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L'Albero Delle Donne

6 Aprile. Taranto.


La "Dichiarazione Sulla Eliminazione Della Violenza Contro Le Donne" del 1993, all'articolo 1, sentenzia di cosa si parli quando, appunto, parliamo di violenza (che sembra banale ma se ci riflettiamo bene non lo è affatto): <Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, lo coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata.>

Si calcola che, in Italia, siano state vittime di abusi sessuali o fisici, circa 6 milioni e 700 mila donne tra i 16 e i 70 anni; il 14.3 % delle donne è stata vittima di violenza da parte del partner, ma solo il 7% lo ha denunciato alle autorità competenti.

Sono numeri assurdi e allucinanti, destinati purtroppo ad aumentare di giorno in giorno visto che ogni due giorni e mezzo si conta un femminicidio.

Al di là delle cifre, che possono dare un'idea sommaria della quantità ma nulla possono nel descrivere il dolore, le conseguenze catastrofiche, le vite distrutte e spezzate, è un quadro che purtroppo lascia interdetti e sgomenti, quasi come se ci si trovasse di nuovo, da un po' di anni, di fronte ad una peste nera difficile da arginare. Ultimamente, sul suolo italico, sono cresciuti di numero i centri antiviolenza, i luoghi in cui le donne, vittime appunto di abusi e di violenze, possono recarsi per trovare sostegno: un sostegno legale, un sostegno psicologico, un sostegno medico. Ma non basta. Non basta perché il problema, come facilmente si può intuire, è alla base di un sistema purtroppo patriarcale che non manca di far sentire il proprio lato negativo praticamente ogni giorno.

Dietro i numeri, altissimi, si nascondono donne che nella migliore delle ipotesi sono morte; ma non vanno dimenticate quelle che, ancora vive, si ritrovano a convivere con un volto sfigurato dall'acido, con ferite fisiche non guaribili, per non parlare del peso psicologico che questi fatti hanno sulla vita futura delle sfortunate. Alcune reagiscono: denunciano, si mostrano in pubblico, sbattono in faccia alla gente quello che è successo a loro e diventano attiviste di movimenti e circoli che hanno il compito di smuovere non solo l'opinione pubblica, ma anche le stesse vittime, spingendole a denunciare il proprio partner. Non c'è assolutamente niente che riguardi l'amore, nell'uso delle mani, ma alcune donne, purtroppo, non riescono a tenere ben presente questo fatto; ecco che, quindi, i numeri di cui parliamo sono solo puramente indicativi, perché il sommerso è moltissimo e l'omertà copre il resto. Alcune, quindi, non reagiscono. Si lasciano andare. Continuano a subire ignobili situazioni spesso proprio tra le mura domestiche.

Tra le armi che possediamo, l'arte è una delle più importanti.


Lo spettacolo, andato in scena sul palco dell'Associazione Culturale Politeama Vinelli, a cura della produzione Wonstudios (nella fattispecie: Saverio Polito (che ne ha curato anche la regia), Clementina De Bartolomeo, Tiziana Messe, Federico Spadone, Riccardo Musci, Giovanni Giorgi, Mario Mariano), si è avvalso di un materiale variegato: due pezzi son stati tratti da "I monologhi della vagina" di Eve Ensler, rivisitati e stravolti; alcuni son stati composti per l'occasione; altri ancora, la maggior parte, provengono dal libro "Ferite a morte" che Serena Dandini ha pubblicato nel 2013 ma che ha iniziato a portare in giro nel 2012 come testo teatrale.

Il risultato è stato straordinariamente convincente: lo spettacolo ha usato registri comici e drammatici con sapienza, non risultando mai pesante o poco scorrevole, aiutato anche dagli interventi dei danzatori Ubaldo Olindo e Marta Flavia, e del finale all'insegna della dance anni '80 con la trascinante Cicì la cubana a fare da mattatrice. Nel mezzo, ovviamente, il citato albero delle donne: 16 attrici (per l'occasione unite sotto il nome di Ethra Women) che si sono succedute per raccontare un universo femminile diverso da quello che siamo abituati a conoscere; quella parte spesso nascosta di violenza subita, di ricatti, di morte, di sangue, di cui parlavo prima. 16 attrici ma soprattutto 16 donne, che tramite i loro racconti, letti, interpretati, urlati, soffusi, sono riuscite a portare all'attenzione del numeroso pubblico una delle piaghe più sconvolgenti di cui siamo testimoni in quest'epoca così ridicola, sotto certi punti di vista, da non ritenere importante la morte più dei tassi di interesse.


