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Cinema / Marigold Hotel

Marigold Hotel

1940. 1946. 1934. 1949. 1948. 1952.

Sono numeri, certamente. Sono date di nascita, per essere più precisi. Date di nascita scritte senza un ordine razionale che appartengono agli attori che compongono il meraviglioso cast di questa commedia drammatica uscita nel 2012 a firma di John Madden: Judi Dench, Bill Nighy, Maggie Smith, Tom Wilkinson, Penelope Wilton, Celia Imrie e Ronald Pickup.


Sarà che i tempi sono quelli che sono, sarà che sento sempre più il bisogno di ricominciare altrove la mia vita, sarà che la voglia di viaggio in questo periodo è estremamente alta, incappo in film e in romanzi dove la rinascita e lo spostamento sono la chiave di volta.

In questo preciso caso, però, il tutto è condito da molteplici ingredienti che arricchiscono l'idea di fondo che fa da colonna portante.

Tra questi ingredienti, per questo piatto riuscito più che bene, spicca la trattazione della vecchiaia.

Tutti i protagonisti della pellicola, per un motivo o per un altro, hanno raggiunto un grado di solitudine difficilmente superabile; una solitudine amicale, affettiva, economica, o semplicemente una stanchezza di fondo che richiede uno slancio oppure si concretizza in una morte certa. Armati di bagagli e tanta voglia di non fermarsi di fronte al tempo che passa, pur tenendo ben presente il pesante fardello dell'anagrafe, questi sconosciuti si mettono in viaggio e arrivano in India, invitati dalla pubblicità di questo Marigold Hotel che promette di essere un incantevole luogo di riposo e di rinascita, gestito dal giovane Sonny (un bravo Dev Patel), un ragazzo del posto colmo di intraprendenza, inesperienza, affetto verso una ragazza che la madre non approva e voglia di regalare a quel posto avuto in eredità un futuro dignitoso come quello che spera di regalare ai pochi ospiti che arrivano fin lì.

E così, questi inglesi così pieni di timori, di nevrosi, di sogni infranti e amori perduti, iniziano a conoscersi e a conoscere quel mondo così diverso che li accoglie splendidamente e non smette, scena dopo scena, di mostrarsi ai loro e ai nostri occhi.

L'impatto non è sempre positivo: il cibo diverso, i ritmi diversi, il caos, i colori, la musica, non sono sempre facili da assimilare, specialmente per gente che non ha poi tutto il futuro davanti e cerca anzi nel presente, nell'immediato, un riscatto che fatica a trovare.


"Alla mia età non so se ci sarò più tra sei mesi. Pensi che non compro più neanche le banane verdi!"

Non è una vecchiaia triste, quella proposta. Non sono donne e uomini che si piangono addosso (non in tutti i casi, non sempre), non sono esseri umani stanchi quelli che attraversano la pellicola, e la forza del progetto è proprio qui: nel volersi rimettere in gioco, nel non dar peso all'età, nel farne solo un numero che non conta poi molto in rapporto a tutto il resto.

E tutto il resto, ovviamente, è fatto di tante cose: fidanzati mai dimenticati, voglia di nuove storie d'amore, bisogno di cambiamento, addirittura necessità di reinventarsi lavorativamente.


In un mondo che corre come questo, fermarsi a riflettere è una cosa che ci concediamo ormai molto raramente.

Eppure, per mia sfortuna o fortuna ancora non sono in grado di dirlo, io con il pensiero ho stretto un legame incredibilmente forte che dura da parecchi anni ed è come una miniera, da cui però estraggo quello che capita, il più delle volte, e non quello che voglio. Poco male. Va benissimo anche così.

Ed una delle cose che più spesso mi ritrovo a pensare, come accennavo all'inizio, è la voglia di rialzare la mia testa che sembra giù da troppo tempo. Non perché io l'abbia abbassata in virtù di chissà quale corrente a me contraria, quanto per una stanchezza di fondo che non riesco ad analizzare come vorrei.

Ecco, in questo caso pellicole come questa sono un toccasana. Hanno il coraggio di mostrarci, come forse spesso vediamo in giro ma dimentichiamo altrettanto frequentemente, che non c'è ostacolo che tenga se decidiamo di spenderci per qualcosa, se decidiamo di cambiare volendolo però fortemente.

E' un periodo storico in cui ci si azzanna ma scarseggiano gli incoraggiamenti.

Ebbene, se intorno a noi non troviamo parole di conforto, allora utilizziamo l'arte. Facciamo finta che un determinato film o una determinata opera letteraria stia parlando con noi e con noi solamente, invitandoci a risollevarci.

Proviamo a prendere spunto da quello che registi, attori, sceneggiatori, cantanti, fonici e musicisti hanno pensato per loro e quindi per noi, che appartenendo al genere umano non siamo estranei a niente che lo compone e lasciamo che siano le parole, le scale musicali, i ritratti a risollevarci se proprio non siamo in grado di darci la spinta da soli.


Vi regalo (e mi regalo) una citazione tratta dalle parti finali del film che mi ha molto colpito, che ho registrato e diffuso tra gli amici ed i legami più stretti affinché potessero goderne con me:


"L'unico vero fallimento è rinunciare a provarci, e il nostro successo dipende da come affrontiamo le sconfitte, perché dobbiamo farlo; sempre. Siamo venuti qui e ci abbiamo provato, tutti noi, ognuno a suo modo. Possiamo essere criticati perché ci sentiamo troppo vecchi per cambiare? Perché abbiamo troppa paura delle sconfitte per ricominciare da capo? Ci alziamo ogni mattina e facciamo del nostro meglio. Ed è questo quello che conta."


Proprio nell'anno di disgrazia in cui scrivo, 2015 per chi non lo sapesse o dovesse leggere questo pezzo tra centinaia di anni, è venuto alla luce il seguito di questa pellicola: "Ritorno al Marigold Hotel."

Questa, però, è un'altra storia.

E non è detto che non troverò il modo di raccontarvela, prima o poi.

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