Non Garantisco

Cinema / Any Day Now

Any Day Now

Mettiamo che esista un tale, di nome Rudy Donatello, che per sbarcare il lunario faccia la drag queen in un locale per omosessuali.

Mettiamo che esista un altro tale, di professione avvocato e di nome Paul Fliger, che di questa drag queen se ne innamori, venendo ricambiato.

Mettiamo che esista un ragazzino di 14 anni, che chiameremo col suo nome e cioè Marco, affetto da sindrome di Down e in mano ad una madre che definiremo, semplicemente, snaturata.

Mettiamo che questo ragazzo venga in qualche modo preso sotto la tutela della coppia una volta che la madre viene arrestata.

Mettiamo che su questa faccenda, come anche sulla battaglia legale fatta dalla coppia per avere l'affidamento del ragazzo, Travis Fine decida di farci un film, uscito nell'anno di grazia(?) 2012.

Mettiamo che questa sia la trasposizione cinematografica di una storia realmente accaduta sul finire degli anni '70.

Mettiamo, poi, che il lieto fine non sia minimamente previsto.

Mettiamo i tanti premi vinti dalla pellicola.

Mettiamo il fatto che abbia avuto una distribuzione praticamente ridicola in America e del tutto nulla in Italia.

Mettiamo una splendida interpretazione di Alan Cumming, Garret Dillahunt e Isaac Leyva.

Sì. Il risultato è uno splendido film.


Non ci sarà bisogno di dilungarsi molto sull'argomento, anche perché ne ho scritto spesso e spesso ne scriverò, visto il mio profondo interesse per le battaglie che riguardano l'uguaglianza e le pari opportunità, ma quello che c'è da dire va detto e va detto anche in modo molto preciso.

Trovo riprovevole, ad esempio, che di questo film nessuno ne abbia sentito parlare. Non solo la diffusione è stata minima a livello mondiale, ma in Italia non è mai arrivato nelle sale cinematografiche. Ne esiste, fortunatamente, una versione sottotitolata, proiettata a Firenze il 13 Giugno 2012 in occasione del Tuscan San Festival, ma è poco. E' niente. Ed è ancora più sorprendente, il fatto, se pensiamo che di questa storia se n'è parlato poco anche nelle cronache dell'epoca, perché di vere vite si tratta, in questo caso.

Ma come, signori cineasti, puntate tanto sulle storie vere per far presa sul pubblico e poi? Lasciate che una pellicola di questo calibro cada nel dimenticatoio solo per il tema che tratta?

Volete forse dimostrarci che nulla è cambiato dal 1979 ad oggi? Che ancora è tabù un certo tipo di argomento? Che associare in un unico film disabilità e omosessualità, nonché famiglia e adozione è un mix insostenibile per il pubblico nostrano?

Io credo di no.

Anzi.

Io credo che una larga fetta dell'Italia sia invece prontissima per avere a che fare con situazioni di questo tipo e che sappia anche come affrontarle.

Non è vero che siamo tutti vecchi. Non è vero che lo stivale non è in grado di sfornare delle menti aperte. Non è vero che la maggioranza è in preda ad un vecchio stampo democristiano da cui non riesce ad uscire. E' vero però, ammettiamolo, che l'ignoranza fa molto più rumore. Tra tutte queste manifestazioni a favore della famiglia, termine di cui si riempiono la bocca ormai solo gli idioti, esistono persone che sono invece semplicemente a favore dell'amore. Ed è un bene, io credo, che l'arte riporti alcuni dibattiti al centro dell'attenzione, così che si possa finalmente mettere i puntini su tutte quelle i che aspettano di essere completate.

Non c'è spazio per il diverso?

Benissimo.

Che si sia diversi tutti, allora.


"Mi piace il lieto fine." dice Marco ad un certo punto della pellicola. Chissà. Magari l'avrà anche detto nella vita vera. Magari a lui, come a tutti, sotto il lieto fine piace molto più di tutti quei giochi pirotecnici con cui ci affanniamo per evitare di essere felici anche solo per un momento. E tuttavia, questo lieto fine Marco non lo avrà. Non lo avrà per il becero e radicato modo di vedere le cose, che allora esattamente come ora, maschera il marcio con una foto in cui compaiono un uomo, una donna e un bambino.

Quella non è una famiglia.

Quella non è la sola famiglia.

Quella è un'ipotesi di famiglia. Come lo sono due donne e un bambino, due uomini e un bambino, due donne senza un bambino, due uomini e un cane, o semplicemente un uomo e una donna punto e basta. Tutto è famiglia, se c'è amore.

No. Nessuno scomodi la Barilla. La casa non è prerotagiva di una famiglia. Due amici, a distanza di km, sono una famiglia. Gli stessi amici, a loro volta, magari hanno dei compagni...e sono una famiglia. La vecchia sotto casa ha un cagnolino che ama, la sua unica ragione di vita dopo la morte del marito, e loro due sono una famiglia.

Rudy, Paul e Marco erano una famiglia.

Ma questo la legge, ovviamente, non l'ha capito in tempo.

D'altronde, la legge è legge, mica è giustizia.


Il finale assolutamente tragico del film, che per ovvi motivi non svelo, è un pugno nello stomaco che difficilmente ci si riesce a togliere di dosso. Ti inchioda, accidenti, e ti fa riflettere sul punto che la stupidità e la mancanza di puro senso del pratico, possono raggiungere insieme.

E di loro chi parla?

Di tutti quei bambini che sono in attesa di una famiglia vera, chi ne scrive?

Ne scrivono molti, ovviamente. Quasi tutti. Però mai nessuno alza il culo e cambia le carte in tavola, così da poter affidare un bambino ad una coppia gay piuttosto che alla malaria. Dico così, eh? Giusto per fare un esempio. E mentre noi siam qui che ancora discutiamo se sia legale o meno che due persone si amino, ci sono posti nel mondo che prevedono addirittura la possibilità di adottare un bambino, per coppie dello stesso sesso.

E per chi, ancora, alzerà la bandiera del: "Ma ci vogliono un padre e una madre!" si risponderà con un gesto sbrigativo della mano, perché contro l'idiozia non c'è spiegazione che tenga; non c'è discorso che valga e non scienza che riesca.

Non c'è nemmeno film che insegni.

E se l'arte non può, allora nulla può.


"Nella vita ci sono un sacco di cose più importanti dei soldi, ma comunque ne vorrei un po' di più."

Ecco il punto.

Ci siamo quasi abituati all'idea che la politica si debba occupare di cose più importanti dei problemi sociali. L'economia, ad esempio. I BOT, i CUL, i CPT, i CHESTAIADI', e via discorrendo, ma i numeri sono numeri e numeri restano; con le vite non si scherza. Non ci si può azzardare a farlo. Mai.

E allora rimaniamo in attesa che qualcosa cambi. Che si riescano ad aprire gli orizzonti di chi dovrebbe governarci per il nostro bene.

E mentre aspettiamo, leggiamo libri, mangiamo pizze, guardiamo film.

E' la vita.

Tutte cose che paiono normali.

Tutte cose che Marco non ha potuto fare perché qualcuno si è preso la briga di decidere cosa sarebbe stato meglio per lui.

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