente consapevole.

E poi i personaggi "di contorno": dalla mamma di Fatù ai bambini, dai baobab al papà, dalle altre stelle al maestro della piccola, che merita una menzione a parte. "Perché?" chiederà qualcuno. "Perché di maestri validi non ce n'è più traccia." rispondo io. E invece, in questo caso, all'educazione e alla figura che la rappresenta è assegnato un ruolo non indifferente: è proprio il maestro ad aver regalato a Fatù il suo primo libro di astronomia; è merito suo se la piccola ama le stelle al punto da voler fare un lavoro che le possa permettere di avere a che fare con loro più da vicino. E non è un caso, io credo, che in una delle raffigurazioni di Terranera il maestro in questione venga presentato con più braccia: c'è un fortissimo simbolismo che a volte fa bene ricordare, in un'epoca come questa dove il maestro non è più colui che apre le porte, ma che le chiude intransigente perché non abbiamo preso un 6 in matematica.


Il volume, pubblicato dalla Valentina Edizioni e che ha avuto il patrocinio del Comitato Italiano Dell'UNICEF, risulta essere molto contenuto nella sua estensione (appena 32 pagine) ma piuttosto profondo verticalmente.

E' importante ricordare che son sempre stati "i grandi" ad aver scritto favole; dunque, un bisogno di tramandare alcuni valori semplici c'è ancora e non è affatto anacronistico, come sentimento, se nel 2014 persiste questa capacità da parte degli adulti e questo desiderio di ricevere da parte dei bambini.

In fondo, in ogni favola c'è un po' di noi: possiamo rivedere il nostro profilo caratteriale in un troll, per esempio. In un orco. In una strega. O sentirci irrimediabilmente reclusi in una torre in attesa che arrivi il giusto principe a lasciarci liberi. In un modo o nell'altro, ogni personaggio ha in sé un po' di noi, e Fatù non fa eccezioni: i suoi dubbi, il suo dramma familiare, la sua vita certamente non costellata di lussi ed eccedenze, i suoi alberi, le sue stelle, il suo essere scoraggiata come tutti siamo stati (e saremo, perché nella vita è bene ricordare che si può cadere più volte senza per questo essere persone inutili), ce la fanno sentire incredibilmente vicina al di là della sua età.

E poi, per un "nerofilo" come me (so benissimo che questa parola non esiste, saputelli! Già vi vedo con lo sguardo accusatore!), avere un personaggio centrale con la pelle finalmente "colorata", è un valore aggiunto a cui non posso non dedicare qualche parola (che ho dedicato in questi due righi, dunque non era un preambolo ma un epilogo).


Detto ciò, sorvolo sull'organizzazione della serata in toto (a proposito: quando impareranno i pochi superstiti del caso, che non è possibile fare un finto buffet in cui c'è qualcuno che ti chiede: "Questo lo vuoi? Questo lo vuoi? E questo lo vuoi?" senza che tu sia libero di servirti da solo? O sono buffet o sono su ordinazioni, i piatti, ma basta con la formula del tavolo con sopra prelibatezze di ogni tipo che qualcuno deve servirti al posto tuo, facendoti così sentire una vacca indecente mentre rispondi: "Sì. Sì. Sì grazie. Sì.") che comunque è stata piuttosto piacevole (ripeto: forse un po' alto il prezzo di 12 euro ma in fin dei conti erano pure per una buona causa, quindi non farò lo stronzo), e ovviamente invito i coraggiosi che sono arrivati a leggere fin qui a cercare le modalità su internet per poter comprare questo libro (che credo si trovi anche direttamente nelle librerie).

In fondo, Natale è alle porte...e c'è sempre bisogno di regalare qualcosa di bello e significativo.

In questo caso si possono unire le due cose...ergo.


Piccola nota finale sulla parte più prettamente "spettacolare" della serata: Ornella Amodio non è certamente una bambina, e credo che per un adulto non sia facile attirare l'attenzione dei bambini o leggere come leggerebbero loro...ma credo che lei ci sia riuscita. Complice una regia quasi trasparente (in senso buono, intendiamoci), delicatissima, che ha saputo prontamente sostenere l'attrice con musiche adatte e mai invadenti, il tutto è stato perfettamente centrato.

Me ne son reso conto da due fattori: dallo sguardo rapito dell'autrice, seduta in mezzo al pubblico, e dalle due bambine che, a reading concluso e dopo aver comperato il libro, si son sedute al centro della sala mentre gli adulti mangiavano e hanno cominciato a leggere la favola una di fronte all'altra.

Magia del teatro.

Magia della penna.

Magia dei disegni.


E sarà una magia anche smettere di scrivere, per me...sto diventando vecchio e logorroico.


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