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Cinema / The Artist

The Artist

Su questo film si è detto moltissimo, si è moltissimo scritto, si è moltissimo parlato, e quindi non intendo prendermi uno spazio più grande del necessario per aggiungere qualcosa che poi qualcuno potrebbe giustamente trovare ripetitiva.

Quel che intendo raccontare, però, seppur brevemente, è quello che questo film ha smosso in me come persona e in me come attore, sempre che di attore si possa parlare (come di persona, d'altronde).

Poi i premi che ha vinto (5 Oscar, 3 Golden Globe, 7 Bafta, 6 César), le tantissime nomination, gli incassi da capogiro, il cast stellare, la fotografia interessante, son tutti contorni che mi possono riguardare fino ad un certo punto. Io non faccio il critico cinematografico; non ne ho le competenze e non me ne voglio prendere le responsabilità. Io non esalto e non affosso, la folla non si fida del mio giudizio, non segue i miei consigli e non prende per buono quello che dico, che critico e che affermo. Ma...probabilmente...di sentimenti posso parlare. Di quelli sì che ne capisco. Su quelli magari qualcuno può darmi ascolto, limitandosi ad annuire o a darmi addosso. Ma io ho le viscere che funzionano, accidenti. E ci si può fidare sempre delle viscere che funzionano.


L'idea che alcuni attori, che molti attori direi, abbiano dovuto affrontare il passaggio dal muto al sonoro, resta una delle cose più affascinanti accadute nel mondo cinematografico, a mio parere. Niente di così rivoluzionario, niente di così stravolgente, niente di così radicalmente diverso come il passaggio da un mondo silenzioso, fatto solo di musiche, facce esageratamente contrite, gesti teatrali e voluminosi, ad uno in cui il rumore, l'intonazione della voce, il sentito, la facevano da padrone, è mai successo.

Nel passaggio, molti attori sono venuti meno. Alcuni per capriccio, altri per presa di posizione, altri ancora per semplice incapacità; insomma il sonoro è stato un filtro spesso cattivissimo che ha deciso, all'epoca, chi poteva essere in gamba in tutti e due i campi e chi invece doveva farsi necessariamente da parte. Di questi attori del muto, poi, a conti fatti, cos'è che la gente sa? Poco. Niente. A meno che non si sia appassionati. Sono spariti, silenziosamente, in noiosi cataloghi cinematografici, in manuali per studenti svogliati e distratti, relegati in un angolo di quello che è il grande universo della pellicola, muti appunto, come muto è stato quello per cui sono stati famosi.

George Valentin (chiaro riferimento a Rodolfo Valentino) è proprio in questa categoria che rientra. Un attore del muto, capacissimo nel suo campo, che rifiuta il progresso, e con l'avvento del sonoro decide di rimanere chiuso nel suo mondo, di non scendere a compromessi col nuovo che stava avanzando, spendendo tutti i suoi averi nella produzione di un film che però non regge il confronto con la concorrenza parlata, di cui si è fatta portatrice Peppy Miller, la cui ascesa sembra inarrestabile.

Parole contro gesti, dunque.

E' tutto lì.

Ed è lì che probabilmente è nata la stranissima moda degli ultimi tempi di dare più retta alle parole che ci propinano piuttosto che ai fatti che non ci dedicano.

Si parla molto e molto si blatera, ma poco si fa. Pochissimo.


Nell'arte è importante stare al passo con i tempi, questo è chiaro; e molto spesso io mi lamento di tutto quello che non viene fatto per rendere soprattutto il teatro più vicino ai giovani, a quello che vivono, che sentono, che pensano, al linguaggio che usano. Ma è anche vero che dobbiamo tutto, tutto signori miei, a quelle attrici e a quegli attori che hanno potuto prestare solamente le loro movenze alla macchina da presa.

Il film, come dicevo in apertura, è un vero colpo al cuore per chi le assi del palcoscenico le ha calcate. L'universo che crolla addosso ad un attore non più in condizione di fare quello che preferisce è una cosa che tutti quelli che hanno recitato hanno vissuto sulla propria pelle. Il drammatico che viene considerato meglio del comico, il cinema meglio del teatro, i romanzi meglio dei racconti, e via e via, in un turbinio di richieste del mercato che mettono in un angolo persone magari poco propense al cambiamento o semplicemente votate ad una cosa piuttosto che ad un'altra. E il rifiuto del cambiamento porta alla rovina, cosa che nel film viene sottolineata in modo direi perfetto. Tutto quello che si è fatto sembra non valere più niente (che poi è un po' la sensazione che si prova quando si scrive il proprio curriculum per inviarlo all'ennesimo poco probabile datore di lavoro), tutto quello in cui si crede non ha futuro, e tocca adattarsi a quello che la gente vuole o pensa di volere, oppure sparire nell'oblio di un successo passato.


La pellicola è in bianco e nero, ed è, ovviamente, un film muto.

Nonostante la mia reticenza all'inizio, dovuta all'abitudine che ormai ci portiamo dietro di dover necessariamente sentire dei dialoghi, confermo la comune opinione: è un film da vedere. Magari con davanti un piatto di tortellini, che in questo periodo mi tormentano. La musica, poi, rende lo scorrere del tempo piacevolissimo, e non si è mai annoiati, nonostante il terrificante istinto ad alzare il volume nel tentativo di captare qualcosa di simile ad una voce umana.


Piccola ma tenerissima curiosità: il cane della pellicola, Uggie, ha vinto il Golden Collar Awards per la sua interpretazione direi magistrale.


Ecco. Adesso che ho anche l'attenzione degli animalisti siamo tutti più contenti.

Nessun Uggie è stato maltrattato nella stesura di questo pezzo.

Lo giuro.

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