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Miseria Ladra (I atto)

18 Novembre. Roma.


Partecipo con un certo scetticismo all'incontro promosso dall'associazione Libera, con il supporto del Gruppo Abele e di Link – Coordinamento Universitario, nella sede di Piazza Della Repubblica della facoltà di Scienze Della Formazione.

Fatto questo elenco sterile di nomi (ma sempre doveroso perché sennò poi rischi che si sentano offese le parti chiamate in causa, e già se uno è chiamato in causa benissimo proprio non si può sentire), l'attenzione si rivolge al succo dalla questione, che per la maggior parte degli studenti che hanno aderito all'iniziativa è stata: "Vale come tirocinio interno, 'ste 3 ore me le tolgo dal groppone."

Sì perché non è giusto mica difendere i giovani a prescindere! Mica dobbiam far finta di non vederne le brutture, per farceli amici o riuscire simpatici. Certo, rappresentano purtroppo una grossa fetta di mercato, sotto qualunque punto di vista si guardi la faccenda, ma alcuni col mercato non ci sono mai andati d'accordo, dunque penso di potermi ritenere in qualche modo giustificato. E questo, intendiamoci, non è un attacco arido e fine a se stesso: è un'annotazione di uno che ha il vizio di osservare, e che non capisce per quale motivo non si sfruttino maggiormente questi fantomatici "luoghi di cultura", che tanto profumatamente paghiamo (nonostante si continui a parlare di "università pubblica"), lesinando sugli interventi e sul confronto verbale, di quello costruttivo, come non si usa fare più. Insomma: tutti zitti o quasi i miei colleghi di ventura, a fronte di un incontro che è stato invece parecchio interessante e con momenti di forte stimolo cultural-sociale, ammesso che un'espressione del genere sia lecito usarla.

A tener banco, con una "conduzione" simpaticamente emotiva, Giulio Freda (Link), che ha smistato gli interventi di Giuseppe De Marzo (responsabile della campagna), del professor Tognonato (docente di sociologia economica e dello sviluppo) e di Fabrizio Schedid, direttamente dal centro diurno Binario 95.


L'orario è stato probabilmente molto pesante da digerire: dalle 12 alle 15, come se nessuno sentisse più il bisogno di mangiare, ma non si può certo volere tutto dalla vita; in più, un plauso va sicuramente fatto a Roma Tre per aver gestito al meglio (almeno in questo primo incontro, il secondo sarà giorno 20) la situazione, concedendo un'aula piccola ma con il giusto numero di partecipanti, così da rendere il discorrere intimo e comprensibile senza bisogno di megafoni o interruzioni per le chiacchiere che il ragazzino di turno sente di dover fare con il compagno "di banco".

Si è parlato di tante cose, si è parlato di numeri, di gente, di punti di vista, di possibili risposte e di piccoli progetti che già attualmente si impegnano come possono: dal discorso di De Marzo (un po' nozionistico in verità) che ha dato un quadro generale del disastro economico e sociale che stiamo vivendo, al racconto di Tognonato incentrato su alcuni trascorsi personali e alcuni interessanti spunti di riflessione, al pregevole racconto di vita di Schedid, che credo (chissà se i miei colleghi saranno d'accordo) abbia monopolizzato l'attenzione e a giusta ragione.

Mi spiego (e nel caso non vogliate spiegazioni, ho tante uscite di emergenza a vostra disposizione): De Marzo sa di quel che parla, c'è dentro fino al collo in ciò che fa ed ha una passione che traspare ancora (nonostante siano anni che si dedica a certi tipi di aspetti e di progetti nel sociale) e con una forza che difficilmente lascia indifferenti; in Italia, inutile che io qui stia a ripetere quanto da lui riportato, la situazione è quella che è: i numeri tra disoccupati, precari, poveri relativi e assoluti, sono spaventosi. Di contro, la politica dei governi che si sono succeduti (e di un'Europa sempre meno mamma e sempre più matrigna) ha notevolmente ridotto le risorse a disposizione del futuro (ricerca, università) ma soprattutto quelle di supporto ad una moltitudine di vite che si sono infrante di colpo contro una realtà sempre più dedita alle cifre, alle monete (come ben ha sottolineato il professor Tognonato successivamente). Manca quella solidarietà costituzionale che purtroppo alcuni hanno fatto in modo di (far) dimenticare, con una certa maestria e questo bisogna purtroppo riconoscerglielo.

E allora che succede?

Succede che ci si impoverisce.

Che si perde il lavoro prima, la famiglia poi, gli amici verso la fine, e la dignità a conclusione del tragico percorso.

