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Non volermi male.

Se sogno, non ricordo mai nulla.

L'unica cosa che ho sempre ricordato sono gli incubi, ed erano sempre incubi in cui a me non capitava niente di male.

Tutto il dolore che provavo dormendo, di fronte a quelle immagini oniriche di dubbia provenienza, era dolore che stava provando qualcuno che non ero io.

Forse perché quando si viene al mondo si nasce già empatici, come già si nasce malinconici, come già si nasce destinati al successo o alla carestia, e quindi è tutto già scritto nei geni che ci trasmettono tutti quelli che sono venuti prima di noi. Forse perché quando sono nato io era autunno, ed i colori io me li portavo dentro. Una stagione osteggiata, come osteggiato sarei stato io, in un turbine di sentimenti che sento di provare da solo e che non vedo negli occhi degli altri manco se decido di pagare un biglietto appositamente per questo.

Se sogno, io non ricordo mai nulla.

Ma ricordo quei tempi passati in cui tutto sembrava a portata di mano, al punto che ero ricco senza saperlo perché covavo il sogno migliore di tutti: poter essere, finalmente, felice.

E tu che mi dici che la felicità non esiste.

Ed io che lo so, ma che l'ho scoperto troppo tardi.


Se sogno, sono impegnato in un ballo meraviglioso.

Proprio io, che non ho mai saputo ballare, mi riscatto quando sono immobile, ironia della sorte.

E credevo, sostenevo, gridavo a gran voce, che non si poteva essere felici se non lo erano anche gli altri.

Questo dolore che provo, questa immedesimazione prepotente che ho nei confronti dei malesseri del mondo, io ce l'ho da che ho memoria. Ma so benissimo, in cuor mio, che non è sempre stato così. Che non ho sempre avuto questa vena che chiamare altruismo mi sembra di sminuirla e chiamarlo amore mi pare esagerato.

Che ho pensato prima di tutto a me stesso, senza che vi fossero ostacoli. Ed ho sempre cercato di dipingermi diverso da come ero, più forte, più distaccato, più capace, più distante. Mentivo. Tutto quello che vedevo mi riguardava, tutto quello che sentivano gli altri lo sentivo io, tutta la loro insoddisfazione è diventata la mia, che assisto impotente al vostro correre ed intanto incespico e cado, e tendo la mano e la ritrovo vuota come quando l'ho messa al vento, convinto che qualcuno sarebbe arrivato.


Quando sogno, io non mi voglio male.

Come invece faccio quando vivo.

Con questo naso storto che mi porto dietro, questo grasso opulento, queste gambe malferme.

Ho avuto tutte le malattie del mondo ed erano solo nella mia testa.

E ancora rincorro farfalle, nel mio pensiero, come se poterle raccogliere in una scatola fosse la dimostrazione effettiva di una spensieratezza che invece non ho mai avuto, non ho mai vissuto.

E tutte le ingiustizie, tutte le guerre, tutto il sangue che avete versato ai quattro angoli del globo, nel nome di un vostro ipotetico Dio, io l'ho perso come fosse sangue mio.

Proprio io, che pur di vedervi sorridere camminerei su un filo, solleverei una mucca, girerei in tondo fino a cadere per terra, metterei del colore sul viso per fingermi un indiano, leviterei per dimostrare serenità, scoperei con chiunque pur di non farlo sentire solo.

Come condannare la dilagante misantropia se io stesso arrivo a non sopportarmi più come espressione del genere umano al quale appartengo?


Ma mi illudo ancora che rimangano in piedi sottili reti di comunicazione. E' il dialogo che può salvare il mondo, anche se alcuni lo intendono in modo sbagliato.

Giacché si parla solo con i vivi.

Non con i morti.

Ed anche se per essere vivi davvero serve una specializzazione che io non ho preso e che non intendo conseguire, mi arrangio come posso e ribalto la questione. Nelle tavole rotonde alle quali non sono invitato, nei convegni ai quali non prendo parte, negli incontri segreti che decidono i destini del mondo, io sono presente con tutte le mie preoccupazioni, sono lì con tutto il mio fare insolente che nasconde solo la volontà di riuscire a salvare dalla malinconia quante più vite possibili.

Non volermi male, se ti lascerò in un angolo della memoria.

Ho troppa gente di cui occuparmi, intanto che posso farlo. Troppe mutilazioni, troppe mine da saltare, troppo coraggio da infondere, troppe spalle da stringere, troppe mani da riscaldare, troppo cuore in questo cuore, che infatti non cammina ma corre, bruciandosi più in fretta di quanto dovrebbe e facendo almeno il triplo del lavoro.

Ed ogni disfunzione è funzionale.

Persino questo mio volgere la testa se l'orrore è troppo e non posso sopportarlo, perché in fondo sono un bambino e non amo le scene cruente se non posso dirigerle io.


Non comprendo come va il mondo.

O forse, molto più semplicemente, è stato sempre lui a non voler comprendere me.

Lo spiega la mia povertà, il mio rimanere in un angolo, il mio predicare da solo. Eppure io volevo solo che fossero felici tutti, che tutti potessero essere se stessi, che non vi fosse più nessuna logica di potere sulla vita delle persone, che non si potesse più marcare il proprio territorio pisciando in faccia agli altri. Questi territori, morali e geografici, che in fondo non sono di nessuno proprio perché sono di tutti. Ne avete fatto un terreno di scontro, ve ne siete appropriati, al punto da decidere quali siano le vite giuste e quelle sbagliate, quali siano i sentimenti reali da quelli farlocchi, chi si voglia veramente bene e chi no, chi possa crescere un bambino e chi non possa farlo.

I miei amatissimi umani. Figli di una madre terrena e tuttavia tutti figli del mio cervello, che soffre ad ogni vostro fallimento e si umilia quando venite umiliati voi.

Che fine farete quando io non ci sarò più?


E invece niente. Non cambia niente. Giacché non mi conosci, come potrei starti vicino?

Anche io quando ho pianto ero solo. Era questo che volevo evitare. Che fossi solo anche tu. Che non trovassi il coraggio di essere pienamente chi sei perché il mondo non ti riconosceva l'urgenza che hai di poter esistere.


Non volermi male quando me ne andrò. Quando uscirò di scena, quando mi lamenterò, quando ti sfuggirò dalle dita per cercare altrove il senso di una vita che non ho capito. Non volermi male quando prenderò il treno e non sarò alla stazione di arrivo perché avrò cercato altro durante il viaggio che mi potesse aiutare a capire. Non dimenticarmi, non ignorarmi, non lasciarmi nell'angolo con quel vecchio cappello che non metti più o sotto quel romanzo che ti sei sempre ripromesso di leggere e non hai toccato mai.

Non volermi male.

Ho sempre ricucito ogni strappo che mi hanno fatto nei vestiti che porto.

Quelli all'anima li ho lasciati in bella vista.

Per dirti che non sei solo. Che io ti comprendo. Che posso fare al caso tuo. Che ho casa anche per te. Che non mi spaventi. Che non sei sbagliato. Che non hai necessariamente torto. Che esisti come esisto io.

Non volermi male.

Piuttosto non volermi e basta.

Piuttosto basta.



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