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Io proseguo per la mia strada.

Non c'è niente di peggio del rendersi conto di essere banali, scontati, prevedibili, assolutamente catalogabili in categorie che sanno già quello che farai, le armi a cui ricorrerai, quello che tirerai fuori dal cilindro e le modalità che utilizzerai per prenderti lo spazio che ti serve e sentirti meno solo, meno in balia del tutto, meno in mano al vento.

E' che io, purtroppo, di scrittura mi nutro più che dell'aria, ed ho un metabolismo complesso che se mi allontano dalla penna (ormai tristemente identificata con una tastiera) si ferma del tutto e non mi permette di superare nulla di quello che mi accade, siano cose positive o negative. Tutto si deve superare, sia nel bene che nel male. Tutto va compreso, scomposto, messo da parte e archiviato, affinché arrivi il nutrimento alle cellule del pensiero e le preservi da una morte prematura.


Mancano una manciata di giorni al mio compleanno numero 26, e forse avrei potuto attendere prima di scriverne, non fosse altro che poi rischio di fare confusione. Ma non si può e non si deve mai resistere a quella che i più chiamano ispirazione, e che altro non è che tempo da perdere, ore vuote, minuti che decidi di riempire in altro modo. Se la gente avesse altro da fare, certo non scriverebbe. La scrittura nasce dal tempo libero, e poi, se si ha fortuna, diventa persino il tuo datore di lavoro.


Alla luce attuale delle cose, il mondo non mi piace più. E anche vivere, che prima per me significava resistere ad oltranza contro un nemico facilmente identificabile, ha perso quello smalto lucente di lotta continua verso un bene superiore e si è trasformato in un lento incedere dei giorni, che mi causa solo scompensi cardiaci e mi lascia inebetito di fronte a tutto quello che non posso cambiare.

Ho amato me stesso fino a quando non mi sono conosciuto bene, poi è stata tutta una disfatta.

Mi sono scoperto meno buono di quello che credevo, meno interessante, meno disponibile, meno conciliante e del tutto privo di quella diplomazia che se non ti porta lontanissimo, almeno ti permette di non restare fermo. E però, col tempo, crescendo, proseguendo in questo cammino e minuto dopo minuto, anno dopo anno, io sono riuscito ad isolare alcune mie caratteristiche, che non hanno ancora mollato gli ormeggi.

Se guardandomi allo specchio vedo chiaramente i segni del tempo (come ad esempio i capelli che cadono, triste eredità di un ceppo paterno mai utile davvero), dentro di me sono sempre quello che antepone la parola ad ogni cosa.

Anche in tempi come questi, dove qualcuno si sveglia un giorno e decide lucidamente di far fuori delle persone in un teatro o in una sala per concerti, io alla violenza non ho mai ceduto. Non ho ceduto all'idea che sia meglio aggredire, non ho ceduto alla convinzione comune che semplicisticamente si debba fare di tutta l'erba un fascio, non ho mai compreso a fondo le motivazioni dei guerrafondai interventisti e razzisti a tutti i costi. Non mi hanno convinto gli slogan elettorali degli sciacalli, che si buttano a capofitto su una disgrazia per allungare di qualche nome le liste dei loro sostenitori. Non mi ha mai convinto la brutalità, la voglia di catalogare la gente in base alla sua pelle o alla convinzione religiosa, la necessità di innalzare dei muri contro la sofferenza, come se non vedendola questa smettesse immediatamente di esistere.

Sono rimasto laicamente fedele alle mie, di armi. Fatte di conoscenza, di dialogo, di interventi civili e privi di qualunque connotazione religiosa di sorta, di mani tese e pronte a costruire, di libri letti, regalati, scritti, pensati, condivisi. Armi colme di sincera curiosità per l'altrui stile di vita, per le altrui abitudini, per l'altrui cibo, per l'altrui visione del mondo, che in fondo è anche la mia con occhi semplicemente diversi, dunque colmi di una ricchezza inaudita per chi riesce a percepirla.


Io non credo agli estremismi che non siano quelli della libertà.


E allora, se proprio di qualcosa mi posso rimproverare, è semplicemente di non avere un microfono adatto alla diffusione del mio pensiero. A volte soffro all'idea di rimanere rinchiuso in recinti minuscoli, mentre intorno a me si alzano voci del tutto prive di contenuti che però urlano fortissimo, levandosi contro il buon senso a volume talmente alto da sovrastare qualunque mio tentativo di remare contro qualcosa o qualcuno. Non c'è bisogno di gridare più forte, ma c'è un estremo bisogno di farsi sentire.

Io che vivrei in una casa enorme, colma di gente di passaggio a cui poter dare un tetto, un pasto e una doccia. Io che vivrei costantemente in una libreria, a comprare di tutto per poterlo regalare a piene mani. Io che vorrei uno scambio costante di pensieri, di dibattiti, di informazioni, di commenti, anche e soprattutto a ciò che scrivo. Ma ci vuole tempo. Ci vuole un pubblico. Ci vuole una lenta costruzione di un piccolo palcoscenico personale, dove dare libero accesso a chiunque abbia voglia di starmi a sentire, solo per potergli offrire un caffè l'attimo dopo e sentire i motivi per i quali non è d'accordo con me.


E come una formica minuscola, io riempio il mio granaio fino all'ultimo secondo di vita disponibile, che manchino 100 anni alla mia fine o che ne manchino 10. Non ho paura di morire come non ho avuto paura di nascere. Ho solo timore che non si sappia bene da che parte ho vissuto. Cosa ho pensato. Cosa ho apprezzato avere nelle mani e cosa invece ho strenuamente rifiutato che mi venisse offerto.

Riempio il mio granaio e metto insieme i miei pensieri e tutto quello che li riguarda, come i timori che ho, le paure, le scelte sbagliate, le continue e rovinose cadute, inframezzate da gemme lucenti che sono tutte le mie convinzioni, alle quali non ho mai garantito fedeltà e che proprio per questo motivo abitano ancora nei cortili della mia mente.


E allora io continuo sulla mia strada.

Su questa strada fatta di massi, sentieri sconnessi, viali alberati e burroni a cui prestare la massima attenzione.

Una strada dove cammino io da solo, in primis, tenendomi la mano quando ho paura, e dove tutti possono camminare lasciandosi andare a ciò che ho sempre sperato accadesse per ciascuno di noi: che tutti fossimo liberi di essere, di esprimere, di piangere, di mostrarci in forma smagliante e nel delirio più totale.

E se avrò sbagliato qualcosa, se avrò travisato, se non mi sarò espresso limpidamente, io vivo con voi ed è a voi che devo quello che eventualmente sono: un essere umano nato con il vizio della comunicazione.


Dunque mi rivolgo a te che leggi.

A me che scrivo.

Ad un paio di occhi di passaggio che a leggere fin qui nemmeno ci sono arrivati.

Se c'è volontà di condividere una nuova idea, io sono pronto.

Se c'è voglia di confronto, di rispetto, di crescita comune a discapito di nessuno e per tutti, io ci sono.

Se si alza un pugno ad ostacolare il vento, io ci sono.


Ci sarò anche quando sarò morto.

Figuriamoci adesso che bene o male respiro ancora.

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