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O il lavoro o la vita!

Ad alcuni le ricorrenze non piacciono. Le ritengono inutili, superflue, prive di qualunque significato e probabilmente anche un po' banalotte, se proprio vogliamo dirla tutta.

Al contrario, io ritengo che ogni "festa" sia una sponda utile per una riflessione, visto che ormai si parla moltissimo (e peggio ancora si scrive) senza che vi sia dietro una reale e sincera e ponderata visione delle cose, fosse pure sbagliata, opinabile, non condivisibile e appena appena decente.


Non mi ergerò a giudice della Festa del Lavoro, perché non è di giudizi che abbiamo bisogno. Tuttavia, come anticipavo, riflettere sulla questione potrebbe aprire scenari interessanti di cui tutti, o quasi, sembriamo ignorare l'esistenza.

Ad esempio la felicità.

Perché non si associano mai la parola "lavoro" e la parola "felicità" in un unico discorso? Sembrano due campi semantici totalmente a sé; come se non ci fosse condivisione, come se non appartenessero alla stessa radice che poi è la vita di un essere umano con tutta la vastità che questo comporta.

Eppure il concetto di soddisfazione, di felicità, di passione, è un concetto assolutamente comprensivo dell'idea di lavoro. Ecco perché, me lo si conceda non fosse altro che per pietà, in Italia il buonumore sembra essere volato via con il vento. Tutti, o almeno la grandissima maggioranza, fanno un lavoro che non vogliono fare. Come si può essere felici se si spende il proprio tempo (pensandoci, la gran parte di un'intera giornata) in cose che non sono quelle per cui ci si sente portati?

Detto così, lo ammetto, può apparire un discorso di quelli semplici, da bar, che cercano di spiegare problemi complessi con termini banali. Eppure io ho una grandissima concezione della semplicità: rinnego fortemente, ad esempio, il concetto che le grandi cose si debbano esprimere con paroloni di difficile comprensione che spesso nascondono un'assenza di pensiero sconsolante. Rinnego quello che molti politici sembrano fare ad arte, ormai, e cioè cercare di depistare dal fulcro del problema con una quantità assurda di merletti e ghirigori. Invece il problema del Lavoro c'è. E' presente. E' attuale. Ma non sempre dal punto di vista in cui viene messo sotto esame.


Che il lavoro manchi è un dato di fatto. Prova ne sono tutti quei ragazzi (me compreso) che non possono contare su un'entrata fissa e stabile perché le politiche degli ultimi anni hanno allungato le zampe su quel poco di futuro che ancora c'era a disposizione. Ma c'è di più. Oltre a mancare il Lavoro, oltre ad essere preda di contratti ridicoli, oltre ad essere bistrattato nei comizi elettorali, è anche un Lavoro che non inquadra i suoi componenti in un'armonia invece necessaria. Di mazzetta in mazzetta i posti sono stati occupati da gente che ricopre ruoli per cui non solo non ha alcuna qualità riconosciuta, ma verso i quali nutre anche un certo disinteresse. Un'assenza di passione pericolosa che, se da un lato può anche passare inosservata in cambio di uno stipendietto niente male, dall'altro ha corroso il sistema lavorativo minandone le fondamenta e gettando a gambe all'aria il grande Sogno di ogni essere umano: fare ciò che piace per farlo al meglio e per sentirsi meglio. La realizzazione sembra essere un miraggio e tutti sbuffano prima di prendere la macchina per andarsi a sedere dietro uno scrivania. Eppure, di gente che sarebbe stata felice di sedere dietro una scrivania, ce n'è a bizzeffe. Basta vedere la vasta composizione giovanile: uomini e donne che avevano una propria personalissima idea di futuro e che hanno dovuto barattare (i più radicali) una posizione di lavoro con lo stare sul divano.

Quello che voglio dire, per quanto poco possa essere e me ne rendo conto, è che non si sta puntando sulle inclinazioni umane. Sulla volontà fortissima che ognuno ha di poter dimostrare che la propria predisposizione è anche degna di un riconoscimento economico.


