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Miseria Ladra (II atto)

20 Novembre. Roma.


Si può scegliere di trincerarsi dietro muri di pomposità, di silenzio misterioso, di assoluta lontananza dal vivere comune e sociale, oppure si può prendere una via diversa, magari più tortuosa ma sicuramente più remunerativa da un punto di vista professionale in primis, ma più principalmente umano, che forse è la cosa che manca in questi ultimi tempi di politica giocata nei palazzi e di decisioni prese quando intorno non ci sono testimoni.

Ho preso parte, sulla scia del profondo interesse suscitato in me dal primo appuntamento, al secondo e ultimo incontro di questa doppietta messa a segno da Link, che ha saputo organizzare bene l'incontro di alcuni studenti dell'università Roma Tre con alcuni esponenti di movimenti, gruppi organizzati di studenti, e progetti territoriali nell'ambito di una volontà di approfondimento del problema sociale, politico ed economico che attraversa lo stivale da parecchi anni a questa parte, e che ha trovato nella crisi economica un fortissimo alleato per devastare definitivamente quel che pareva rimanere in piedi per puro dispetto.

Nello specifico, in questo incontro (proposto sempre nel poco favorevole orario 12 – 15), Grazia Naletto ha presentato alcuni suggerimenti economici messi a punto nell'ambito della campagna "Sbilanciamoci", accompagnata da alcuni interventi di una ragazza appartenente all'UDS (Unione Degli Studenti) e dal racconto di Amedeo (del quale non conosco il cognome, ma mi perdonerà sicuramente) che ha potuto portare, come nel caso di Binario 95 nel primo incontro, materiale di vita vissuta e di sperimentazione sul campo di quella che tutti immaginano come la "mano del sociale" che altro non è che l'impegno del ragazzo seduto accanto a te nell'autobus o della signora con la quale scambi un rapido sorriso alla cassa di un supermercato qualunque.


Di fatto, le parole ruotano sempre intorno allo stesso perno: l'assoluta indifferenza che mostra, da tempo immemore, lo Stato nei confronti dei suoi stessi cittadini. Si è parlato di reddito minimo garantito, di fondi che sono stati prosciugati e soppressi, di interventi inesistenti, di tutto ciò che è caduto in mano ad una concezione sempre più monetaria della vita, senza quell'accortezza e quella cura per i propri cittadini che passa in primo luogo dagli edifici preposti, dai "centri del sapere", insomma dalla scuola e dai suoi insegnanti. Insegnanti che, appunto, risultano sempre meno preparati, sempre meno aggiornati, sempre meno possibilitati ad intervenire nei confronti di una piaga assurda come la dispersione scolastica, che in Italia e specie nelle regioni del sud tocca vette altissime e numeri incredibili, con percentuali che in Sardegna arrivano veramente a fare paura.

In altri termini, un'altra Italia è possibile, ma occorre far forza e soprattutto non concedersi tempi eccessivamente lunghi.


Un'altra Italia è possibile, dicevo, ed è possibile ogni volta che gli esseri umani che la abitano decidono di mettere in campo quanto hanno conosciuto, della vita, dello studio, dei saperi in generale, affinché ne fruiscano anche altri.

E' il caso, come anticipavo, del racconto di Amedeo, che insieme ad altri ragazzi ha qualche tempo fa avviato nel quartiere Garbatella di Roma una "scuola popolare": un luogo, cioè, ricavato all'interno di un centro sociale, dove i ragazzi in età scolastica potessero trovare un punto di approdo, un luogo in cui cercare di ricevere indicazioni, spiegazioni, assistenza nell'operazione delicatissima dello studio. Ragazzi che, nemmeno a dirlo, sono già stati scaricati dai circuiti scolastici ufficiali, o sono comunque ad altissimo rischio di dispersione.

Per fare una brevissima nota di approfondimento (così da apparire informato oltre che perennemente polemico), la dispersione scolastica è un fenomeno che potremmo paragonare al nanismo: un paese crede di poter raggiungere vette altissime, ma poi i giovani decidono di smettere di andare a scuola, e tutto finisce in uno show televisivo dove una Barbara D'Urso ci chiede com'è stata la nostra vita dal basso dei nostri 90 cm.


Come? Perché decidono di smettere di andare a scuola? Potrei star qui per giorni, credo, e comunque tutte le motivazioni non riuscirei ad enumerarle e ad approfondirle come invece meriterebbero; si può però dire che il tutto fa parte di un quadro in cui son sempre (o quasi sempre) i sostegni sociali a venir meno, sia che si tratti di sostegni più propriamente economici, sia che si tratti di qualcosa di molto più metafisico (come la motivazione dell'alunno, ad esempio; i condizionamenti familiari; le cattive compagnie.)

Tutto questo, ed è proprio qui che sta la desolante scoperta dell'acqua calda da parte del sottoscritto, è uno spreco inaudito.


Se è vero che i giovani (ed io nemmeno mi ci includo più, con i miei prossimi 25 anni sul groppone) sono il futuro del mondo, allora è davvero il caso di spendere qualche risorsa affinché siano persone formate, sia a livello educativo che cognitivo che sociale. Non si può pensare di procedere, di approdare nel futuro o anche solo semplicemente di vivere un presente dignitoso, senza che si rivolga l'attenzione lì dove si deve rivolgere.

Alcuni esperimenti, alcuni episodi (e le storie di Fabrizio e Amedeo sono esempi meravigliosi in questo senso), alcuni tentativi fortunatamente andati a buon fine, hanno dimostrato come il movimento dal basso sia una delle ultime risorse rimaste, ma ovviamente non basta. E, aggiungo, basterà sempre meno se invece di dare, politicamente parlando, si continua a togliere.


Vedete, il problema è molto più complesso di come io stesso riesca a trattarlo: c'è un'enorme potenzialità sommersa, in questo paese; c'è gente che produce, che offre valide alternative, ci sono ragazzi senza alcun titolo accademico che riescono a mettersi in gioco molto più dei blasonati e ad ottenere risultati tangibili molto migliori. Eppure, dilaga il pessimismo. Eppure, circolano solo idee su quanto in basso si sia caduti. E' vero. In basso ci siamo. Citando Silvestri: "Più in basso di così c'è solo da scavare." e probabilmente siamo giunti anche a quel tipo di impegno; ma c'è anche una gran voglia di rimettersi in gioco e sfruttare le competenze umane di cui disponiamo.


Gli incontri, i convegni, i tavoli di discussione, possono fare moltissimo in termini di diffusione; chi studia, poi, può fare moltissimo una volta approdato nel mondo del lavoro. Chi scribacchia, come me, può tentare di comunicare un messaggio. Chi insegna (bontà loro) può cercare di indirizzare al meglio le forze fresche con cui ha a che fare. Chi fa politica... Chi fa politica si ritiri.

E' meglio per tutti.


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