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La Mafia Uccide Solo D'Estate

"Ma la mafia ucciderà anche noi?"


Io non sono nato a Palermo, e soprattutto sono nato troppo tardi per poter parlare di una mia esperienza diretta in quegli anni, ma credo che la domanda che il piccolo Arturo rivolge nel suo letto al padre, sia stata il pensiero ricorrente di moltissimi siciliani negli anni che vanno dal 1980 al 1992, gli anni cioè in cui le morti per mano della mafia erano praticamente all'ordine del giorno.

Del tema so poco, molto poco, talmente poco che conto di fare il pezzo più breve che io abbia mai fatto su una pellicola...ma non potevo non scriverci su qualcosa, non potevo scegliere il silenzio, visto che è di silenzio che il male si nutre. E il male, si sa, in questo paese, è sempre stato rappresentato da tante organizzazioni criminali, in primis la mafia, appunto, e la chiesa. Ma questo è un altro discorso.


Da una interessante intuizione di Pierfrancesco Diliberto, Pif per gli amici(?), nel 2013 ha visto la luce questo lungometraggio, particolarmente apprezzato da pubblico (che lo ha premiato al Torino Film Festival), critica e cariche istituzionali (Pietro Grasso ha definito questo film la migliore pellicola sul tema della mafia che lui abbia mai visto). Era un progetto a cui Pif, che fa qui da attore e regista, stava lavorando da circa 4 anni, e che è riuscito a portare al cinema, anche se credo sia stato purtroppo poco tempo nelle sale.

Attraverso gli occhi di un Arturo bambino (un bravo Alex Bisconti), la storia si snoda negli anni che hanno caratterizzato l'Italia di quel periodo. Il suo amore per Flora, la scoperta acerba e inesperta del mondo della politica prima e delle associazioni a delinquere dopo, tratteggiano con ironia e precisione di cronaca uno degli scenari più devastanti e al tempo stesso più significativi per cogliere l'atmosfera di quegli anni e quello che per il nostro paese ha significato la presenza dei giudici da un lato e dei boss dall'altro.

Mai pesante, mai eccessivamente crudo, mai nozionistico, il film scorre piacevolmente per tutti gli 84 minuti che lo compongono, e riporta alla ribalta date, notizie e situazioni che la mente umana, con l'andare del tempo, tende purtroppo a dimenticare.

La storia, l'abbiam capito, non è maestra di niente. Eppure, sentirsi trasportati nella Sicilia di quel tempo, riaccende miracolosamente uno spirito civico latente eppure presente, io credo, in quasi tutti noi.

Le regioni del sud Italia in particolar modo sanno, benissimo, cosa voglia dire convivere con questa ingombrante macchina infernale che è la mafia, e sanno altrettanto bene quanto debole e inefficiente sia stato lo Stato nei suoi confronti. Ma le morti, gli attentati, le disperate minacce e ritorsioni, non sono mai riuscite a spegnere lo spirito di bellezza pura che alberga in alcuni uomini e in alcune donne, che anno dopo anno sono riusciti a mettere una piccola pietra sul cammino di questa dannata e sudicia realtà. Uomini che hanno creduto che un'altra Italia fosse possibile, che la giustizia potesse trionfare, che i cittadini potessero vivere in un modo diverso, più protetto, più sicuro, senza passare necessariamente al lato oscuro per riuscire a campare.

Sullo sfondo una politica assente, nella migliore delle ipotesi; più spesso complice, asservita, omertosa. La figura controversa di Giulio Andreotti, ad esempio, qui presa di mira e bersagliata sempre con un'ironia di fondo che poco dissimula, però, l'amarezza nei confronti del suo operato e della sua figura.


A chi dice che la mafia non esiste, e di gente convinta ce n'è tanta, basterebbe guardare uno spezzone di questo film per capire che persino un bambino si accorgerebbe di quanto sia poco chiara la situazione in alcuni frangenti; la Palermo dipinta nel film è una città cattiva, sorda e cieca, che mal sopporta che si parli di delinquenti o che, peggio ancora, si dica la parola "mafia" un po' troppo apertamente e un po' troppo ad alta voce.

Nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla, e così si gettano le basi per aumentare quelle attività che hanno caratterizzato la storia della Sicilia in un certo periodo storico.

Quel che è certo, al di là del film piacevole e che sento di consigliare alla vostra visione nel caso vi fosse sfuggito, è che il silenzio non è mai la strada giusta per la giustizia. Che si tratti di Mafia, di violenze domestiche, di cani, di vicini eccessivamente rumorosi, tacere non è mai granzia di miglioria.


Allo stato attuale delle cose, poi, anche dello Stato ci si può fidare poco. Basti pensare ai casi calcistici che ci sono stati di recente per intuire che le forze dell'ordine non sempre fanno quello che devono alle persone che meriterebbero, invece, gli stessi trattamenti riservati a ragazzi innocenti o a manifestanti.

L'unione fa la forza, e questo è quanto.

La civiltà può fare molto, può fare tutto, per non tornare ai tempi in cui Andreotti, intervistato, alla domanda: "E ora che succederà in Sicilia?" rispose: "Non lo so."

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