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Cinema / La Grande Bellezza

La Grande Bellezza

Fiammetta Baralla, nei titoli di coda del film, viene ringraziata dal regista. Nelle scene, però, la sua presenza non c'è, perché per scelte registiche, durante il montaggio finale, la sua interpretazione è finita in quelle che si definiscono "scene tagliate". Messe via. Accantonate. Ritenute non essenziali per il racconto in sé.

Fiammetta Baralla è morta il 7 Settembre 2013; il film, invece, è uscito in Italia il 21 Maggio 2013, e fino a qualche settimana fa circolava ancora in qualche piccolo cinema, continuando a riempire la sala. Parlo, come dal titolo si evince credo efficacemente, de "La grande bellezza" di Sorrentino.

Fossi nella Baralla, adesso mi roderebbe il culo da morire. Anche da morta, si intende. Perché anche ai morti rode il culo.

Scrivere di questo film mi emoziona. Mi emoziona parlarne, mi emoziona ricordarlo, mi emoziona l'idea persino di consigliarlo, perché consigliare una pellicola a qualcuno è sempre un atto di fiducia e di grande coraggio. Condividere qualcosa che ci ha intimamente colpiti con qualcuno, significa confidare nelle capacità di questo qualcuno, nella sua affinità con i nostri sentimenti e con le corde della nostra essenza.

Luca Bigazzi in testa, con la sua meravigliosa fotografia (e col suo meraviglioso nome, lasciatemelo dire), Sorrentino, Servillo, Ferilli, Buccirosso, Grandi, Verdone, tratteggiano e dipingono un mondo che di bello ha solo il nome. La mostruosa organizzazione degli eventi mondani di Roma, viene smontata dall'interno, scuoiata, messa su un piatto d'oro in condizioni di putrefazione. La cornice che la capitale regala è rappresentata meravigliosamente, tanto che la bellezza di cui si parla nel titolo è, amio avviso, riscontrabile solo lì. Il contenuto, il quadro, l'interno di questo corpo all'apparenza divino e distante dalle brutture umane e quotidiane, è disgustoso, triste, al limite della decenza, volgare e schietto. Scene e musiche si lasciano attraversare a vicenda da un cast perfettamente coordinato. Nessuno è fuori posto. Nessuno stona. E tutti, dal primo all'ultimo attore, compresi i camei (Venditti, Ardant) riescono a rimanere impressi nella mente dello spettatore. Questo è un film di cui si parla anche fuori dalla sala; è per questo che ha raggiunto il suo principale obiettivo: smuovere. Che poi dovrebbe essere la vetta a cui ogni opera d'arte dovrebbe mirare. Il consumo fast è meraviglioso se applicato al cibo in un momento di fame particolarmente cruenta, ma con i prodotti artistici è un'altra cosa. In un'epoca in cui lo stesso cantante pubblica ogni anno 500 singoli e 4 best of, il tempo che ci si prende tra un'opera e l'altra è essenziale. Dopo 2 anni da "This must be the place", Sorrentino torna con un affresco memorabile; uno dei suoi film migliori, a detta di parecchi critici, e sicuramente quello che ha incassato di più al botteghino. Io, personalmente, sono andato in sala due volte per vederlo; primo caso in vita mia.

Intorno al personaggio principale, magistralmente interpretato da quella gran faccia di culo di Servillo, si muovono personaggi decadenti: starlette in disuso, leccaculo, radical chic, viscidume umano, cardinali golosi, sante, poeti, uniti in un minestrone patetico ma stolto al punto di non rendersene conto, che si muove a ritmo di musica (azzeccata l'idea di utilizzare la Carrà accompagnata da Sinclair) e si illude di poter stringere Roma in una mano. Non ci sono vie di scampo. Niente appare abilitato al cambiamento. Il mondo della letteratura è stanco, il mondo del teatro è grottesco (a tal proposito, vorrei davvero soffermarmi su questo punto. Una giovane attrice si cimenta in una piece del tutto riscontrabile in quello che oggi viene definito "teatro d'avanguardia", cioè, in poche parole, teatro in cui non si capisce un cazzo. La tizia in questione, dopo aver mostrato ai pochi spettatori accorsi ad ammirarla una patonza dipinta con i simboli comunisti, si lancia di prepotenza contro un muro, sbattendo la testa e finendo al tappeto. Qualcuno potrebbe aver riso, guardando questa scena o semplicemente leggendone il racconto, ma che nessuno si illuda: spesso è questo il teatro che si porta in scena. Io sarò anche retrogrado, ma sono altre le cose che si dovrebbero apprezzare in un luogo magico come quello del palcoscenico. Al giorno d'oggi, tutto ciò che non si capisce è "alternativo"; ma a cosa? A chi? E soprattutto: perché?), il mondo dell'università non ha partorito altro che esseri umani convinti di valere qualcosa e smascherati invece da una manciata di schietto buon senso ben assestato. Nessuna via d'uscita. Almeno. Nessuna via d'uscita che venga percorsa.

Nel film, uno dei rapporti più belli e sinceri che si possano trovare, è quello tra Dadina e Jep. I due lavorano insieme nello stesso giornale; lei come direttrice e lui come giornalista. Sono gli unici due in grado di mostrare un lato "umano" allo spettatore; hanno dalla loro parte l'arma della consapevolezza ("Questa è la mia vita. Non è niente.") eppure, meravigliosamente imputtanati fino al collo, decidono di girare la testa dall'altra parte. Di "buttarla in caciara", come si direbbe a Roma. Quasi di gioire della pochezza che vivono. Intorno a loro, le vite si sfaldano. Dalla bocca di Verdone, il cui nome nel film (Romano) è una tristissima e meravigliosa figura retorica, sentiamo pronunciare una delle frasi più debilitanti, se contiamo chi è stato a dirla: "Roma mi ha molto deluso.", e il vortice di vite insoddisfatte e ormai troppo macchiate per poterne uscire pulite si infittisce inquadratura dopo inquadratura, fino ad arrivare ad una religione distante dalle cose della vita e alla droga, unico rifugio in cui ci si può tristemente annullare.

Il film è stato premiato, ma di questo poco ci frega; quello che conta è stata la risposta del pubblico, nostrano e non, rimasto colpito da questa fatica sorrentiniana. La critica, poi, non ha avuto che parole di elogio. Forse perché all'estero piace molto chi smerda l'Italia (e come dargli torto?) e chi la dipinge sfatando il mito del Belpaese, di cui nessuno ricorda più le fondamenta.

Se non avete visto questo film al cinema, beh, siete stati stupidi. Lo schermo rende il tutto molto più bello da vedere. Tuttavia, anche comprare il dvd (non so se sia già uscito o meno nei negozi) potrebbe essere un buon modo per avvicinarsi ad una cosa insolita, per il cinema italiano degli ultimi tempi: un film.

Raccogliete un gruppetto di persone, stando bene attenti che abbiano la testa al posto giusto e che sappiano pensare, e lanciatevi alla visione di questa pellicola. Poi, magari, organizzate una festa. Vi sembrerà di star sprecando la vostra vita. E più vi divertirete, più vi sentirete sporchi. Bello, no? Qualcuno di voi si metterà in disparte e penserà: "Sono belli i trenini che facciamo alle feste, vero? Sono i più belli del mondo...perché non vanno da nessuna parte."

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