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Sì, no, non so... (ma le faccio sapere)

La filosofia ci insegna, da tempo, che interrogarsi è una delle chiavi di volta del sapere umano. Se nessuno si fosse mai fatto una domanda o l'avesse fatta al vicino di casa (caro Socrate, t'avessi incontrato sul mio cammino ti avrei ucciso con le mie mani!), non ci saremmo mai evoluti. Tutte le scienze che noi oggi conosciamo e di cui ci serviamo per stare sempre peggio illudendoci di tenere la situazione sotto controllo, non esisterebbero se qualcuno, preso da una incontrollabile curiosità (perché l'arazzo della filosofia è fatto da sottilissimi fili di curiosità intrecciata), non si fosse chiesto il perché ultimo e primo delle cose.

Tutte le domande che hanno caratterizzato il cammino umano sono da immaginare come piccoli mattoncini messi lì, uno dopo l'altro, a formare una scalinata modesta ma funzionale al cammino del prossimo passo dell'uomo. <<Chi siamo?>> e via: un mattoncino. <<Da dove veniamo?>> et voilà, un secondo mattoncino. <<Perché l'acqua cade dalle mani e la sabbia ci mette più tempo e l'argilla non cade affatto?>> e ancora un altro mattoncino. Di domanda in domanda, di risposta in risposta, di Verità in Verità (giacché le verità sono tante e tutte rigorosamente vere), abbiamo dipinto un quadro di conoscenze articolato e meraviglioso, di cui portiamo il peso bellissimo sulle spalle.

Noi, uomini di oggi, grazie agli uomini di ieri. E quelli dopo di noi, chissà. Magari. Ma non ce ne frega niente.


Interrogarsi, dunque, è cosa buona e giusta. Chiedersi il motivo, indagare la causa, portare all'attenzione, sollevare una questione, alzarsi in piedi e suggerire, avanzare, supporre, sono i gesti che ci hanno permesso di fare la stessa fine dei dinosauri ma con una agonia leggermente più lunga.

Dunque, per conto mio, non sarò mai contrario all'atto stesso della conoscenza: il domandare domandandosi.


Tuttavia, con l'andare del tempo, la qualità delle domande è chiaramente calata nel baratro di una semplicistica quanto stupida povertà di contenuti; con la sparizione dei grandi filosofi e con le nuove leve che preferiscono fare le comparse in programmi televisivi di dubbio gusto, le domande sono andate perdute. Sentiamo ancora l'eco di quelle passate, e lì per lì ce ne rallegriamo pensando che non tutto è perduto e che anche noi, se solo volessimo... ma non vogliamo e il gioco dura poco. Domande sempre più rade, più sciocche, più piccole, e risposte sempre più gigantesche, ipertrofiche, pompose, a mascherare un'assenza tra le più importanti: quella del pensiero.

Dunque non è tanto la risposta, che pure è importantissima, ma il quesito in sé. In sostanza, il quesito in me.


Come resistere alla tentazione pacchiana di spendere qualche parola inutile sulla domanda degli ultimi tempi? Sì o no? Resto o vado? Largo o lungo?

Come resistere alla tentazione insana di dire che non è di questo referendum che avevamo bisogno ma di una domanda ben più consistente, del tipo: <<Cos'è, dunque, l'amore?>>

Tema libero. Tutti alle urne per scrivere il proprio pensiero. E lì sì che puoi toccare con mano la qualità metafisica di un popolo.


Invece, allineandosi alla povertà concettuale dilagante, la domanda è molto più rozza: sì o no? Stai con noi o stai contro? E con noi chi? E contro cosa? Come lo vuoi 'sto Paese? Come lo sogni? Come lo immagini? Domande persino interessanti se non fossimo costretti ad esprimerci tramite due monosillabi fastidiosi che niente vogliono dire e che non colgono le sfumature d'intenti che si nascondono proprio dietro l'angolo.


No. Non voglio un Paese cattivo. Non voglio più registrare la dilagante indifferenza nelle strade, dove puoi morire gettato in un angolo sotto gli sguardi assenti del padre e della madre di famiglia di turno.


Sì. Voglio più democrazia. E per democrazia intendo anarchia. Intendo quel punto di non ritorno secondo il quale non ho più bisogno di delegare qualcuno perché decida al posto mio, consapevole che per quanto sulla carta le sue idee siano più o meno simili alle mie, lui non è me ed io non sono lui.


No. Non voglio più quote rosa. Voglio che le donne siano giudicate in base alla loro reale preparazione. Voglio che abbiano le stesse possibilità di accesso nei luoghi di lavoro e alle carriere senza che una maternità le fermi. Voglio che siano scelte per ciò che sono e non per il sesso biologico che hanno. Voglio che, a parità di ruolo, intaschino la stessa cifra di chi donna non è. Le voglio per bravura, non per legge.


Sì. Voglio il silenzio. Il silenzio dei politici cialtroni e rivoltanti, che possono avere accesso ad un microfono tutte le volte che vogliono e che riescono persino, come perfetti pifferai magici, a portarsi appresso un discreto numero di topi.


No. Non gradisco l'indifferenza. Non gradisco che qualcuno si arroghi il diritto di dire cosa è amore e cosa non lo è. Chi ha bisogno e chi non ne ha. Chi può entrare e chi deve rimanere fuori.


Sì. Voglio una riforma della scuola. Ma soprattutto voglio una riforma degli insegnanti, così che la smettano di piangere miseria e comincino a piangere per la povertà mentale con la quale debbono confrontarsi anno dopo anno, con nuove leve che non hanno nemmeno idea del potere immenso che deriva dall'essere vivi. E' una responsabilità alla quale si sottraggono con una preoccupante facilità.


No. Non voglio che una coppia sia considerata omosessuale o eterosessuale. Non voglio che l'amore sia pensato solo in coppia. Non voglio che la monogamia sia l'unica strada possibile da percorrere.


Sì. Gradirei un maggior controllo sulle università. Gradirei non dover pagare 150 euro per poter sostenere due esami in un'università che si professa pubblica. Gradirei che mi si permettesse di comprare i libri, piuttosto che spingermi a comprarli in nero, fotocopiando e dunque non riconoscendo il duro lavoro altrui.


No. Non voglio più che si finisca a letto con qualcuno per riuscire ad entrare in un posto di lavoro. Non voglio che l'amicizia conti più delle proprie capacità. Non voglio più dover partire per potermi realizzare in ciò che amo fare; ciò in cui ho studiato, spendendo soldi ed energia e neuroni.


Sì. Pretendo la trasparenza. Pretendo che si sentano in colpa tutti coloro che la legge la eludono, e non quelli che la rispettano. Pretendo che si senta bene chi la fila la rispetta, non chi la salta.


No. Non voglio un corpo di Polizia che uccide chi capita.


Sì. Voglio che a prescindere dal tuo colore tu possa esprimere liberamente ciò che senti di essere.


La filosofia ci insegna, da tempo, che le domande sono la chiave di volta del progresso umano.

A quale orologio bisognerà prestare soccorso, in questa evidente incapacità di procedere oltre?

A chi imputare la stasi che viviamo?


Sei sicuro di ciò che hai scritto?

Sì.

No.

Non so.

Ma le faccio sapere.

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