Solo che, mentre alcuni poveri finiscono meglio (come sempre, d'altronde), altri finiscono in mezzo alla strada. Nei vicoli. Nelle squallide rientranze di una città che difficilmente perdona chi non ha altra colpa se non quella di essersi un po' lasciato vincere dalla vita (ma non siamo tutti guerrieri).


Il Centro Polivalente "Binario 95", che nasce presso la stazione Termini, si propone come supporto per le persone senza fissa dimora (e qui entra in gioco Schedid). Queste persone (persone, lo ripeto, persone) chi sono? Sono, appunto, impoveriti. Gente che ha avuto una sua personale vita, fatta magari anche di successi, e culminata in un impoverimento non solo economico (in uno stadio iniziale), ma soprattutto cognitivo, personale, a livello di dignità, di impegno del cervello, fino ad un punto di non ritorno, nemmeno da se stessi.

Schedid (degna di nota la sua decisione di non tenere in conto la presentazione preparata per essere proiettata, e così simile ad una triste lezione poco feconda) mi ha personalmente coinvolto con il racconto delle vite che sono approdate lì; dei loro bisogni, del loro personalissimo modo di rimettersi in gioco, di ripescare quelle capacità, quelle qualità, quelle predisposizioni naturali, e di valorizzarle tramite la scrittura, ad esempio; insomma di ritrovare il proprio "io" nascosto in mezzo a tutto ciò che di bello la vita non ha dato.


Come ricordato spesso da De Marzo (a proposito: Libera ha fatto delle proposte concrete, in merito all'attuale situazione economica italiana, con riferimenti particolari anche al mondo della criminalità organizzata che combatte e dei cui beni immobili tenta di farne un uso "sociale", come tanto ci piace a noi ripetere in ogni discorso; tuttavia non starò qui ad elencarle, per quanto interessanti, ma potete indirizzarvi verso il loro sito internet), a diventar poveri ci si mette veramente poco.

Il problema è sempre quello: capita ad altri, il male, e mica a noi.

Ecco: incontri come questo fanno capire che non esistono più posti sicuri, quando il lavoro scricchiola e la politica si gongola inutilmente nel marasma di coraggio che non ha, e che molto difficilmente quelli che noi guardiamo con diffidenza agli angoli delle strade avrebbero potuto immaginare una fine così.


E tuttavia, di fine non si può e non si deve parlare.

La presenza, oggi, dei tre "livelli di intervento" nella faccenda del disagio che viviamo, è stata rassicurante.

In qualche modo, si interviene sempre affinchè: ci sia una pressione nei confronti della politica, dal locale a salire (Libera); ci sia una consapevolezza tramandata, affinché le nuove generazioni e i professionisti del futuro sappiano a cosa vanno incontro e da dove arrivano (Università); ci sia un supporto materiale, mirato al risanamento di una propria personale condizione di esseri umani (Binario 95).

C'è bisogno, io credo, di cominciare seriamente a muoversi. Muoversi affinché non restino solo parole studiate per la preparazione di un esame, quei pochi concetti che possono essere adattati ai nostri giorni; muoversi affinché non ci si lasci prendere dal panico ma si cerchi seriamente di porre un freno alla dispersione di denaro pubblico, a favore di una canalizzazione verso uno dei lati della medaglia che più ricchezza può portare a lungo termine: la meravigliosa potenza umana di cui disponiamo; muoversi affinché la preoccupazione maggiore, per i futuri lavoratori del sociale, sia l'altro inteso come, appunto, altro da noi.

Muoversi, infine, affinché tutto prenda una piega diversa da ciò che i baroni della cultura, così tristemente autoreferenziali con i libri che loro stessi scrivono, curano, traducono, comprano (e obbligano a comprare) lasciano intendere. Non è nel vecchio che ci si deve rifugiare, per dare una chiave di lettura ai problemi che oggi macchiano il nostro tessuto sociale. Non è nei classici, nei libri con paroloni arcaici, nei concetti pseudo-filosofici e anche un po' ridicoli; è nelle strade, nei centri di recupero dei tossico-dipendenti, nelle opere di recupero architettonico dei beni confiscati alle mafie (e lì si va con la paletta e il secchiello, mica con Hegel); nell'accogliere l'ennesimo barcone.


Muoversi affinché l'educazione, intesa come l'integrare o il reintegrare una persona nello spazio sociale che occupa, possa davvero essere certa di tre cose basilari: la volontà dell'educatore; la volontà dell'educato; la volontà della società.

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