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Cinema / Un Giorno Questo Dolore Ti Sarà Utile

Un Giorno Questo Dolore Ti Sarà Utile

Chissà se è davvero come dicono.

Chissà se c'è un modo, a questo mondo, per evitare di sentirsi sbagliati o semplicemente di correre il rischio di deludere qualcuno.

E a quelli che dicono che la delusione fa parte della vita, io dico d'accordo. Sono completamente d'accordo con voi. Solo che purtroppo ci dividiamo in due dannate categorie: quelli che deludono e tirano dritti per il proprio cammino, e quelli che deludono e poi scontano mesi e mesi in un senso di colpa talmente profondo da mangiarsi tutto quello che di buono è rimasto.

C'è sempre qualcuno che rimane deluso.

Sempre qualcuno che da noi si aspetta altro.

Sempre qualcuno che ha intravisto del potenziale ed ha puntato su di noi gli ultimi soldi che gli erano rimasti.

Se siamo persone coscienti, sensibili, minimamente empatiche, è logico che la rovina sarà la nostra.

Non c'è verso di accontentare tutti. A qualcuno bisogna rinunciare. Qualcuno deve perdere la sua fiducia nei nostri confronti.

Per essere liberi.

Di fare che, poi.

Boh.


"Adoro i musei, perché sono uno dei pochi posti rimasti al mondo dove nessuno cerca di venderti qualcosa."

James ama la sua solitudine. Ama il fatto di non avere contatti con il resto del mondo, di non avere l'obbligo di rimanerci incastrato, di non dover necessariamente intrattenere una relazione di qualunque tipo con qualunque essere umano, uomo o donna che sia. Per questo motivo, ha deciso di non continuare gli studi, di non iscriversi all'università, di tradire, in qualche modo, le aspettative dei genitori.

I due, divorziati, hanno lo stesso e identico punto di vista sul figlio: la sua intelligenza deve, deve necessariamente, essere "riconosciuta" da un percorso accademico.

Per questo motivo, Marjorie, sua madre, lo spedisce da una terapeuta, che all'inizio il ragazzo non vede di buon occhio. L'unico suo punto di riferimento resta la nonna: Nanette. Ma con il tempo, e spinto dai suoi problemi a relazionarsi persino con i colleghi di lavoro (James è impiegato presso la galleria d'arte della madre) e dalla nonna, il ragazzo intraprende un percorso terapeutico che sarà per lui catartico. Ripercorre i tempi passati, i suoi problemi di relazione con i compagni di scuola, analizza i suoi pensieri spesso macabri e autodistruttivi e soprattutto guarda con distacco e razionalità tutto quello che il mondo non gli ha fatto passare liscio ("Ti piace stare da solo? Sei sfigato?")


Quando si guarda un film, quali sono i motivi per cui lo si giudica bello?

La regia, forse?

Il montaggio?

La colonna sonora?

Le inquadrature?

I personaggi?

La bravura degli attori?

In parte, probabilmente tutto questo. Ma se un film ci piace, se ci piace davvero, al punto che sentiamo di poterlo consigliare agli amici, lo proponiamo in una serata passata con loro o semplicemente ne parliamo scrivendoci sopra, ci piace perché in qualche modo sta parlando di noi. Di qualcosa che abbiamo passato, probabilmente; che non abbiamo ancora superato del tutto; di qualcosa che riempie magari le nostre giornate, rendendole pericolosamente pensierose.

Mai come in questo periodo, che dura da un bel po' se vogliamo dirla tutta, è ricorrente nel mio cervello un pensiero più o meno sempre simile a se stesso: per cos'è che sono nato?

Insomma: come si fa a riconoscere il motivo per cui respiriamo? Certo è che se è vero quello che dicono, ognuno di noi ha una sorta di motivazione all'esistenza. Non posso pensare che si nasca per nascere. Non posso e non voglio.

E così, alcuni nascono per insegnare. Altri per inventare. Alcuni per curare, per cucinare, per scrivere, per comporre musica, per riparare rubinetti. Insomma, e per gli altri? Per tutti quelli a cui il senso della propria vita non si è svelato così presto? Cosa resta, nelle loro mani? I dubbi. L'incertezza. La paura.

E' per questo che James mi ha preso per mano, accidenti a lui...fin dall'inizio del film, ho sentito una certa affinità con la sua strada smarrita e il mio non poter prendere il senso che sento mio. Più volte, ad esempio, il ragazzo del film esprime il desiderio di fare l'artigiano, di comprare una casa in campagna e di leggerci dentro milioni di libri, facendo di quell'attività l'impegno della sua esistenza.

E se si nascesse, alcune volte, con desideri non comuni?

Se una vita "normale", tipo nasci-studi-lavori-pensione-morte, non la si volesse?

E' possibile trovare un'alternativa, in questo senso?

Prima pensavo di sì...adesso credo di non esserne più tanto sicuro.


Classe 2011, il film è un interessante connubio tra Italia e Stati Uniti. La regia, affidata a Roberto Faenza su una sceneggiatura presa da un libro di Peter Cameron (e da lui stesso curata), si avvale di una produzione assolutamente mista tra i due paesi, per un totale di 8 milioni di dollari di budget.

Interessante anche la scelta sonora, affidata ad Andrea Guerra e con la collaborazione di Elisa, e la scelta degli attori, alcuni dei quali assolutamente fantastici (Marcia Gay Harden, Ellen Burstyn) e altri che hanno rappresentato una piacevole sorpresa (Toby Regbo).

La pellicola non ha le risposte a niente, se proprio di risposte si vuol parlare.

Le domande, al contrario, sono tante. Infinite, a volerci pensare come si deve.

Ma no.

Non ci si dilunga, specie se si sente addosso la sensazione di aver già detto quello che in qualche modo era lecito dire.


Eppure, io ci penso spesso.

A quelli che non sanno cosa fare, intendo.

A quelli che ad un certo punto, nonostante avessero nelle mani un sogno, hanno semplicemente smesso di crederci. Vuoi per un mondo cattivo, vuoi per un ambiente contrario, vuoi per i soldi, che tanto alla fine è sempre una questione di soldi...

A loro ci penso spesso, sì. Li sento vicini. Li sento simili. Al punto che io vorrei abbracciarmeli tutti, 'sti poveretti che non hanno lo sguardo di chi sa dove deve andare, e abbracciandoli direi loro: "State tranquilli...non c'è bisogno di andare a tutti i costi."

Ecco. Fosse un lavoro, probabilmente l'avrei scelto tempo fa.

Non c'è mai una ragione precisa, quando si perde la bussola...eppure succede. Molto più spesso di quanto le facce da manager che vediamo in giro possano far pensare.

Anche ora, mentre scrivo, o tra qualche minuto, quando qualcuno leggerà, ci sarà una conversazione tra un padre e un figlio perso, spaventato, fuori luogo. Una conversazione che non esiterà a macchiarne il rapporto. Che c'è di continuo, nelle cucine, nelle macchine, nei centri di recupero, nei cinema:

"Voglio morire."

"Cosa?"

"Niente. Dicevo che ho sete."

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