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Cinema / Noi Siamo Infinito

Noi Siamo Infinito

E' stato molto difficile, per me, nel corso degli anni e con sempre maggiore e crescente disagio, mettere su un film in cui i protagonisti sono adolescenti, ragazzi, coetanei insomma. La vivevo sempre come una fortuna altrui sbattutami in faccia, senza che tra i loro nomi, nei titoli di coda, ci fosse il mio.

Vivevo come un furto alla mia persona la possibilità che qualcuno della mia età, nato e cresciuto in zone artisticamente più fortunate dell'Italia, fosse messo davanti alla macchina da presa, entrasse nelle case, nei cinema e nelle vite delle persone, mentre io a stento riesco ad entrare nella mia, di tanto in tanto.

E poi tutti questi attori alle prese con l'acne! Dio che odio! Che digusto!

Ma poi il Natale alle porte, l'aria fresca fuori dal balcone, o semplicemente la vicinanza col mio cane che mitiga tutti i rancori che mi porto dietro, a qualcosa sono serviti; ed io ho subito avuto voglia di scrivere, una volta ascoltata l'ultima battuta di questa pellicola.


Di nuovo, di veramente nuovo, c'è ben poco. Le storie, e ne parlavo proprio l'altro giorno con un amico, si son belle che scritte, raccontate, filmate, interpretate, cantate e dipinte tutte quante. Anzi, usando poche scarne parole prese a caso dall'enorme sacco che contiene termini più o meno cinematografici, potremmo dire che si tratta di una trama semplice e lineare: qualcuno, qualcuno con un'età a me vicina appunto, vive il dramma dell'adolescenza, del distacco dagli amici, dal passato, vive la paura del futuro. E arrivederci.

Ma essere cattivi, specie di questi tempi, non fa bene all'arte e a chi l'arte, in un modo o nell'altro, la fa.

E' per questo che per parlare di questo film è necessario che abbia toccato, nel corso della sua durata, le corde giuste dello spettatore; le mie, in questo caso. E lo ha fatto, accidenti; lo ha fatto al punto che mi sento sempre vecchio quando guardo qualcuno di giovane che vive la sua esistenza.

Parliamo di problemi da commedia americana, parliamo di balli di fine anno, parliamo di giri in macchina con la musica ad alto volume e il bisogno che abbiamo tutti, a quell'età, di sentire sotto una colonna sonora decente e decorosa per i sogni che abbiamo.

Noi siamo stati infinito, tutti quanti.

Quando abbiamo deciso che università avremmo scelto, ad esempio. Quando ci siamo immaginati mano nella mano con la ragazzetta o il ragazzetto che sembrava ci avesse rapito il cuore. Quando ci siamo ritrovati sotto le stelle, con un falò proprio accanto, a parlare dei sogni, della paura del domani, delle piccole difficoltà di ogni giorno.

Nel film di Chbosky c'è tutto questo.

C'è ed è bello da vedere.

E sarà la nostalgia, sarà la malinconia di quei tempi quando tutto mi sembrava ancora possibile, quando sognavo e sognavo forte, sarà la mancanza di quella sensazione meravigliosa di poterle ancora provare tutte per essere felice, io ho indossato questa sceneggiatura fino alla fine.

Perché di cose piccole si parla...ma è anche di cose piccole che in fondo si vive.

Proviamo per un attimo a mettere da parte il passato torbido del protagonista (un bravissimo Logan Lerman), il cui rapporto con la zia sembra essere la causa maggiore del suo disagio psichico, proviamo a mettere da parte anche le risse da bar, tipicamente da college americano; il disagio del trio di punta si snoda attraverso vie diverse che pur se affrontate e già sentite, mi hanno comunque trascinato al punto da sperare, evento raro, che si salvassero tutti e tre.

E allora dagli amori sbagliati ("Perché io e quelli che amo scegliamo persone che ci trattano come fossimo nulla?") alle storie omosessuali vissute di nascosto, dal fallimento apparente dell'amicizia all'importanza del riconoscimento sociale, tutto ricorda quelli che sono i drammi apparentemente enormi che abbiamo vissuto tutti, idioti esclusi.

E' bello stare a sentire gente, seppure attori, che sono ancora alle prese con il futuro, con quello che può o non può riservare loro, mentre un presente al di sotto delle aspettative insidia la felicità, ammesso che di felicità si possa parlare se parliamo del genere umano.


Un occhio di riguardo anche al tema dell'omosessualità e del tabù che ancora la circonda, del bisogno che spesso ha, uno dei componenti della coppia, di mentire ai propri genitori, ai propri amici, persino alla propria squadra sportiva, per non essere marchiato e quindi estromesso. La mancanza di coraggio, la viltà di chi colpisce alla cieca, sono ben presenti e ben trattati. Ho poi scoperto un interessante Ezra Miller, che conto di vedere molto presto in un'altra pellicola consigliatissima da alcuni amici: "...e ora parliamo di Kevin".

E poi, ingredienti immancabili ma resi comunque piacevoli da attori capaci e da un regista (autore anche della sceneggiatura, tratta dal suo romanzo "Ragazzo da parete") in grado di rendere tutto conforme a livello di qualità. Insomma: niente di esagerato ma tutto al proprio posto.


Leggevo, piccola curiosità, che l'unica critica ad aver reagito negativamente al film pare sia stata quella italiana, troppo asservita, forse, ai vari Vaporidis; a mio parere, però, questo è un filmetto che va visto e va visto anche con spirito critico, certo, ma senza pretendere troppo perché non è pretenzioso nemmeno in partenza, di per sé.

Da segnalare, poi, anche la seconda interpretazione di Emma Watson al di fuori del personaggio di Hermione, nella sag(r)a di Harry Potter, a mio parere brillantemente riuscita.


Nessun Oscar all'attivo, tranquilli! Ma un bel po' di premi sì. Premi con nomi talmente assurdi che riportarli sarebbe praticamente inutile.

Resta, terminato il film, un sapore in bocca non bene identificabile; personalmente, però, posso dire di aver rimpianto momenti passati e nemmeno troppo remoti, quando con gli amici si discuteva di sogni e non di bollette. Ci si impegnava di più, probabilmente, o semplicemente si conoscevano molto meno i rischi che può comportare l'avere desideri troppo alti da poter sostenere.

Se mi guardo intorno, adesso, vedo uno sfacelo di cui probabilmente mi rendo conto solo io: quasi tutti i miei amici, laureati o meno, non stanno facendo il lavoro che avrebbero sognato e per cui hanno studiato una vita; siamo tutti molto più attaccati ai soldi di prima, facciamo conti in tasca a chi prima regalavamo 10 euro senza nemmeno pensarci solo perché ne aveva bisogno; non sopportiamo più che qualcuno di noi parli di cose che hanno scarsa attinenza con la realtà e tolleriamo molto meno quelli che, tra noi, avevano sogni artistici nel cassetto.

Bisogna mangiare, pagare i mutui e arrivare a fine mese riuscendo anche a comprare il tabacco, questo è quanto.

Poco importa che volevamo cambiare il mondo.

Poco importa che ci eravamo ripromessi che non saremmo diventati mai come gli adulti che abbiamo condannato da quando ci è spuntato il primo brufolo.


"Perché non possiamo salvare tutti?"

E perché mai, aggiungerei, ci siamo dimenticati di salvare persino noi stessi?

E' triste ammetterlo, ovviamente...ma diamo dei "vecchi" ai vecchi e i primi a non sognare più siamo proprio noi.

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