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Cinema / Monuments Men

Monuments Men

La seconda guerra mondiale durò dal 1939 al 1945. Le perdite, in termini di vite umane (poco conta che si parli di civili o militari) furono altissime. Lo ricordiamo, oggi, come uno dei conflitti più devastanti e più disgustosi, in termini di "ideali" in gioco, che la storia dell'umanità abbia mai registrato. Fu il conflitto del nazismo, fu il conflitto dello sterminio del popolo ebreo, fu il conflitto dei campi di concentramento, fu il conflitto che probabilmente più di tutti gli altri portò alla ribalta i limiti che la follia umana può superare per creare male, devastazione, terrore, distruzione. E, ovviamente, è anche uno dei conflitti a cui l'arte si è maggiormente interessata, in termini cinematografici, letterari, di pittura e scultura. L'influenza che questo evento ebbe sulle menti degli artisti fu qualcosa di estremamente interessante, e prova ne è il fatto che oggi, 2014, noi si abbia a disposizione tantissimi film, tantissimi libri sull'argomento. Film e libri che hanno provato, sia che si tratti di testimonianze dirette (Anna Frank) sia che si tratti di studi o rielaborazioni, a descrivere il momento, le sensazioni, i giorni di chi quel tempo lo ha dovuto vivere sulla propria pelle.

Dilungarsi su quello che quel periodo ha rappresentato, nella storia del pensiero umano, sociale e politico, sarebbe sterile. Molti lo hanno fatto e certamente si tratta di gente più qualificata di me, più adatta ad affrontare l'argomento con dati e testimonianze alla mano. Io, nel mio piccolo, posso solo far notare qualche dettaglio, qualche piccola lanternina, che magari è sfuggita ai grandi pensieri e alle grandi diatribe mondiali che ci sono state in seguito al tutto. Io, nel mio piccolo, posso star seduto in un cinema e lasciarmi meravigliare da quello che vedo, tanto da sentire subito il bisogno di rendere pubblico il mio pensiero, il mio stupore, il mio gradimento. Io, nel mio piccolo, posso esultare davanti alle immagini di un film che si inserisce nel filone di cui abbiamo parlato prima e che però, al contempo, se ne discosta, percorre vie non battute, si lancia in nuovi settori, che niente hanno a che vedere con quelli precedentemente trattati. Io, nel mio piccolo, posso solo compiacermi di aver accettato un invito al cinema, e niente più. E poco altro.


Questa è la quinta esperienza alla regia per George Clooney, ma è la prima di cui sono spettatore e di certo non sarà l'ultima. Un po' per via, appunto, delle piacevoli e interessanti scelte registiche, un po' perché, facendo una rapidissima lettura sui prodotti cinematografici proposti da Clooney, è difficile trovarne uno che non sia stato premiato ed osannato da critica e pubblico, ed è una delle rare volte, in questo caso particolare, che la critica incontra il mio benestare, quindi toccherà approfondire anche il resto.

Di base, la sceneggiatura prende spunto da un volume pubblicato nel 2009, in cui è raccontata questa vicenda che ha avuto, attenzione all'importanza della cosa, un vero riscontro storico. Non stiamo parlando, quindi, di un'avventura inventata di sana pianta, ma di qualcosa di realmente accaduto, all'epoca.

Un gruppo del tutto estraneo alla vita militare, ed anche con un'età media abbastanza avanzata, capeggiato da Frank Stokes, decide di riunirsi e di partire per una missione "para-militare" di estrema importanza: ritrovare le opere d'arte trafugate da Hitler nelle sue razzie europee. Stokes mette insieme una squadra composta da critici d'arte, direttori di musei, architetti. Un gruppo, insomma, capace di riconoscere il pericolo del dover affrontare una simile missione ma animato da un amore per l'arte capace di spazzare via ogni dubbio.

I monuments men partono. Prima in Inghilterra, per un addestramento base, poi si dividono, dislocati in Europa, con l'intento di riuscire a capire dove siano state portate le opere dai nazisti. Inizierà, quindi, un momento molto delicato per tutti: si troveranno ad affrontare ovviamente momenti non facili, sparatorie, tentativi andati male, perdite di vite umane. Sono due, infatti, i membri che lasceranno la vita per questa missione.

Il film si snoda tra momenti di alta tensione e momenti di relativa quiete, senza che manchino momenti goliardici e al tempo stesso di una tristezza rara, come l'incontro di due del gruppo con un ragazzino arruolato nelle file naziste.

Le sigarette fanno da filo conduttore tra le vicende, come se il fumo, entrando ed uscendo dal corpo, potesse in qualche modo portare via pensieri, paure, delusioni e momenti di sconforto.

Un cast strepitoso e una trama assolutamente scorrevole, fanno di questi 118 minuti di pellicola, un tempo assolutamente giusto da impiegare seduti e a riflettere. Un tempo che ci si può prendere, che si può rubare alle stronzate che facciamo, almeno per un giorno.


La meravigliosità di questo film è proprio il fatto che, come anticipavo nel sermone iniziale, la pellicola si inserisca in un filone che ormai, apparentemente, ha poco da offrire, in termini di novità. E invece no, come canterebbe la Pausini. Contemporaneamente a questo, infatti, anche il film "Storia di una ladra di libri", che però non ho ancora avuto modo di vedere, si inserisce in un campo poco approfondito del conflitto mondiale e cioè quello artistico.

Certo, alcuni potrebbero storcere il naso di fronte all'esigenza di salvare opere d'arte in un contesto in cui non si riuscirono a salvare milioni di vite, ma se ci si riflette, se ci si fa davvero caso senza che alcun pregiudizio ci offuschi la mente, l'arte e la vita sono in fondo la stessa cosa. Nel film non mancano momenti di riflessione, a riguardo. E' certo che qualcuno, all'epoca, abbia potuto sentirsi infastidito da questi personaggi partiti in guerra non per difendere il proprio paese o la vita dei civili coinvolti, ma per trarre in salvo la memoria, la bellezza, le fotografie artistiche che il progetto di Hitler voleva annientare, rubare, portare via dai loro luoghi. Ma quelli che hanno storto il naso, lo hanno fatto per superficialità. Perché non si sono resi conto che tutto quello che l'uomo ha prodotto nel corso del tempo, i libri che ha scritto, i quadri che ha dipinto, le statue che ha scolpito, altro non sono che il racconto stesso del cammino dell'umanità.

Numeri alla mano, all'epoca i Monuments Men salvarono dalle grinfie di Hitler milioni di opere d'arte, nascoste nelle miniere abbandonate, nei castelli, nelle case dei singoli membri delle SS. Fu un'opera straordinaria di salvataggio, fu un momento altissimo di sacrificio, fu un onore e un onere che uno sparuto gruppo di persone si accollò volentieri.

A loro, probabilmente, dobbiamo l'arredo ancora perfetto di alcune chiese; a loro dobbiamo la presenza di opere nei nostri musei; a loro dobbiamo il salvataggio di tutto quello che ancora oggi la gente viene in Europa per ammirare.

E non è, io credo, di poco conto, se ci pensiamo bene, il fatto che ci sia stata gente capace di preoccuparsi anche di questo punto di vista della faccenda.

In fondo, la rovina ha molti volti.

In casi come questo, però, anche il coraggio.

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