Leggo molto spesso e sento molto spesso dire: "Se il lavoro lo si vuole trovare, lo si trova." Giustissimo. Ma quale lavoro si trova, questo invece non se lo chiede mai nessuno. Se mettiamo un ragazzo con la passione per la sartoria a vendere pesce, che qualità avremo? Cosa avremo risolto? Il ragazzo potrà forse permettersi gli studi, certo, o magari gli sfizi che servono per illudersi di vivere bene, ma in termini di felicità personale cosa avrà guadagnato lui e l'intero sistema a cui appartiene? Perché pretendiamo che la commessa ci sorrida come un'ebete se ha studiato una vita per potersi dedicare alla conservazione dei beni culturali e adesso deve piegare la maglia che abbiamo provato perché non ci garba più? Qualcuno direbbe: "Perché la pagano". Vero. Ma allora possiamo con i soldi comprare anche la personale soddisfazione? Possiamo, solo perché retribuiti, fare un mestiere che non ci assomiglia minimamente? Possiamo, in ultima analisi, cedere il Sogno alle bollette?

Molta filosofia e poca pratica.

Però mi chiedo verso quale china stiamo portando il nostro culo se non cambiamo passo.

D'altro canto, è anche vero che il mondo attuale richiede poca qualità e molti numeri. Anche questo meccanismo è trappola per il lavoro. E allora il mondo dell'arte, ad esempio, o quello dell'artigianato, ecco che stanno soffocando sotto i colpi di mortaio imposti da affitti proibitivi o da tassazioni esagerate, che poco hanno a che vedere con la felicità e moltissimo invece con il riuscire a sbarcare il lunario per arrivare più o meno a fine mese.


La verità è che il lavoro va celebrato mettendolo di nuovo sotto i riflettori e risanandolo completamente.

Il lavoro si celebra con dei sindacati che sappiano tornare a fare la loro parte; si celebra macchiandolo con un po' di lungimiranza; si celebra eliminando lo scalino che esiste tra uomini e donne; si celebra facendo il proprio mestiere con passione. Allora sì che a lungo andare tutto prenderà una piega migliore! Quando siete impegnati nel cambiare la lampadina e soffrite di vertigini, vi vien da sorridere o da essere gentili? E allora perché accusiamo i giovani di essere "mammoni"? Li vogliamo mammoni o li preferiamo insoddisfatti? Al potere l'insoddisfazione del popolo fa molto comodo, questo è chiaro; un popolo insoddisfatto si può convincerlo ad andare lì dove non andrebbe mai se fosse a posto con la propria coscienza e con il tempo della propria vita.

Per non parlare, poi, di tutto quello che invece concerne lo squallido abusivismo lavorativo che operano le aziende con i tirocinanti; dei contratti a termine che non vengono rinnovati quando, guarda caso, dovrebbero diventare a tempo indeterminato; per non parlare dei 500 euro ai professori mentre c'è un silenzio osceno per i liberi professionisti; per non parlare delle pensioni, delle tassazioni, del sangue versato in ogni cantiere e della deliberata ignoranza delle urgenze ambientali.

I temi son tanti. Troppi. Ed io sono solo uno e tra l'altro non ho nemmeno le dovute competenze per argomentare ulteriormente.

Sono italiano. E come ogni italiano che si rispetti, non ho soluzioni. Quelle che ho sono utopie e allora cosa resta nelle mani, quando tenti di tenere ferme delle mosche?


Tuttavia, ci spero ancora. E a maggior ragione io rinnovo il bisogno di ricorrenze come questa per prendere una lente di ingradimento e metterci sotto tutto quello che non ci va più bene e che non possiamo sopportare solamente perché riusciamo a pagare, tirando la cinghia, l'Enel a fine mese.

Le parole hanno molta importanza ed hanno un potere enorme nel quale credo fermamente; ecco perché bisogna ripartire dalle parole. Tornare a pronunciarle, queste parole, come: passione, competenza, voglia, realizzazione, felicità, disponibilità, legalità, coscienza, attenzione. Parole che hanno perso gran parte della loro spinta propulsiva perché pronunciate da bocche aride e politicamente corrette. Non è più tempo di correttezza e di buone maniere. Bisogna sporcarsi le mani. Bisogna smettere di accontentarsi. Bisogna aprire un tavolo di dialogo prima che inizino a volare le sedie per tutto il salotto.


E a chi mi accusa di non aver detto niente di concreto, risponderò dicendo che scrivere mi fa sentire bene; è ciò che voglio fare, ciò che so fare, ciò che ho il diritto ma anche il dovere di fare. Almeno, nel farlo, mi sono sentito realizzato per un attimo. Tu puoi dire lo stesso?

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