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A tutto serve un titolo?

E' buffo che mi si chieda di scrivere per cercare di capire, in pochi passi, se sono o meno in grado di farlo correttamente. Se uso bene la punteggiatura, se la conosco, se ho in qualche modo la pratica giusta per sfruttarla al meglio, se, in sostanza, io abbia mai avuto a che fare con un foglio bianco che ho dovuto riempire di inchiostro.

E' buffo per una serie di motivi che tenterò di analizzare molto brevemente, visti i tempi rapidi richiesti in quest'epoca dove tutti devono sbrigarsi ma a far cosa ancora non si è capito.

E' buffo perché (che bella parola è "buffo"? Quanto rende bene l'idea di ciò che esprime?) in primo luogo, tentando di accertarsi delle capacità di scrittura di un essere umano, automaticamente ci si accerta indirettamente di quanto e se (triste capitolo del mondo moderno) questo ragazzo legga nei suoi giorni. La lettura, e non sono certo io a scoprirlo, è un'antichissima anti-camera della sua collega più stretta. Chi legge molto, prima o poi, tenterà di scrivere. E' un dato di fatto, una legge non scritta, un bisogno interiore e profondo che nasce dalla necessità di esprimere i propri sentimenti e le proprie fantasie esattamente come hanno fatto gli autori che abbiamo portato in metro, a letto, in viaggio con noi. Si scrive per moltissime ragioni, probabilmente per le stesse per le quali si legge, e non c'è essere umano interessante (a mio modestissimo avviso) che non abbia sentito il bisogno, nel corso della sua esistenza, di lasciare traccia di qualcosa su qualche foglio, di di carta o virtuale poco importa.

E' buffo perché io ho fondato la mia esistenza sulla letteratura, ed è probabilmente per questo che in fondo sento di essermela un pochetto rovinata con i miei stessi occhi. L'ho fondata in primis per piacere: perché stringere un libro in mano, aprirlo, per non parlare poi di tutto ciò che concerne l'acquisto, son cose che lasciano dei brividi addosso probabilmente secondi solo a quelli che provo prima di mettere la forchetta in un piatto di carbonara. In secondo luogo, ma certamente non meno importante, perché sono nato (disgraziatamente) con l'indole "artistica" di chi fin da piccolo ha respirato cultura ed ha deciso, chissà in quale punto della vita, che l'avrebbe voluta vivere da protagonista, più che da spettatore pagante. Nel mio caso, almeno all'origine, si è trattato di teatro; poi, man mano, anche e soprattutto di scrittura, che ho spesso potuto utilizzare nel mio mondo fatto di assi di legno e sipari polverosi che non si chiudono mai al momento giusto.

E dunque, essendo io nato in un'epoca in cui è difficile riuscire a farsi sentire a meno che non si distrugga qualche vetrina o non si spari a zero su qualche "straniero" (cose che non mi appartengono per natura politica e sociale), ho dovuto ampliare i mezzi per poter arrivare al "pubblico": primo fra tutti, miseria ladra, internet.

Non starò qui a dilungarmi su quello che rappresenta la rete per i contemporanei, né discuterò dell'uso che se ne fa o che si potrebbe fare a meno di farne, perché non tollero chi non riesce a fare dei distinguo e incorre nella dannata abitudine di generalizzare ed io potrei farlo in questo frangente, dandomi la zappa sui piedi; tuttavia, spenderò un paio di parole sulla possibilità che ha dato la rete a chi non ha potuto (per incapacità propria o per mancanza di conoscenze utili?) "farsi conoscere" in altro modo.

E' buffo, dunque, che l'università (millantato tempio del sapere) non approfondisca di più le passioni che hanno i propri studenti, al punto da dover proporre loro di scrivere qualcosa piuttosto che, magari, andare a gironzolare per la rete scoprendo che alcuni di loro hanno già espresso qualcosa in questo senso, e stanno cercando di farlo da anni con una sempre maggiore disperazione.

E' buffo, poi, che quando si è sottoposti ad un occhio "giudicante", si sbagli con maggior frequenza e si dia il peggio in situazioni che altrimenti si affrontano con una serafica tranquillità. Ed è un peccato, aggiungerei, che non siano previsti percorsi artistici più incisivi, sul cammino universitario.


Vero è che i ragazzi leggono poco e leggono male. Instillare l'amore per la lettura nelle nuove leve (futuro di un paese alla deriva) sembra difficile, con tutti i gingilli elettronici di cui ormai dispongono liberamente già dall'età di 7 anni, e anche la vecchia guardia non sembra granché presente a se stessa. In quanti leggono? E poi, mi sia consentito dirlo, che cosa leggono? Sì perché c'è una qualità anche nella lettura, nonostante si sia democraticamente liberi di divorare anche le opere più rivoltanti; c'è un limite a tutto, ed alcune case editrici lo hanno abbondantemente superato, lasciandosi cullare dagli agi che regala il puntare sulla scarsa qualità per imbottire il pubblico di castronerie letterarie.

Tuttavia, ed arrivo al punto, ci terrei a sottolineare che una sacca di resistenza c'è. C'è chi legge, scrive ma soprattutto pensa con coscienza; anche a 25 anni. Anche a 13. E dunque, personalmente, se proprio c'è qualcosa che posso dire in mia difesa, è che ho sempre cercato di trasmettere la mia stessa passione per la lettura anche a chi non conoscevo bene o salutavo per la prima volta; ho sempre utilizzato la cultura in generale come argomento di conversazione, ed ho utilizzato il tutto come un temibile filtro verso chi si avvicinava alla mia persona.

Sì perché l'arte spaventa...oh se spaventa! E chi si lascia spaventare è prontissimo per essere impacchettato e messo da parte.


Urge concludere, perché non stringe solo il tempo ma anche le pagine a disposizione!

E dunque ci terrei anche a sottolineare un mio personale pensiero: si può scrivere facendosi comprendere da chiunque e mantenendo un buon livello lessicale. Non c'è bisogno (come ultimamente va di moda, e l'università è piena di questi esempi) di opere letterarie infarcite di paroloni e concetti contorti e barocchi; gli svolazzi stanno bene nella giusta misura, come i merletti e i ricami delle nonne. Se qualche fetta del pubblico giovanile si è allontanata dalla lettura (per non parlare poi della scrittura) è anche perché non ci sono stati scritti in grado di invogliarli, di spingerli, di ammaliarli. E persino nelle scuole (di ogni ordine e grado), è passato il messaggio che per essere eruditi o per scriver cose belle si debba utilizzare un lessico improponibile o dei contenuti artefatti; suppongo di non essere il primo che pensa che i paroloni nascondano un vertiginoso vuoto di pensiero reale, no?

Certamente sono il primo che ha perso un'occasione per rendersi simpatico in ambiente accademico, ma questa è un'altra storia.

Che andrebbe scritta.

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