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Epistolario Unilaterale

9 Maggio. Castelnuovo di Porto.


Tra le parecchie sensazioni che mi piace provare, ce ne sono due di cui vado particolarmente fiero: quella che provo quando mi preparo ed esco, perché ho in programma di andare in scena con uno spettacolo, e quella che provo quando mi preparo ed esco, perché ho in programma di andare a vedere uno spettacolo. Il teatro fa parte della mia vita in ogni piccola componente, e quando si tratta di andarci e fare da spettatore si apre una vasta gamma di piaceri che sono diversi, certo, da quelli che provo quando ci vado per recitare io stesso, ma sono comunque preziosi, sono cose di cui proprio non saprei fare a meno.

Intendiamoci: non c'è bisogno di andare in grandi posti; anche uno spazietto in una piccola associazione culturale di un paesino di provincia può essere magico e anzi, forse lo è di più, perché è meno macchiato dai soldi, dai grandi venditori ambulanti di opportunità. La cornice è stata proprio questa, ieri, all'Artipelago di Castelnuovo: una saletta con un piccolo spazio adatto al teatro da camera, qualche seggiola messa una vicina all'altra, un divanetto, una scenografia scarna ma significativa (due manichini, un velo, un enorme cappello, un vistoso boa di piume, un leggio) e soprattutto un'atmosfera quasi familiare, di condivisione estrema, dettata probabilmente dagli spazi ristretti della struttura.

L'orario di inizio è stato rinviato parecchie volte, a causa di un disguido, ma per tutto il pubblico accorso (non numeroso ma parecchio attento e fertile, in compenso), sia che arrivasse alle 21, sia alle 21:30, è stato un momento particolarmente apprezzato, io credo, di cui si è a lungo parlato dopo la fine dello spettacolo.

Come? Dovrei andare con ordine, mi suggeriscono i puristi? E andiamo con ordine! Accontentati!


"Chi non trema, o è arrivato o non è ancora partito."

Il testo, firmato da Mirna Rivalta ed estrapolato da un suo libro, colpisce per il contenuto assolutamente tremante, ma al tempo stesso di una fermezza incredibile. Si parla d'amore, signori, eppure non c'è assolutamente nulla di banale nella trattazione di un tema così abusato, così stuprato, così lasciato alla mercè di quei cani e quei porci che niente hanno fatto se non svilirlo in mille canzoni di dubbio gusto, in mille romanzetti per idioti. Si parla di amore, eppure, non si parla di amore affatto. Si parla di lettere. Si parla di una donna, certo, ma in primis di un essere umano e del suo "uomo amato" eppure perso chissà dove, lasciato andare forse, o magari mai trovato, idealizzato, creato ad arte in un angolo del cervello. Si parla di un'assenza, forte, potente, travolgente, che da assenza diventa presenza e viceversa, che da assenza dà luogo a ricordi, a considerazioni, a pensieri, ad immagini che vengono descritte come quadri che si è visto o che si è semplicemente pensato di vedere.

Non c'è un'epoca, non c'è una trama, non c'è un filo logico, ma solo apparentemente; in realtà c'è tutto, ma celato dietro una manciata di malinconia, dietro qualche orgoglioso colpo di coda, dietro una capacità di non arrendersi al mancare semplice e banale. Una persona amata non c'è, e questo è quanto. Ma sono pochi, e la Rivalta c'è perfettamente riuscita, a riuscire a vivisezionare un'assenza dandole una nuova dignità, un nuovo vestito, fatto di lucine piccole ma significative. Una persona amata non c'è, eppure c'è tutto il resto, c'è quello che si pensa, che si fa, che si ricorda, quasi a suggerire che ogni momento negativo nella vita di una persona possa dar luogo ad una serie di piccoli parti gemellari, tripli, quadrupli, in cui si mette al mondo quello che rimane quando un amore è finito, non è corrisposto, o è semplicemente immaginato.

