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L'inutile contributo di chi si indigna in ritardo.

Gli italiani sono uno stranissimo popolo. Un popolo di burloni, di dj, di macchiette, di caratteristi; un popolo di gente a cui piace far baldoria sempre a discapito dei vicini di casa e che poi si nasconde quando c'è da alzare la voce sul serio.

Prova ne è, ovviamente, l'incontrollato disagio che sembra percorrere lo stivale dopo l'intervista che Bruno Vespa ha fatto a Salvo Riina, figlio di uno dei boss più incisivi e potenti del panorama mafioso italiano.

Hanno aperto le gabbie e son venuti fuori tutti, fucile in mano (si spera metaforicamente, giacché gli italiani sono anche quelli convinti che a chi ci picchia si debba rispondere con un bastone altrettanto lungo) e pronti a sparare a zero sul programma televisivo Porta a Porta, fino a chiederne con petizioni e iniziative sui social la sua dipartita.

Facciamo, però, un piccolo passo indietro. Cerchiamo di capire perché, a mio parere, andrebbero chiusi i cervelli nostrani prima ancora di un qualunque programma televisivo.


Che Porta a Porta sia un contenitore di dubbio gusto lo sappiamo tutti da sempre. Che abbia ospitato nomi indicibili, che abbia lucrato su tragedie infinite, che abbia permesso a discutibili idioti di prendere in mano un microfono e parlare, che abbia riprodotto fedelmente plastici e plastici di miserie umane, non è roba che giunge nuova. Nemmeno a chi, come il sottoscritto, non interessa più la televisione fino al punto di vivere senza e non sentirne nemmeno troppo la mancanza.

Tuttavia questo episodio (sul quale tornerò tra poco) dell'ospitata del figlio del mafioso, ha un potere enorme: ci permette di leggere in maniera chiara che tipo di popolo siamo, cosa stiamo trasmettendo ai figli che non vogliamo, e dove andremo eventualmente a parare nel giro di qualche lustro, a voler essere ottimisti. E ci permette di farlo perché smaschera una delle specialità in cui gli italiani vanno più forte: l'arte sopraffina di indignarsi in ritardo.

E allora io mi domando, in maniera assolutamente ingenua, ma dov'era questa gente, dov'erano questi censori, nei 20 anni di attività di questo programma? Dov'erano questi difensori dei messaggi televisivi quando il conduttore butterato leccava ora questo ora quel deretano, con imparziale propensione verso chi stringe un seppur piccolo potere in mano? Dov'eravate tutti quando la Mussolini gridò: "Meglio fascista che frocio!"? Non meritava la chiusura, un programma che permetteva una simile affermazione in un Paese che ha dimenticato il reato di apologia di fascismo e permette ancora che si vendano accendini e busti del duce?

E allora qui veniamo al punto focale della faccenda, e cioè all'ingiusta modalità che gli italiani hanno di indignarsi. Non ci si indigna quando il cancro è esteso, ma lo si fa prima. Lo si fa tutti i giorni. E, signori miei, è ovvio che non stiam parlando solamente di un Vespa qualunque, che tra l'altro ha una voce adattissima agli audio-libri e che anzi invito ad intraprendere questo percorso; stiam parlando di una televisione che permette, da troppo tempo, ai peggiori rappresentati sociali, politici, culturali e sportivi di prendere la parola con un microfono in mano e di gettarla nelle case degli italiani come fossero fogne dove poter riversare il loro marcio essere. Siamo un paese che permette al Salvini di turno di parlare in ogni spazio possibile e poi "dimentica" di celebrare la Nazionale di Pallavolo Femminile, tanto per dirne una. Siamo un paese che ha sbattuto Bossi in prima pagina per anni e che ricorda la Montessori solo come "la vecchia stampata sulle 1.000 lire". Siamo il paese in cui non vanno in onda i documentari della Guzzanti, ma al quale non può mancare Boldi la vigilia di Natale.

E allora, se invece di impettirci come tacchini ai quali hanno messo una mano nel culo, decidessimo un grande movimento di riforma dei mass media, puntando finalmente sulla diffusione della qualità, della cultura, degli ospiti incensurati e che hanno davvero qualcosa da raccontare, non faremmo una figura migliore? Non aiuteremmo anche il futuro, invece di limitarci al solito cerotto per il presente?

Tolto Vespa di mezzo, credete forse che gli altri "talk show" non continuerebbero ad invitare faine rabbiose pur di alzare lo share che ormai nemmeno il Viagra pare più fare effetto? Sarebbe come mettere, appunto, un cerotto dopo il morso di uno squalo.


E poi lasciatemi concludere consapevole di attirarmi le ire di molti lettori.

L'intervista al figlio di Riina è stato uno spaccato incredibile dell'uomo medio italiano: imbevuto di termini quali "tradizioni, valori, famiglia" (gli stessi del Family Day) e totalmente inebetito di fronte alla realtà dei fatti. Un uomo che alla domanda: "Per lei la mafia cos'è?" risponde: "Non me lo sono mai chiesto.", non ricorda vagamente un viandante qualunque che alla domanda: "E' favorevole ai matrimoni omosessuali?" risponde: "No. Possono fare quello che vogliono ma a casa loro."? Un uomo che afferma: "Perché dovrei dire che mio padre ha sbagliato?" non ricorda un prelato qualunque che di fronte alla pedofilia nella chiesa chiude le orecchie e dice: "Giudica Dio, non l'uomo."?

Io non vedo enormi differenze. Non le noto, non le capto.

Non le vedo nemmeno quando il figlio di Riina parla del primo omicidio del padre come di un "omicidio tra ragazzi" e mi ricorda i genitori dei bulli che venuti a sapere dell'ennesimo atto criminale del figlio affermano: "Ma è stata una ragazzata."

Allora qual è il punto vero di tutto questo immenso polverone? Il fastidio (legittimo) che provoca il figlio di Riina in televisione, o la paura che in fondo si sia un po' tutti come lui?

E' più fastidioso Riina da Vespa, che afferma candidamente: "Al di fuori di ciò che dicono le sentenze, c'è una persona umana.", o la mamma che grida alla pedofilia per l'educazione sentimentale nelle scuole?


La verità è che la lotta alla mafia ha perso l'attenzione dei mass media da diverso tempo, ormai, e se non ci fossero le associazioni radicate nel territorio sapremmo poco o niente di quello che ancora succede, quotidianamente, in questo "bel"paese.

Io detesto la mafia. E come me anche milioni di italiani. Probabilmente la quasi totalità del paese che abito. Ma detesto anche questo meccanismo assurdo del "rendere idiota il pubblico", che poi è uno dei punti che maggiormente favoriscono la mafia e tutte le organizzazioni criminose che hanno sempre campato sul silenzio e l'omertà altrui.

Detesto chi svilisce un dolore, chi spiattella le disgrazie altrui in primo piano, chi va in tv per affermare: "A noi Foffo non ci piacciono i gay, ci piacciono le donne vere.", chi lava panni non suoi per attirare un briciolo di attenzione che altrimenti non avrebbe.

Se chiudere Porta a Porta fosse l'inizio di una rivoluzione dell'informazione, potrei firmare anche adesso.

Se invece vi illudete che sia la risoluzione di un problema ben più complesso, allora vi sono vicino. E mi dispiace tanto per voi.

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