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La Mia Fedele Compagna

La sindrome di Tourette è un disturbo neurologico che molto probabilmente non dirà nulla a nessuno di voi, ed obiettivamente io stesso ne ho sempre saputo molto poco; ricordo, però, un "incontro" avvenuto tempo fa in un centro commerciale, dove ho avuto la possibilità di avvicinarmi fisicamente a questa patologia avendo dietro di me, in fila, un uomo sulla mezza età che ne era affetto.

Detto molto semplicemente, questo disordine neurologico porta allo sviluppo di tic motori e fonetici, così che chi ha questa patologia deve convivere con movimenti involontari dei muscoli e altrettanto involontari espressioni vocali.

Tralascio la parte medica, che poco mi compete, come d'altronde mi compete poco quello che faccio in generale, ma era una premessa dovuta per capire al meglio questo film diretto da Peter Werner e rintracciabile, per chi avesse voglia di vederlo, anche su Youtube.


La storia si apre con il racconto dell'infanzia di Brad Cohen, interpretato da Dominic Scott Kay, e di tutto quello che ha dovuto sopportare a causa dell'insorgere della malattia. Da un padre poco disposto a sopportare le sue urla, ad una società poco disposta ad aiutarlo, ad una scuola poco preparata a fronteggiare una situazione del genere. Compagni che prendono in giro, insegnanti che non capiscono e dottori che fingono di sapere precisamente cosa fare ed invece brancolano nel buio. Fino a quando, bontà sua, la mamma di Brad inizia a documentarsi, finendo con l'imbattersi nella descrizione precisa dei sintomi accusati dal figlio: Sindrome di Tourette.

Inizia un percorso molto difficile, per il bimbo in questione, che ritrovatosi adulto (e qui sottolineo un'interpretazione secondo me molto efficace di un bravo James Wolk) e continuando a portare in saccoccia il suo problema, si ritrova a dover affrontare un mondo lavorativo non propriamente facilitato.

Il sogno di Brad è fare l'insegnante. Logico che la cosa sia assurda, vista da un occhio poco sensibile! E di insensibilità in insensibilità, il protagonista affronta colloqui su colloqui, nel disperato tentativo di mettere a frutto le sue conoscenze e la sua immensa passione per il mondo della scuola. Ma il mondo è cattivo, e tranne qualche rarissima illusione, nessuno sembra intenzionato a far lavorare all'interno del proprio istituto un portatore di handicap.

Fino a quando una scuola apre le porte. Apre le porte e apre il cuore a questo insegnante dal bel sorriso, che molto rapidamente e comunque non sensa difficoltà e reticenze da parte di alunni e genitori, riesce a dimostrare come la passione possa vincere qualunque tipo di problema.

E vissero felici e contenti (con un finale, però, che rivela una meravigliosa "notizia" e che vi consiglio di non svelarvi leggendo trame in giro sul web.)


Di per sé, non è una pellicola innovativa, sia chiaro.

Ma sicuramente è un film che spinge alla riflessione, ed è una riflessione che non si fa troppo spesso e che invece andrebbe approfondita di più. O meglio, a voler essere pignoli, le riflessioni son due, e son belle toste:


  1. Riflessione 1: se ti impegni ce la fai. Porco mondo, vogliamo smetterla di mandarla in giro, 'sta favoletta, oppure no? Non è vero che se ti impegni ce la fai, non è detto, non è certo, non è quasi mai così! Ho visto uomini e donne impegnarsi tantissimo per raggiungere obiettivi nemmeno troppo fantasmagorici, ed ho assistito con dolore alle loro sconfitte. Io, io stesso sono uno di loro! Ed ogni volta che cade il mio occhio su una locandina teatrale, ogni volta che ricordo qualcosa che ho scritto oppure ho interpretato per il teatro, è sempre un colpo durissimo ad un cuore già sufficientemente provato. La passione, la voglia, il talento, non bastano a raggiungere le mete che alcuni sognano, ed è per questo che siamo un mondo in disfacimento: perché la maggior parte della gente è fortemente insoddisfatta. Pensiamo a persone a noi vicine: parenti, amici, fidanzati e fidanzate: chi fa il lavoro che desiderava fare? O quello per cui ha studiato? Il 30%? Il 40%? Un po' poco per un mondo che dovrebbe garantire la felicità di tutti o sbaglio? E quanta gente di talento conosciamo che scrive le sue meraviglie e poi le mette in un cassetto mentre in libreria pubblicano l'ennesimo Moccia?

  2. Riflessione 2: se non sono "normali", non li vogliamo. Il protagonista della pellicola, ad un certo punto, esclama quanto di più disarmante si possa dire in un contesto sociale: "Voglio solo essere trattato come tutti gli altri." Il pensiero è naturalmente andato a tutte quelle categorie che nel mondo del lavoro vivono veri e propri drammi, a cui spesso, a differenza di questa pellicola, non c'è scampo. Parlo di donne, che magari aspettano un bambino e sono licenziate; parlo di disabili con disabilità ben più lievi della sindrome di Tourette; parlo di trans, travestiti e transgender a cui non è data nemmeno la possibilità di mettere in luce le proprie capacità; parlo di gente semplicemente tatuata, o con qualche orecchino in più, che viene vista come inadatta a rivestire ruoli importanti o dirigenziali; parlo di gente sovrappeso, che pare si sia deciso tacitamente che possa lavorare solo in luoghi che abbiano a che fare con il cibo.


Insomma, ecco...il film può anche essere poca cosa (e comunque non è un brutto film, lo ripeto), ma gli spunti che dà sono preziosi, e dovrebbero invitare tutti al dibattito.

Lo consiglio. Intanto per la sua facile reperibilità, e poi perché credo ci siano dei messaggi importanti da tirare fuori.

Magari per i più (s)fortunati che hanno un figlio a portata di mano, consiglierei di vederlo con lui al vostro fianco; perché i bambini sono il futuro ed è in loro che dobbiamo confidare per migliorare tutto quello che non va e che noi abbiamo fallito, ma sanno anche essere così cattivi da togliere il fiato.

E poi è chiaro, no? I bambini cattivi di oggi, saranno gli stronzi di domani.

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