La suddivisione più naturale che io abbia potuto trovare è stata dettata dalla provenienza del pezzo portato in scena.

Ecco quindi che:


dall'opera "Ferite a morte" di Serena Dandini:

  1. "Luna di miele", interpetato da Anna Elvira Cuomo

  2. "Famme fatale", interpretato da Biancamaria Zito

  3. "La scientifica", interpretato da Emilia Denaro

  4. "Cara Luisella", interpretato da Francesca Mariano

  5. "Quote rosa", interpretato da Grazia Greco

  6. "Bimbe campanellino", interpretato da Lia D'Arcangelo

  7. "Il mostro", interpetato da Luisa Carlucci (che ha poi letto il pezzo "Strega", scritto da Barbara Giorgi in onore di Franca Rame), Maria Rizzo, Maria Rosaria Massimilla, Raffaella Semeraro

  8. "Amour fou", interpretato da Silvia Santese

  9. "Un kg di zucchero", interpretato da Marcella Motta


dall'opera "I monologhi della vagina" di Eve Ensler:

  1. "Peli", interpretato da Anna Maria Netti

  2. "La mia vagina è arrabbiata", interpretato da Valeria Marinello


A ciò si aggiungano:

  1. "Mi chiamano Agrado", interpretato da Elisa Martucci che ne è stata anche l'autrice

  2. "Educazione sessuale", interpretato da Flora Fiore e rielaborato dalla produzione sullo stampo del personaggio Merope Generosa della Marchesini.


La produzione ha devoluto i guadagni alla promozione della Casa Delle Donne di Taranto e allo sportello d'ascolto antiviolenza della Accademia Sociale Ethra, con il patrocinio dell'Ufficio Consigliera di Parità della Provincia di Taranto.


Al di là del tema, che già di per sé meriterebbe ben più di un articolo, sottolineo anche il fatto che nessuna attrice faccia questo di lavoro; sono quindi, come ben spiegato nell'opuscolo di presentazione dello spettacolo, studentesse, professoresse, avvocati, impiegate, parrucchiere, casalinghe, che hanno concesso il loro tempo libero e si sono prestate per dar voce e corpo ai racconti.

L'arte può, l'arte deve, ne ha quasi l'obbligo io credo, mettere una lente di ingrandimento sui temi di importanza sociale. L'idea che un gruppo di donne abbia parlato dell'universo femminile è sintomo di quanto si possa fare, nel proprio piccolo, per sensibilizzare quanta più gente possibile riguardo questo o quell'argomento.

Uno spettacolo, questo, che strizza l'occhio alle donne ma parla agli uomini, a quelli sani, a quelli rispettosi, a quelli civili, affinché non credano che il loro comportamento giusto sia la regola, ma piuttosto un'eccezione, ironicamente, e che questo debba essere un momento storico di vera presa di coscienza riguardo al drammatico svilupparsi di questa "moda" femminicida che spaventa, disturba, ferisce, lascia sgomenti.


Mi riesce sempre difficile, ve lo giuro, capire quale sia stato il meccanismo ributtante che abbia spinto i moderni, nel tempo, a preferire il cinema al teatro.

Quello che il palcoscenico regala, a chi recita e a chi guarda, è uno dei momenti più intensi che ci siano, artisticamente parlando; ieri, alla fine, l'atmosfera che si respirava era proprio così: distesa, certo, ma feconda di riflessioni che poi ognuno, attori e spettatori, si è portato a casa e con cui ha fatto i conti.

Dicono che un buon spettacolo debba continuare anche dopo la chiusura del sipario; ieri è successo.

Ieri siamo tornati ognuno alle proprie vite con un peso in più sul piatto della coscienza.

Per tutto quello che non facciamo, per ogni volta che chiudiamo gli occhi, per tutte le volte che non aiutiamo, per ogni grido che abbiamo sentito ma non abbiamo appurato.

Il silenzio è per i complici.

L'arte è per chi combatte.

E credo, in fondo, che sia tutto qui.

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