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Se Io Muoio Ti Dispiace?

11 Luglio. Roma.

Chi legge il giornale, chi si informa, chi ha minimamente a cuore qualche altro orticello oltre il suo, sa benissimo che una delle numerose piaghe che vivono placidamente sul corpo steso al sole dell'Italia è la sanità a volte zoppicante, per non dire proprio oscena, per non dire vergognosa, ammesso che ci siano cose che ancora abbiano il potere di far vergognare.

Aggiungiamoci, poi, che l'arte è sempre più asservita a determinati gusti, ad un determinato pubblico che spesso non ha nessuna intenzione di uscire di casa (figuriamoci di pagare, poi) per assistere a qualcosa che potrebbe sbattergli in faccia una realtà che esiste, certo, ma di cui è meglio se non si parla.

Concludiamo, ma non perché sia di minor importanza, che invece è essenziale continuare a portare in giro degli spettacoli che abbiano un valore sociale, in grado di smuovere le coscienze ormai sopite di tutti quelli che non riescono più ad indignarsi per niente, nemmeno per quello che da vicino li potrebbe riguardare, come il rischio di finire in un ospedale e di uscirci con una garza al posto dell'appendice, se vogliamo essere ottimisti.

E la commedia?

Che ruolo ha in tutto questo?

Il ruolo di regina indiscussa, ovviamente! Se la gente la fai piangere, dimentica; se la fai ridere, ricorda.

Facendo ridere ho detto le peggiori cattiverie, nella mia sporca vita, e un motivo ci sarà.


Al Teatro Arcobaleno, con i soliti minuti di ritardo propri di ogni spettacolo teatrale che si rispetti, è andato in scena ieri sera un pezzo di Dacia Maraini, rivisitato e diretto da Barbara Amodio, dal sintomatico titolo "Se io muoio ti dispiace?"

Se lo devono essere chiesti più e più volte i pazienti dell'ospedale in questione, il Santo Natale, dove le situazioni che si presentavano nel corso dell'opera hanno messo in scena e sbattuto sotto la lente di ingrandimento del teatro tutti i mali che affliggono la decadente sanità italiana: Gozzo, Miopia e Pidocchio, oltre a dover fronteggiare le loro personalissime malattie, hanno dovuto lottare contro un cibo disgustoso e scadente (preparato dal buon Besciamella che più di tanto, con l'Economo alle calcagna, proprio non poteva fare), contro le pulci, contro le trovate strambe di Suor Cuore Sanguinante, contro il disinteresse della sexy-dottoressa Olimpia, e con un unico supporto, quello di Maria, che certo non poteva bastare a lenire il disagio.

Accompagnato da musiche e canzoni come sempre azzeccate (la Amodio sceglie sempre pezzi adatti per l'occasione), lo spettacolo ha tuttavia sofferto di una carenza di compattezza tra gli attori, che non sono riusciti a tirare fuori la coralità che ci si sarebbe aspettati da un'opera che vede in scena almeno quattro personaggi come cifra minima.

Tra momenti lirici ed altri di una comicità dilagante, snodandosi però in mezzo a momenti più piatti e in cui è mancata la coesione di cui parlavo, lo spettacolo colpisce però nell'intento originario, mettendo a nudo tutto quello che, dati alla mano, si è riscontrato di negativo nella gestione della pubblica sanità sul suolo italico.

Come sempre, ma la regista è bravissima in questo, sono da mettere in risalto le parti in cui, con il solo uso dei corpi degli attori e della musica, si sono creati momenti di impatto, con immagini degne di nota e in grado di mettere in risalto ogni singolo componente.


Quello che fa paura, e lo sappiamo tutti, è la morte. Ma forse, ancora più della morte, fa paura quel sentimento di assoluto oblio che potrebbe seguire a quell'attimo, a quell'arco sotto cui tutti dobbiamo passare, che sia prima o che sia poi. Fa paura la possibilità di essere dimenticati, di non far più parte dei giorni dei nostri cari, di non poter più godere dei progressi che il mondo farà anche senza di noi. Fa paura, in ultima analisi, la consapevolezza che il dispiacere che si prova quando qualcuno va via, è un dispiacere momentaneo, assolutamente frutto del momento, e che per quanto possa prolungarsi nel tempo verrà poi strappato via dalla vita, che (così ci insegnano) deve comunque andare avanti.

E al nostro funerale, ad esempio, chi verrà? Saranno davvero commossi o faranno presenza per qualche assurda legge del mercato?

E poi tutto quello che c'è prima. La malattia, appunto. L'ospedale, appunto. Il fastidio nel non essere capiti, appunto.

"Se non ti fidi, non guarisci."

Ma è proprio la fiducia il primo istinto che viene meno, quando si ha a che fare con un ospedale come questo dello spettacolo.

Uno dei pezzi migliori, probabilmente, o comunque uno dei più apprezzati dal sottoscritto, riguardava proprio la rappresentazione del luogo ospedaliero come di una seconda famiglia, e se ci riflettiamo è proprio così: ovviamente, si capisce, non parlo di tutti quelli che passano in ospedale per un mal di testa e intasano il Pronto Soccorso di turno con un codice bianco che sarà smaltito a notte fonda (perché è sempre di notte che ci si sente male, chissà perché); mi riferisco a chi, suo malgrado, ha la macchina rotta in modo serio, e tra quelle mura ci deve passare un periodo sostanzioso della sua vita.

Di fatto, il Santo Natale è un ospedale X tra tutti quelli che nel corso degli anni si sono distinti, in Italia ma anche nel mondo, come dei luoghi di degenza spaventosi, tra scarafaggi nei corridoi e vermi sulla carta igienica.

Insomma, se già stiamo morendo che almeno ci siano fiori profumati e un personale cordiale, o no?


Lo spettacolo, punto di culmine di un laboratorio teatrale, ha mostrato che alcuni attori sono sicuramente ad un livello avanzato rispetto ad altri, che forse hanno un po' penalizzato il complesso; d'altronde, sono secoli che parlo del diritto di iniziare ad essere presi sul serio, sotto certi punti di vista, per alcuni... E' il momento in cui, coscenziosamente, si prendono alcuni artisti (specie quelli che fanno i laboratori per un futuro professionale in questo campo, e non per puro hobby o passatempo della Domenica) e li si fa procedere nel percorso, magari iniziando a retribuirli in qualche modo in spettacoli più consoni al loro livello, senza nulla togliere al resto della ciurma.

Tuttavia, orchestrare un gruppo di attori, di qualunque livello siano, non è facile per niente; la regia teatrale sta proprio in questo, dico bene?

Onore, quindi, alla regia targata Amodio, che è sempre e comunque sinonimo di affidabilità.

Basterebbe solo, magari, che si iniziasse ad osare di più; ad investire maggiormente, se vogliamo dirla così...

Ma questo è un altro discorso, certo.

E per parlarne a teatro servirebbe un altro spettacolo.


Ci sto pensando seriamente.


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