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Her

"Innamorarsi è una follia. E' come se fosse una forma di pazzia socialmente accettabile."


Credo non ci sia citazione migliore, di questo film, che riesca a descriverlo meglio nella sua interezza.

A conti fatti, è di follia che si parla. Ma anche di innamoramenti. Anche, persino, di amore. E di società. E di quello che si accetta o non si accetta del comportamento di chi ci ronza intorno, fosse amici, parenti o semplici sconosciuti che incontriamo per strada.


Theodore è un lavoratore capace, nel suo campo: scrive lettere per chi non è capace di esprimere sulla carta i propri sentimenti.

Fa una vita soddisfacente, almeno da un punto di vista puramente economico e lavorativo...ma esce da un matrimonio che col suo termine corsa lo ha distrutto, e con il divorzio alle porte la solitudine dell'uomo sembra crescere giorno dopo giorno. Theodore passa le sue giornate dividendosi tra lavoro e casa, dove i videogiochi lo aiutano a non pensare, a non lasciarsi andare ai ricordi di quella donna ormai persa e che non riesce a dimenticare.

Amy, amica nonché vicina di casa, e il suo uomo, sono gli unici amici che l'uomo riesce a vedere, uscendo per qualche minuto dalla sua misantropia.

Proprio questo sentimento di avversione e di sfiducia verso gli esseri umani, porta l'uomo a scaricare, su un apparecchio elettronico, un nuovo dispositivo, un'applicazione insomma, un sistema operativo intelligente. Con il termine intelligente, intendo proprio quello che questa antica parola rappresenta: Samantha è un vero e proprio cervello pensante, privo di corpo, che tramite un auricolare comincia a conoscere Theodore.

La conoscenza procede...e procede talmente a fondo che Theodore e Samantha iniziano ad intrecciare una vera e propria relazione, che man mano svilupperà i connotati di un rapporto amoroso vero e proprio, con tutti i crismi dell'occasione.


Una farsa, quasi. Un racconto assurdo, fuori dalla grazia di quel Dio che se esistesse, farebbe una pessima figura.

Ma quello che di questo film colpisce, ed evidentemente deve aver colpito anche le alte cariche visto l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, è la ricchezza di spunti che offre.

Non ci si sofferma, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, sulla recitazione degli attori, che pure meriterebbe un plauso (parlo di un invecchiatissimo Joaquin Phoenix, ormai identico ad Ennio Fantastichini), ma su quello che questa pellicola porta in dote, sulla spaventosa profezia che rischia di diventare suo malgrado.

Immaginare un mondo in mano ai computer probabilmente è fantascienza; ma immaginarne uno in cui gli esseri umani non riescano più a distinguere la realtà dal mondo virtuale, quello che è vero da quello che non lo è, è più possibile di quanto si possa credere in un primo momento, se ci soffermiamo un attimo a pensarci.

Avete mai fatto caso ad un viaggio in metro o in autobus? Quanti sono coscienti di quello che hanno intorno e quanti invece hanno il naso immerso nel proprio cellulare?

La realtà ci sta sfuggendo dalle mani e questo è un dato di fatto preoccupante. I telefonini ormai fanno massaggi, prenotano alberghi, rimandano indietro i pacchi sgraditi e quando sono in vena preparano anche il caffè (salvo poi non riuscire a far fare una telefonata o a far inviare un messaggio). La gente non legge più libri, ma stupide imitazioni elettroniche, che danno l'illusione di star girando una pagina che non esiste. Arriviamo sullo spazio ma al cancro non sappiamo come rispondere. Insomma la fiducia in quello che sarà è ai minimi termini.

Ergo, tutto quello che il film mostra con lucido distacco e cruda immaginazione, è possibile che si verifichi in brevissimo termine.

L'amore, poi...oh l'amore! Così bistrattato, così malamente trattato in quest'epoca in cui non si scrivono nemmeno più le lettere! E' proprio lui a cadere preda della tecnologia: ci si conosce sulle chat, ci si parla su Facebook, ci si scopa su Skype e ci si lascia su Twitter, e via. Fatta e finita un'altra storia che potremo raccontare ai nipoti.

