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Cinema / Respiro

Respiro

Emanuele Crialese è nato a Roma, dunque potrebbe semplicemente considerarsi un italiano e punto e basta, tanti saluti a casa.

Tuttavia, nonostante l'Italia sia bella tutta e soprattutto sia bella solo se intera (non come qualche leghista vorrebbe far credere), è evidente che esistono delle differenze spesso assolute tra regione e regione, e più generalmente tra quello che può considerarsi sud, quello che può considerarsi centro e quello che può considerarsi nord. A differenza di quanto alcuni affermano, in questa divisione spesso evidentissima anche ad un occhio poco esperto c'è tutta la bellezza di un paese capace di produrre arte anche semplicemente esibendo un paesaggio qualunque, o un dialetto talmente particolareggiato da non poter essere nemmeno completamente tradotto nella lingua ufficiale.

E' abbastanza comune, dunque, che le menti aperte, curiose, vogliose di novità e con una spiccata sensibilità artistica, decidano di uscire dal proprio mondo e dal proprio cortile regionale per recarsi in luoghi spesso tenuti in considerazione solo ed unicamente per fatti di cronaca nerissima, e che invece tantissimo avrebbero da offrire in campo letterario, cinematografico, ma più propriamente in campo umano e antropologico.

Una di queste regioni, sicuramente, è la Sicilia.

Una di queste località, sicuramente, è Lampedusa.

E' per questo che il già citato Crialese, sceneggiatore e regista di questa pellicola che ha visto la luce nell'ormai lontano 2002, è stato ispirato alla scrittura di questo piccolo ma affascinante tassello cinematografico italiano, che è stato interamente girato e concepito proprio nell'isola del Mediterraneo, spesso citata solamente per sbarchi di clandestini e che invece, a pellicola visionata, ha regalato una bellezza mozzafiato in termini di paesaggi marini.


"Pasquale, guarda come corrono."

Grazia non è pazza. Non è per pazzia che ha liberato i cani del canile del paese, che hanno invaso le strade e sono stati uccisi dai fucili degli uomini; non è per pazzia che non riesce a contenere le sue emozioni quando vede il figlio punito dal marito a suon di frustate moderne; non è per pazzia che non riesce ad inserirsi nel tessuto sociale che vivono le altre donne e gli altri uomini, così ordinatamente alle prese con i lavori di tutti i giorni, con la pesca, con la sistemazione delle casse dei pesci, con la marinatura, le reti, le barche; non è per pazzia che si rintana in una grotta; non è per pazzia che pensa di poter porre fine alle sue sofferenze con un suicidio e sì, è per presunta pazzia che tutti intorno a lei credono sia meglio farle raggiungere Milano per cercare di far trovare pace al suo cervello così lontano dai meccanismi della normalità. Eppure, lo dicevamo, Grazia non è pazza. O almeno, non nel senso che tutti noi, superficialmente, potremmo intendere. Molto più probabilmente, Grazia vive un momento di profonda depressione, di sbalzi d'umore repentini, che non le permettono di riuscire a godere di ciò che la sua vita le offre; o magari, dato sì che non tutti siamo uguali, la vita che la donna ha semplicemente non le basta. C'è del male, in questo? O nell'esprimere un disagio interiore?

Sì, certamente, se si vive in un paesino dove i ruoli sono ben decisi e c'è poco da cambiare: donne, uomini ma soprattutto bambini sono alle prese con le loro giornate, senza che queste siano scandite da regole, orari o buone maniere.

Il film si mostra immediatamente per quello che è: uno spaccato della vita isolana quanto più possibile vicino alla vecchia scuola realista, che in Italia ha sfornato capolavori (veri o solamente presunti) di cui ancora portiamo il ricordo stampato in fronte. L'uso sfrenato del dialetto, ad esempio (spesso causa di enormi incomprensioni, almeno da parte mia), costringe lo spettatore ad immergersi totalmente nelle parole o quindi in chi le pronuncia; la scena iniziale, crudelmente indirizzata verso la cattura di uccellini da arrostire ad opera dei "monelli" del paese, lascia intendere che non si tratterà di un film in cui ai bambini si dà il bacio della buonanotte e li si manda a nanna come se non contassero niente.


