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Cinema / La Grande Abbuffata

La Grande Abbuffata

Per i cultori del cibo, come il sottoscritto può considerarsi, esiste un filone di film che varia da titoli più o meno sputtanati a film meno conosciuti.

"La grande abbuffata", classe 1973, è una di quelle pellicole che bisognerebbe mettere a disposizione nelle videoteche scolastiche, meglio ancora nelle mense, dove dovrebbe esserci una distribuzione gratuita a partire dal primo anno delle scuole superiori. Il problema del cibo, affrontato in milioni di articoli, libri, canzoni, e, appunto, produzioni cinematografiche, assume un valore importantissimo nel corso degli ultimi tempi. Alcuni tra i maggiori paesi sviluppati del mondo sono alle prese con un'obesità dilagante, ma è anche vero che problemi come l'anoressia e la bulimia stanno ultimamente facendo sentire con sempre maggiore frequenza il loro peso tra i disturbi psicologici del nuovo millennio. Gli uomini e le donne si dividono in categorie variegate e variopinte: chi non mangia, chi mangia sano, chi mangia poco, chi mangia molto, chi mangia troppo, chi mangia e non dovrebbe mangiare, chi digiuna e avrebbe bisogno che qualcuno gli piazzasse in mano un panino con la mortadella. Dolce e salato, creme, budini, pizze, focacce, piatti prelibati e squisitamente ricercati, sono quotidianamente nei tg, nelle rubriche online, su Facebook, sulle piattaforme virtuali. Scambiarsi ricette, consigli culinari (non mi si eccitino i gay...approfondiscano la parola prima di iniziare a sculettare), dosi di farina e pasta di mandorle, è uno dei passatempi preferiti a cui si dedicano persone di ogni età e di ogni nazionalità. Mangiar bene rende felici. Mangiare in generale solleva l'animo da quelle che sono delusioni d'amore, delusioni lavorative, delusioni delusioni delusioni, che caratterizzano i tempi moderni così pieni di altissime prospettive che puntualmente non vengono raggiunte.

Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi, utilizzano il cibo per uno degli scopi ultimi per i quali lo si ama; ma certamente non il meno originale.

Nei dintorni di Parigi, scelgono una tenuta, vi si rinchiudono, e optano per una soluzione drastica all'inedia di vita e ispirazione che li appesantisce: decidono di morire mangiando.

Il film si dipana meravigliosamente tra interni più o meno lussuosi, camere da letto in cui si creano situazioni ambigue e al limite del Boccaccesco e portate su portate di ogni tipo di cibo che si riesca ad immaginare. In quantità industriali. Come se non ci fosse un domani. Spesso presentato, poi, con giochi pirotecnici ed esteticamente invitanti. I protagonisti, ognuno dei quali (ovviamente) incarna una tipologia d'uomo, sembrano prendere sul serio questa folle trovata, e arrivano, uno dopo l'altro, a centrare il desiderio iniziale.

Inutile dire che il film ha avuto una travagliata esistenza. La critica lo stroncò pesantemente, trovando di cattivo gusto alcune delle scene che invece lo hanno reso caro al pubblico (un pubblico probabilmente più intelligente di adesso, quello degli anni '70): famosa la scena in cui un mare di feci inonda le stanze della villa in seguito ad un guasto alle tubature; o ancora i problemi intestinali di Michel (i personaggi del film hanno lo stesso nome degli attori). Di fatto, questo può considerarsi uno dei film che mi ha maggiormente colpito e per il quale nutro un profondo affetto. Le "cortigiane" invitate ad un certo punto, rappresentano l'occhio esterno di chi non è in grado di condividere una scelta come quella intrapresa dai quattro uomini. E' da loro che arrivano le considerazioni più precise: "Questi crepano tutti", se non aperte condanne: "Siete grotteschi! Grotteschi e disgustosi! Perché continuate a mangiare se non avete fame?" Ma la superiorità negli occhi dei quattro è perfetta. Loro non possono capire. Come non può capire chiunque si erga a giudice nei casi di suicidio.

Questo film lo consiglierei, personalmente, a tutti i miei conoscenti. A quelli che sono ottusamente convinti che il salutismo sia la strada maestra. A chi non fuma, non scopa, non mangia il grasso del prosciutto, a quelli che non sudano mai, che non si sporcano, che non hanno mai avuto il fischione in vita loro. Lo consiglierei ai santi, così da far loro capire che la vita è altro. Che le delusioni possono essere manesche e che non c'è verso di salvarsi, nemmeno nel caso in cui (Marcello docet) ci si pente di una decisione presa.

Poco importa, poi, l'amaro in bocca che il film lascia alla fine dei giochi. La vita è amara, e quelli che ridono troppo hanno qualcosa da nascondere. Io credo, invece, che sia un assist interessante per chi abbia voglia di morire senza cadere nel patetico: corda, pistola, barbiturici. Andiamo! Cambiamo registro! Lanciamoci in qualcosa di nuovo e mai sperimentato prima! E quando andate incontro alla morte, portate con voi i vostri amici, che con voce quasi materna vi sussurreranno: "Mangia. Mangia, piccolo Michel. Se non mangi non puoi morire."

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