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Cinema / Mai Così Vicini

Mai Così Vicini

Gli artisti sono maledetti.

Non c'è film, spettacolo teatrale, opera prima e seconda, che non commentino con cattiveria malcelata, soprattutto quando non sono arrivati da nessuna parte e però ancora ci provano, ancora fanno tentativi, con la disperata faccia tosta di chi sa che nessuno si è reso conto del loro genio semplicemente perché non ne ha ancora avuto l'occasione.

Andrò direttamente al punto: questo film poteva benissimo non esistere.

Sapete il discorso sul consumo di ossigeno e la faccenda effetto serra e la questione buco nell'ozono? Ecco. Probabilmente se ogni volta che uno sceneggiatore avesse rinunciato all'incarico (e al conseguente vagone di soldi che gli è arrivato dritto dritto tra capo e collo) di fronte alla propria incapacità di mettere giù qualcosa con dei contenuti (non dico interessanti, ma almeno dei contenuti, ecco), adesso non staremmo qui con i ghiacciai in discesa libera e giorni di caldo torrido intervallati da piogge monsoniche a cui non siamo per niente preparati.


E dire, poi, che la regia (nonché parte della produzione) avrebbe dovuto essere una piccola garanzia di successo, insieme al duo dei protagonisti.

Da un lato, infatti, troviamo il nome di Rob Reiner, ampiamente idolatrato per film come "La storia fantastica", "Harry ti presento Sally" e "Misery non deve morire"; dall'altro troviamo la coppia inedita Diane Keaton ("Io e Annie", "Il club delle prime mogli", "Perché te lo dice mamma") e Michael Douglas ("La guerra dei Roses", "Attrazione fatale", "Un giorno di ordinaria follia").

E poi, però, dall'altro lato, sull'altro piatto della bilancia, c'è lui: tale Mark Andrus, che no...non è un andrologo, come farebbe presupporre e sperare il cognome...ma, appunto, lo sceneggiatore.

Intendiamoci: non è un film in cui si è lesinato. La produzione ha sborsato un budget di 30 milioni di dollari (in Italia, e i dati sono aggiornati, fino ad ora il film ha incassato 569.000 euro) che sono visibilissimi nei luoghi d'incanto che fanno da cornice alla trama (ottima la fotografia, ad esempio): un agente immobiliare alle prese con l'ultima vendita della sua vita (la sua magione), incontra la vicina di casa ed inizia con lei ad instaurare un rapporto ravvicinato a causa della nipote di lui, appioppata per qualche mese in casa del nonno per problemi di giustizia del padre. La vicina fa la cantante di pianobar, ed è una donna fragile e alle prese con il fantasma del defunto marito, mentre lui è un uomo apparentemente cinico e dispotico, che svelerà nel corso della pellicola lati inaspettati del carattere.

Come dire: qualcosa di completamente nuovo.


Il vero problema di questa pellicola (che io personalmente volevo vedere per l'amore profondo che nutro nei confronti della Keaton) è che è stata spacciata come una storia sull'amore "in tarda età" (visto che attori prima e personaggi poi certo non sono più giovincelli), ma di questa strada vengono battuti pochissimi percorsi, e quei pochi son proprio quelli che fanno sorridere lo spettatore, quando si presentano.

Ma i dialoghi sono poveri, miseri, e non ci sono affatto momenti che lasciano riflettere su qualcosa o qualcuno. Tolto questo (visto che non sempre bisogna pensare), rimane comunque visibile l'incapacità del testo prima e del regista in seguito, di dare spessore ai due mostri sacri del cinema che vi recitano. La Keaton in special modo è come castrata, lasciata poco libera di utilizzare smorfie e quel tipico modo di gesticolare e parlare che molto l'accomunano all'amatissimo (da me) Woody Allen; son messi lì e pare che non si divertano affatto. Un attore quando si diverte lo vedi...anche perché in quel caso ti diverti anche tu.

Che c'abbia visto lungo Sissy Spacek, alla quale fu offerta la parte da protagonista e che ha rifiutato il progetto?


Quel che è certo, è che sono veramente pochi gli spunti e le frecce nell'arco di questo film.

Non mancano di certo prestazioni di pregio, come quella di Frances Sternhagen, e gli stessi attori principali sono ovviamente di grande levatura, ma non basta. Non bastano nemmeno i luoghi incantevoli che ci propone l'occhio elettronico, non bastano i colori vivaci delle inquadrature, non bastano le piccole interpretazioni canore della Keaton (che comunque non ha famose doti di cantante e quindi questa scelta sarebbe da spiegare ulteriormente), insomma, come direbbero i realisti che però poi sono pessimisti da qualunque punto di vista la si guardi, non basta niente.


E' difficile che un italiano sfondi, all'estero. Diciamocelo chiaramente: siamo forse l'America? No. Non ne abbiamo i numeri, in primis; non abbiamo i suoi soldi, le sue scuole, le sue possibilità, la sua forza cinematografica, i suoi premi, non abbiamo un bel niente. Non abbiamo nemmeno dei traduttori indipendenti, che prendano l'iniziativa a prescindere dalle case editrici o dai giornali per cui lavorano. Traduttori che, se avessero davvero voglia di fare il loro lavoro per il bene della patria, avrebbero già tradotto almeno metà dei miei scritti, mandandoli in giro per il mondo e facendomi riscuotere non solo successo, ma anche soldi e contratti da favola.

Eppure, la speranza c'è: che qualcuno di loro, ad esempio, mi contatti e mi chieda: "Che ne pensi, vogliamo lanciare 'sto pezzo negli Stati Uniti?"

"E per far cosa?" io risponderei.

"Per evitare almeno che 'sto Andrus lavori di nuovo."

Ed io sarei titubante. E poi, però, darei il permesso.

Oh sì.

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