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Cinema / One Hour Photo

One Hour Photo

"Se queste immagini potranno mai avere un significato per le generazioni future, sarà questo: io c'ero, sono esistito, sono stato giovane, sono stato felice e qualcuno a questo mondo mi ha valuto abbastanza bene da farmi una fotografia."


Vi ricordate ancora, precisamente, la sensazione che si provava quando si andavano a ritirare le fotografie che avevamo lasciato al fotografo perché le sviluppasse? Il rullino finito, il rumore di quando si riavvolgeva, le macchinette completamente diverse e quel numeretto che scendeva ogni volta che avevamo deciso di immortalare qualcuno o qualcosa e lo avevamo fatto.

E poi la vergogna, quasi, il sottilissimo pudore che veniva fuori prepotentemente quando pensavamo ad una delle cose più sciocche eppure più tenere del mondo? Il tipo che starà sviluppando quei negativi, che penserà della mia faccia? Delle mie smorfie? Riderà su una foto in cui sono venuto particolarmente male? La farà vedere al collega? Mi prenderanno magari in giro insieme per quel capello fuori posto che non mi ero accorto di avere e magari stava lì, fiero e impettito, al vento, come una bandiera stranissima?

E poi la gioia, quando il tutto era pronto e si andava a ritirarlo: le foto incartate, come un regalo di Natale che ci si poteva concedere anche fuori stagione?

Vi ricordate ancora, precisamente, la sensazione che si provava?


Sy Parrish (stesso cognome del personaggio interpretato da Williams nel film "Jumanji) sviluppa foto in una piccola attività all'interno di un grande centro commerciale.

La sua passione viscerale per le foto è evidente, come è evidente l'amore profondo che nutre nei confronti del proprio lavoro. Tuttavia, come spesso accade quando si possono vedere solo piccoli ritagli della vita degli altri, ci si rende conto di come la propria esistenza sia sempre un po' più infelice, un po' meno bella di quella altrui.

La famiglia Yorkin, quindi, madre padre e figlioletto, diventa per il protagonista un chiodo fisso, una sorta di famiglia adottiva, in cui Sy si sente a pieno titolo un membro effettivo, uno "zio", al punto da spalancare le porte alla sua solitudine e al suo carattere probabilmente minato da una instabilità mentale: l'uomo duplica centinaia di foto dei tre ignari, tappezzando un'intera parete del proprio appartamento e riempiendo le cornici disseminate nella casa che abita da solo, alle prese con una monotonia ed una triste solitudine malinconica che pur non essendo approfondita più di tanto, nella pellicola, viene comunque fuori con una prepotenza imponente.

Allo scoprire di un tradimento, messo in atto dal marito nei confronti della moglie (con un'altra cliente del negozio che porta le sue foto e quelle dell'amante a sviluppare proprio da Sy), la famiglia perfetta che l'uomo ha immaginato decade completamente ai suoi occhi, tanto da portarlo ad intraprendere una assurda corsa per vendicare, a suo modo, il torto subito dalla signora Yorkin e quello ben più grande inferto alla sua personale immaginazione.


"Le foto di famiglia ritraggono volti sorridenti, nascite, matrimoni, vacanze, feste di compleanno dei bambini. Si scattano fotografie nei momenti felici della propria vita. Chiunque sfogli un album fotografico, ne concluderebbe che abbiamo vissuto un'esistenza felice e serena, senza tragedie. Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vorrebbe dimenticare."


La trovata di Mark Romanek, regista e sceneggiatore di questa pellicola annata 2002, è ben lontana dalla solita formula di quello che potremmo definire un thriller, a suo modo. A prescindere dal finale del film, che per ovvie ragioni non scriverò, la condanna al "cattivo" non è così facile, non è così scontata, non è così ovvia come si potrebbe credere. D'altronde, al male non si risponde col male, questo ci hanno sempre detto, ma a quelli che sono riusciti ad applicare questo tipo di soluzione chiedo: avete avuto una vostra soddisfazione?

Qui c'è il disagio mentale, sicuramente, di un uomo in preda alla sua personalissima follia; e però, d'altro canto, c'è anche l'integerrimo esigere che si segua una via retta e giusta, senza che altre persone possano cadere nella trama di altre vite.

Splendida l'interpretazione di Robin Williams (premiato con un Saturn Award), ma l'intero cast regge benissimo l'insieme.

E poi bla bla e bla.


Quando questi film arrivano dove devono arrivare, e cioè esattamente tra il cuore e il cervello, le parole si sprecano nel disperato tentativo di arricchire un verbo che già di per sé dovrebbe voler dire moltissimo: mi è piaciuto.

Punto e basta.

Ma se proprio un messaggio personale lo devo allegare, come da tradizione, lo allego ad ogni fotografia che ho fatto. E questo film lo dedico a loro.

A quando ho deciso di fotografare un amico, un gruppo di persone, un turista che mi chiedeva aiuto per venire meglio in foto con la sua compagna, un amore che credevo tale e che poi ho perso per strada come tutte quelle cose che contano poco, o contano troppo.

Lo dedico a tutte quelle foto che non sviluppiamo più, convinti come siamo che l'arma del digitale sia più potente, più duratura, più facile da usare.

Lo dedico alle smorfie, alla faccia da culo che ho quando tento di essere bello magari alzando leggermente lo sguardo o mettendomi sul profilo sinistro piuttosto che su quello destro.

Lo dedico a tutti quei momenti miei e nostri e degli esseri umani in generale, che hanno sentito il bisogno di fermare per un attimo il tempo perché convinti che meritasse, chissà perché, di essere visto anche nel futuro.

Di fatto, le fotografie sono una delle invenzioni peggiori che ci potessero capitare. Sono ricordi che perdono la capacità di essere addolciti dai filtri della mente, e ci vengono messi sotto il naso nudi e crudi; sono facce che non possiamo più vedere, voci che non possiamo più sentire, persone alle quali non possiamo più dedicare una canzone. Tuttavia, le fotografie sono una delle invenzioni migliori che ci potessero capitare. Solo grazie a loro possiamo vedere chi siamo stati, anche solo per cercare di non esserlo mai più.


Sarebbe bello che delle fotografie si tornasse a fare un uso più cosciente, e quindi in ultima analisi posso dedicare la visione di questo film a chi si impegna tutti i giorni perché questo possa ancora accadere.


In chiusura: offrirono la parte del protagonista a Jack Nicholson, ma lui rifiutò.

Tiè.

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