Ma quali nipoti?

Quali figli?

E forse è proprio vero quello che alcune donne e alcuni uomini hanno tentato di dirci, mentre noi ci limitavamo ad apostrofarli come vecchiardi: l'amore non esiste più.

Non esiste più quel sentimento capace di unire due esseri umani e di creare tra loro condivisione, crescita, aiuto e supporto reciproco, per anni ed anni...in alcuni casi addirittura per tutta la vita. Adesso siamo comodi. Comodi al punto che no, niente più si aggiusta! E se una cosa non va bene, si molla la stronza o lo stronzo di turno e ci si butta a capofitto nel mercato, che non è mai senza novità succulente.

Logico che poi ci si ritrova sfatti in giovane età. A furia di buttare, a furia di non provare nemmeno a conoscere, molti di noi arrivano al punto dove è arrivato Theodore: "Sai...certe volte penso di aver già provato tutti i sentimenti che potessi provare."

Le storie che si chiudono, che finiscono, spesso finiscono perché una delle due parti è disinteressata alla conoscenza vera, che non è fatta di mazzi di rose e primi appuntamenti; è sudore, fatica, sopportazione, complicità, rispetto profondo per i bisogni altrui. Spesso perdiamo di vista che non si ha a che fare con una nostra proprietà...ma con un essere umano che liberamente ha deciso di entrare nella nostra vita. Eppure, ai sentimenti non ci pensa più nessuno. Ci si lascia. Senza motivo, spesso...solo per capriccio. E lasciando, si crea un piccolo esercito di persone disilluse e impaurite, che spesso ritirano lo stendardo della fiducia e iniziano una vita di clausura senza lasciarsi andare più a niente di bello.

In un quadro disastroso come quello che le relazioni moderne offrono, riuscireste a biasimare Theodore e la sua ricerca di una perfezione di coppia approfittando del fatto di avere sotto mano un computer capace di riuscire persino a provare sentimenti, o qualcosa di molto simile?

In fondo quest'uomo non è che quello che noi saremo molto presto se non riusciamo a darci una regolata: un pigro. "L'amore non si addice ai pigri", scrisse la Tamaro...e noi tutti sappiamo benissimo che è così. Solo che l'abbiamo dimenticato. E alcuni non l'hanno semplicemente mai saputo.


Io l'amore non lo so cos'è. Credevo di averlo vissuto, in passato...e poi mi sono reso conto troppo tardi che di amore proprio non si poteva parlare.

Sono stato trattato male, sono stato mollato nel bel mezzo di un tango con la scusa che: "Uhm...non mi va più".

Sono stato lasciato in un angolo con le ossa rotte e nessuna possibilità di riuscire a spiegare cosa mi facesse sentire così idiota.

Ma sono anche consapevole che per amare e per essere amati occorre una dose di coraggio non indifferente. Lanciare all'aria le difese, mollare gli ormeggi, può essere la porta per l'ennesima disfatta o per il momento più bello della nostra vita.

Purché ci sia rispetto.

Purché non si sia pigri.

Purché si accetti di buon grado l'idea che non si può pretendere che esistano gli incastri perfetti, a questo mondo. La storiella delle anime gemelle, così cara ad una mia amica, lascia nel mio cervello il tempo che trova. Sì che bisogna che ci sia chimica...ma un po' di "lavoro" non è mai sbagliato, specie se magari col tempo si iniziano ad avere esigenze diverse o sogni apparentemente distanti. Se esiste il bene, tra due persone, non ci sarà surrogato che tenga. Non ci sarà computer che basti. Non ci sarà Samantha in grado di farci cambiare idea.


Certo che i tempi son duri.

Immagino un futuro sempre più vicino in cui, oltre ai computer presi come sposi, avrà persino un senso netto una frase di una vecchia canzone di Bersani: "Non credo che nessuno, ormai, si stupirebbe, se un bambino gli chiedesse a cosa serve una grondaia."


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