La bravura dell'attrice, Ornella Amodio, sta proprio in questo: nell'esserci in modo rispettoso, attento, accorto; nell'esserci solo e unicamente come una portavoce sincera e mai invadente di un pensiero non suo, eppure così meravigliosamente messo addosso come uno di quei vestiti che no, proprio non ci starebbero bene...eppure, poi, è proprio con quelli che andiamo alle cene importanti. Non c'è una sbavatura, nella recitazione; non c'è mai la sensazione che l'attrice stia seguendo un percorso interiore diverso da quello che ha seguito l'autrice mentre quei pensieri li scriveva, mentre quei tormenti li viveva. E' stato, insomma, un connubio perfetto. Che, bontà loro, non si è esaurito in un testo travolgente e in una interpretazione magistrale, ma è stato arricchito da un terzo elemento: quello musicale. Anzi. Persino da un quarto! Quello visivo.

Come? Dovrei spiegarmi meglio, mi suggeriscono i puristi? E mi spiego meglio! Accontentati!


Immaginate un leggio, messo proprio su un ideale proscenio. Immaginate dei manichini, uno bianco ed uno nero, messi sul fondo verso il lato sinistro dello spettatore. Immaginate l'attrice, la lettrice per meglio dire, dietro il leggio alto, austero; e poi, sul fondo, al posto del telo nero, uno schermo. Delle proiezioni. Foto. Foto curate dalla coppia Rivalta – Ciabatti. Una traccia musicale, firmata Lupano. Una regia scenica misurata ma azzeccata, quella di Alberto Menenti.

Cosa viene fuori?

Viene fuori uno spettacolo che culla l'udito, con dei pezzi musicali e parlati che accompagnano fotografie spesso forti, provocatorie, ma mai volgari, che a loro volta fanno da sfondo e supporto ad una voce profonda, colorata, intensa, un vino rosso insomma, che a sua volta lancia sul pubblico una serie di pensieri, considerazioni, una serie di lettere a nessuno, di una intensità in alcuni momenti commovente e trascinante, che tocca le corde di chi ha un'anima, di chi ha sentito amore, di chi lo ha perso, lo sta perdendo o non lo ha mai trovato.

"Uno è il numero giusto per noi due."

Ed è tutto qui, il sunto. E' questa la trama. E' questo il punto di non ritorno che poi, meravigliosamente, è anche il punto di partenza.


Non è vero che il vino buono è nella botte piccola.

Se il vino è buono, la botte si adatta.

Ieri c'era una botte enorme, eppure da quel vino ne abbiamo attinto tutti, lasciandoci trasportare verso quei pensieri che preferiamo ignorare, a cui non diamo retta per non cadere in una malinconia che non sappiamo dove potrebbe portarci. Eppure, ogni tanto, cedere alla malinconia non può che far bene, specialmente se lo si fa con assoluta mancanza di giudizio, nei confronti di noi stessi in primis.

E' proprio in quel preciso momento, allora, che non conta assolutamente nulla quello che altri penseranno di noi. Siamo liberi di pensare ad ogni cosa. Che se fossimo diversi saremmo migliori, ad esempio; che se avessimo pensato meno avremmo potuto fare di più; che se ci fossimo lasciati mettere in trappola, magari, non avremmo rischiato di continuare a camminare senza una meta.

"Se fossi più bella, sarei la donna più bella del mondo."

Non è così. Più belli non siamo. Tanto meno i più belli del mondo. Ma siamo in grado di pensare, accidenti; di sviscerare quello che ci capita, di perdonare addirittura chi non è stato all'altezza di accompagnarci nel nostro cammino.


Dicono che il vero spettacolo ci sia dopo la chiusura del sipario.

Se il pubblico ne parla, se è stato colpito da quello che ha visto, allora in qualche modo hai vinto.

Cosa, precisamente, non siamo in grado di dirlo...ma hai vinto. Ed hai persino lasciato che la tua storia fosse la storia di tutti, anche solo per un minuto.

Questo ieri è accaduto. Io c'ero. L'ho visto negli occhi di chi guardava e l'ho sentito nei miei.

E poco importa che tutti siano riusciti o meno ad immedesimarsi in ciò che hanno sentito; la storia di uno non è mai identica alla storia di tutti, ci si può solo avvicinare, anche di tantissimo certe volte, ma poi finisce là. Il male non si condivide. Non si può passare a qualcuno il nostro mal di stomaco o i nostri occhi gonfi.

Tuttavia, si può raccontarlo, il proprio dolore.

Con parole giuste, una musica adatta, una voce potente, una supervisione misurata e delle immagini giuste.

E tant'è.

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