A Francesco Casisa (Paquale, nel film) viene assegnato il difficilissimo ruolo del figlio di Grazia (Valeria Golino, una delle pochissime attrici blasonate del film), e un novello Elio Germano interpreta un carabiniere "straniero" alle prese con il modus vivendi del luogo. Un cast, insomma, che ad eccezione della Golino non offre nomi grandiosi, ma proprio per questo molto vicino alle scelte stilistiche che furono in auge in Italia nei tempi d'oro del cinema, quando si facevano le pellicole per raccontare qualcosa e non per attrarre pubblico con nomi altisonanti e spesso al di sotto delle aspettative, come sovente accade oggi in produzioni che moltissimo lasciano a desiderare.

Particolare, poi, la vita privata di Casisa, lanciato da questa pellicola e attualmente latitante per essere sfuggito ad una retata contro il traffico di sostanze stupefacenti: la sua stessa esistenza, probabilmente, meriterebbe un film se contiamo gli episodi drammatici e la totale dedizione all'illegalità che sembrano contraddistinguere questo palermitano classe 1987 e che molto hanno caratterizzato gli ultimi anni, intervallati da pellicole più o meno sullo stesso filone di questa a cui l'attore ha partecipato.


La sensazione che si prova, di fronte a questo film, è che prima o poi ci si debba in qualche modo ritrovare a fare i conti con la propria essenza, sia essa messa a tacere dal luogo in cui si nasce o dalle regole che intorno la fanno da padrone.

Le vite non si assomigliano mai, eppure son tutte uguali; c'è sempre qualcuno, nel piccolissimo centro abitato come nella metropoli più estesa, che non vive come vorrebbe.

Sono gli esclusi, quelli che hanno fatto uno sbaglio e non hanno trovato perdono, quelli che hanno perso la bussola anche solo per un attimo e sono stati marchiati a vita, quelli che non si adeguano ai desideri mediocri e proprio per questo motivo non trovano né alleati né comprensione alcuna.

Ci si sente male, davanti allo schermo, solo se in qualche modo ci si sente rappresentati da ciò che Grazia esprime: un disagio, una solitudine, una ribellione naturale al contesto. Tuttavia, perché no, ci si sente male anche in senso opposto: una vita sicura, protetta, una vita densa di abitudini, troverà il personaggio principale insensato, il rapporto morboso con il figlio lo bollerà come 'pericoloso', l'impossibilità di adattarsi la prenderà come una sfida non richiesta al benessere comune.

Tutto deve andare come deve andare, secondo alcuni, e se così non è allora c'è qualcosa che non funziona.
Come se fossimo meccanismi perfetti.

Ma davvero qualcuno pensa ancora questo, dei sentimenti umani?


I premi che la pellicola si è portata a casa (e ce ne sono diversi) non mi interessano, perché non son quelli a rendere o meno un film consigliabile; resta però la questione principale a cui dover rispondere: essendo questo un film consigliatomi, l'ho visto con il piacere tipico di chi guarda un film con voglia, ma anche con la necessità di avere delle risposte da dare alle note che hanno accompagnato il suggerimento del Garante: "Mi piace molto per alcune cose ma non capisco alcune scelte stilistiche, forse solamente molto grossolane."

Tuttavia, è proprio per questo motivo che sono felicissimo di aver spiegato bene, a tempo debito, che non sono in grado di affrontare tecnicamente la recensione di una pellicola, almeno secondo quelli che sono i canoni standard.

Tuttavia: se parliamo di scelte stilistiche riguardanti la fotografia, credo di averla trovata personalmente piacevole.

Il solo lato, a parer mio, più "oscuro", può magari riguardare il modo in cui, ad esempio, sono trattati gli animali nell'arco dello svolgimento della storia; può riguardare il rapporto quasi incestuoso che pare svilupparsi tra Grazia e Paquale; può riguardare il nudo integrale, esclusivamente maschile, a cui il regista è spesso ricorso e che riguarda i bambini del paese, ma poco altro posso dire e comunque poco di male ci ho visto anche in questo; d'altronde, son figlio di coloro che non rinnegano la componente negativa dell'essere umano, quindi soffro di un vizio di forma piuttosto rilevante in questo senso.


Ricorrente la canzone "La bambola" della Pravo, che ovviamente ascolterò per l'ennesima volta appena avrò scritto quest'ultima parola.

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