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Se EU later.

Il Regno Unito si veste elegantemente, alza la mano e se ne va.

Il risultato del referendum ha parlato chiaro: nonostante sia di poco superiore la percentuale dei votanti (51.9%) che ha chiesto di uscire dall'Unione Europea rispetto a quella (48.1%) che ha chiesto di rimanere, la frittata è fatta e in capo a due anni l'Europa perderà, almeno politicamente, un pezzo della sua figura.

Il risultato ha avuto aspetti molteplici: ha infranto cuori, ha spaventato, ha causato gioia, ha smosso reazioni politiche da più parti, ha fatto saltare poltrone, ma quel che è peggio ha fotografato una situazione che sa tanto di scoperta dell'acqua calda: la gente non sente, interiormente, ciò che le leggi sanciscono all'esterno.


Il problema, fotografato da più parti, è certamente abbastanza complesso da non poter essere analizzato dal sottoscritto che non ha né competenze né attitudine ad analisi politiche approfondite, ma resta un dato di fatto che non possiamo più smettere di sottovalutare: non si unisce con i trattati o con i parlamenti comuni o con le leggi; si unisce nelle menti, nei modi di fare, di sentire, di percepire ciò di cui si fa parte. E' possibile che questo discorso sia sciacallaggio puro su qualcosa che è appena successo? Possibilissimo, e nel caso me ne assumerò la responsabilità. Ma chiudere gli occhi di fronte ad un problema evidentemente etico, civico e psicologico non ci aiuterà a combattere la situazione e anzi, la inasprirà con una ferocia ancora maggiore di quella latente che adesso serpeggia e che è stata strumentalizzata dai movimenti di estrema destra che sempre più occupano posto e spazio nelle percentuali post-elezioni di un qualunque paese membro dell'Unione Europea.

E se provassimo ad allargare il nostro sguardo, vedremmo come questa mancanza di "sentimento comune" sia in realtà anche visibile in casa nostra, dove l'unità si è costruita su carte, bolli, linguaggio, e dove è ancora difficile che un napoletano o un pugliese o un siciliano o un sardo non sia "vittima" di battute poco felici o di cliches allucinanti se circola a Brescia o a Bolzano o a Trento. E la cosa vale anche in direzione opposta. La verità, impietosa, è che siamo uniti solo sulla carta. Ma questa unione, questo fronte comune, questa volontà di procedere insieme perché non si è solo vicini di casa ma vicini di intenti, è facilmente sgretolata dall'assenza di una corrispondenza importante: il sentimento che alberga in ognuno di noi.


Per il caso specifico del Regno Unito, sono stati in particolar modo gli anziani a pesare sulla decisione finale. Questo non giustifica la paura, sentita da più parti, che lo stare insieme si sia tradotto, di fatto, in un'ammucchiata selvaggia in cui nessuno è veramente al centro dell'attenzione ed il "diverso", "l'estraneo" sono pericolose mine vaganti da cui doversi difendere a tutti i costi. La politica sull'immigrazione ha un peso, in questo risultato referendario? Ma certamente sì! Come ha un peso nelle espressioni popolari di voto in qualunque contesto! Ed ha un peso perché non si è stati in grado di generare un tessuto sentimentale comune sull'Europa ed il suo ruolo nel mondo. Ci si è lasciati convincere che bastasse incontrarsi un paio di volte al mese o frequentare gli stessi summit qualche volta all'anno per essere, davvero, uniti. Per far parte, davvero, di qualcosa di comune.


Sull'idea di bene comune molti filosofi si sono espressi, e dunque non mi ripeterò non essendo io uno di loro. Ma sull'idea, etica e profonda, che qualcosa non stia funzionando, che un certo meccanismo si sia inceppato, che la visione stia diventando pericolosamente individualista, c'è da ragionare in tempi estremamente rapidi e, possibilmente, con il maggior profitto possibile.

Ci si deve interrogare a fondo su cosa stia muovendo questo discorso (e qui si allarga il campo) della presunta globalizzazione, ed arrivare a porsi una domanda fondamentale: se l'essere umano è al centro del discorso, com'è possibile che l'economia, le aziende, il libero mercato, i contratti, abbiano soppiantato il sentire comune? Com'è possibile che ci si giudichi "uniti" solo perché uniche sono le procedure politiche? Com'è possibile che gli indici di riferimento siano quelli monetari e non quelli psicologici?

E' come mettere dieci persone nella stessa stanza, chiuderla, e tentare di convincerle che facciano parte di una famiglia solo perché utilizzano una lingua comune o sono tutti vestiti con una tuta verde. Un po' poco, per pretendere che non solo si comportino da famiglia, ma soprattutto che si "sentano" così, interiormente.


A riprova di tutto questo discorso, le reazioni che si succedono dopo il risultato referendario. Reazioni, per la maggior parte, meramente economiche: la sterlina che precipita, i mercati che hanno paura, gli indici in borsa che crollano. Ma il sentire comune? Ciò che la gente sta avvertendo nel profondo? Di dove si parla, di questo? In quale edizione straordinaria si mette in risalto tutto ciò?

E allora, colpevole anche il giornalismo, si rimane in un pericoloso circolo vizioso che non ammette uscite di sicurezza: il fatto che il Regno Unito abbia deciso di alzare i tacchi diventa una corsa per capire quanto oro si perderà e quanto se ne potrebbe guadagnare. Fine. Paesaggi miserevoli.


Nel provare a fornire delle soluzioni a questo problema, mi confermo confuso come tutti coloro che fiondano sul foglio fiumi di inchiostro, per quanto virtuale. Agire come? In che senso? Riformare che cosa? E soprattutto: è proprio sicuro che il "sentire comune" vada imposto se, effettivamente, non nasce spontaneo nelle vene degli europei? Si potrebbe parlare di scuola, ad esempio. Del ruolo fondante del sistema educativo, sia quello per minori che quello per adulti. Si potrebbe parlare del ruolo importantissimo dell'arte, nel creare ponti lì dove sembra che non ce ne siano. Si potrebbe addirittura tentare di tirare fuori un concetto montessoriano: quello della solidarietà nel tempo ma soprattutto nello spazio. Non c'è bisogno che si continui a cercare dei fili comuni che uniscano le nazioni ed i popoli; c'è bisogno che si prenda atto che questi fili esistono già dal momento che tutti, nessuno escluso, apparteniamo alla "razza umana". Ma questo, evidentemente, non basta. Appaiono discorsi privi di sostanza e di spessore, o comunque distanti dalla realtà dei fatti.

Perché? Perché la realtà dei fatti è composta da numeri. Perché per giudicare il benessere di un popolo si fa riferimento ai numeri. Perché si è convinti che il numero più alto sia anche indice di una maggiore felicità.


Un primo passo sarebbe quello di capire dietro queste percentuali chi ci sia nascosto. Questi numeri rappresentano delle persone, con il loro carico di vita e di sogni e di desideri e di speranze nel futuro. E' capendo le loro paure che questi numeri hanno un senso. E' approfondendo il lato umano a discapito di quello economico e burocratico che si potrà tornare a comprendere i fenomeni e non a descriverli semplicemente.


Come davanti ad un suicidio tutti si è colpevoli in qualche modo, davanti all'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea tutti siamo, in fondo, usciti da un sogno comune. Un sogno che, evidentemente, non ci va più di sognare. Che va modificato. Che va sognato nuovamente e con nuove prospettive. Un sogno che, per essere tale, ha bisogno di essere sentito. Anche se il sentimento è numericamente non rilevabile. Anzi, soprattutto per questo motivo.

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