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Quasi Amici

Per un dannato ipocondriaco come me, quando è venuto a farmi visita il problema del dolore alle gambe che non mi ha più permesso di lavorare, l'immagine che mi è venuta a fare visita è stata chiarissima, e non c'è voluta nemmeno tantissima fantasia: io su una sedia a rotelle. Dipendente. Immobile. Inutile. Senza la possibilità di scrivere, di leggere, di fare uno dei miei stupidi discorsi che tanto mi piace lasciare in giro per il mondo a gente che, comunque, li dimentica poche ore dopo.

E' per questo motivo che questo film mi ha colpito. Per questo e per innumerevoli altre motivazioni, che rientrano comunque nella più grande famiglia della "questione della disabilità".


Questo è un mondo che corre, un mondo in cui ci si deve specializzare per andare avanti, un mondo che non ha paura di far fuori i suoi figli più fragili, più deboli, perché i furbi vadano avanti senza problemi.

Non è un mondo per chi sta seduto, insomma, e questo è quanto.

Ma nella realtà dei fatti, nella vita vera e in quella di tutti i giorni, le persone che sono sedute sono tante. Persone che non stanno dando retta alla pigrizia più bieca, come qualcuno potrebbe subito pensare, ma che stanno convivendo con una malattia degenerativa e invalidante, che le ha costrette a guardare il mondo da un altro punto di vista.

La sedia a rotelle non è un trono. Non è una sedia come tutte le altre. E' un maledetto articolo che si ritrova in mezzo ai piedi quando le cose non vanno, nella vita di un essere umano.

Philippe è tetraplegico in seguito ad un incidente. Ha i soldi...molti soldi...e inizia le selezioni per riuscire a trovare un assistente, un badante, ognuno lo chiami come vuole, disposto a prendersi cura di lui 24 ore su 24. Il giorno delle selezioni, in mezzo al marasma di gente sì titolata e professionalmente ineccepibile ma col difetto di prendersi un po' troppo sul serio, Driss si presenta già consapevole di non ottenere il posto, ma contento ugualmente di poter mirare, con quell'ennesimo rifiuto, al sussidio di disoccupazione. In realtà la piega che la storia prenderà sarà diversa da quella che il ragazzo inizialmente immagina, fino al punto che non solo Driss sarà assunto, ma comincerà a stringere con Philippe un vero e proprio rapporto di amicizia, di "quasi amicizia" a voler essere pignoli, che porterà all'incontro di questi due mondi solo apparentemente diversi.

Si ha sempre l'idea che il malessere fisico sia più importante di quello psicologico, ma le menti in grado di farsi due rapidi conti sanno benissimo che non è così.

Philippe rappresenta quello che di peggio potrebbe esserci, nella condizione di un essere umano, e cioè la totale assenza di autosufficienza; ma Driss rappresenta, al contempo, un essere umano ferito e deluso da un quadro familiare fatto di troppi bambini, una zia assente che si barcamena come può per tirare avanti la baracca e una serie di delusioni lavorative in grado (e noi lo sappiamo bene) di stroncare qualunque entusiasmo.

E' proprio per questo che i due si incastrano perfettamente.

Se da un lato Philippe rappresenta una vita statica fisicamente, dall'altro c'è Driss con una vita che fisicamente ha tutte le carte in tavola eppure sembra non andare.

Bellissima e significativa la scena in cui, quando i collaboratori dell'uomo mostrano al ragazzo il suo appartamento privato, questo si imbambola nel bagno, provvisto di una vasca che appare ai suoi occhi come la cosa più bella che si possa trovare sul cammino.

La storia si sviluppa e prende piede, e i metodi poco ortodossi del ragazzo vengono premiati.

Le risate di Philippe, il suo lasciarsi andare alle sigarette e alle canne, le passeggiate notturne dei due, le donne, il coraggio che Driss sembra infondergli, sono cose che nessuna compagnia canonica sembra in grado di portare.

E' per questo che quando il ragazzo lascia la casa dell'uomo le cose si complicano nei meandri del percorso "normale" che il sostituto gli riserva.


Al di là della mia personale accorata partecipazione alla visione di questo film, la Francia conferma il fatto di riuscire a produrre interessanti pellicole, quando ci si mette.

Al bando il buonismo, il perbenismo, al bando la compassione e la pietà; Driss vince con i suoi metodi spesso rudi e caciaroni, che però son quelli che riescono a smuovere davvero Philippe dal torpore e dalla malinconia di cui soffre certamente chi non ha più le redini della sua vita in mano.

D'altronde è difficile vivere una condizione come quella dell'uomo, ma è anche difficile rapportarsi con persone che soffrono di queste patologie. Non c'è mai un modo giusto per entrare in queste vite, se non in punta di piedi sperando di non fare troppo rumore e di non dare troppo fastidio.

I due attori (Francois Cluzet e Omar Sy) sono stati premiatissimi; la pellicola ha avuto un incasso mostruoso piazzandosi al secondo posto dei film francesi più visti in Francia e il tutto, grazie alla storia di Philippe Pozzo di Borgo e di Yasmin Abdel Sellou, rispettivamente il malato e il badante dalla cui vicenda reale è stato tratto il film.

Una grandissima rosicata per noi pessimisti, vero colleghi?


La verità è che il bene esiste. Fa fatica a farsi sentire, a fare notizia, è probabilmente meno teatrale ed è per questo che personalmente lo trovo molto banale, ma esiste. E la cosa fondamentale da fare è non dimenticare mai che siamo tutti esseri umani, malati e non.

Pare una banalità ma molto spesso ce lo dimentichiamo, e veniamo presi da una specie di sindrome dell'estrema educazione quando abbiamo a che fare con persone che ci appaiono diverse dal "normale".

Philippe dimostra a chiare lettere che non è di questo tipo di assistenza che hanno bisogno quelli come lui; non è di strisciante servilismo che possono nutrirsi.

Driss, invece, riesce molto bene a sbattere in piena faccia ai professori e ai loro simili, che non c'è qualifica che tenga quando si è predisposti a far del bene, e che anzi, molto spesso i limiti e le griglie di valutazione che l'uomo utilizza sono dannose.

Siamo tutti invischiati in quello che all'uomo riesce meglio: la catalogazione.

Ed è un bene che ci sia chi sfugge a queste barbare regole non scritte.

In questo caso, poi, non si tratta semplicemente di un film inteso come un prodotto della fantasia.

E questo consola.

Oh se consola.


"E' esattamente questo, quello che voglio: nessuna pietà. Spesso mi passa il telefono, sai perché? Perché si dimentica."

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