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Una di quelle proposte che non piacciono a nessuno.

La cosa peggiore a cui assisto da qualche anno a questa parte, è la moda che hanno gli "adulti" (e già su questo termine si dovrebbe discutere a lungo, dunque lo daremo per assodato per ciò che significa, cioè niente) di parlare dei giovani come se loro non sapessero, molto più logicamente almeno a mio dire, esprimersi su loro stessi. Parlano tutti: il sociologo, la casalinga, la guardia giurata, il professore di diritto, la portinaia; tutti parlano e quel che è peggio scrivono di un mondo che non appartiene loro, o almeno non nel presente; qualcosa che hanno abbandonato da più o meno tempo e sulla quale però si sentono in dovere di proferir parole come se piovesse: la gioventù.

E' anche vero, bisogna concederglielo, che se loro non parlassero di noi non si saprebbe niente di quello che pensiamo, proviamo, ascoltiamo, detestiamo e molto più raramente amiamo. Noi non concediamo spazio, a questo esercito di genitori, e nulla lasciamo trasparire di ciò che ci passa per la mente.

Forse, molto semplicemente, perché non ci passa assolutamente niente.

Ma questo sarebbe generalizzare, suppongo, e non va mai bene fare di tutta l'erba una falce.


Intanto però, siccome io di me parlo molto spesso (e con dovizia di particolari) e dato sì che appartengo, mio malgrado, a quelle che possono essere a tutti gli effetti considerate come le nuove generazioni, mi sento un pochetto deluso quando questi signori, invece di parlare di cose che non conoscono, non decidono invece di leggermi e di citarmi, cosa che sarebbe buona e giusta almeno dal mio punto di vista.

Siccome il materiale non voglio che manchi (e il mercato ha sempre fame), eccomi qui davanti alla corte per raccontare un'esperienza piccola, misera, ma vissuta in primissima persona. Spero, quindi, di essere almeno preso come esempio per il futuro (non dai coetanei, ma dai professionisti di cui parlavo prima): in qualche piccolo convegno di periferia, intendiamoci; non ho la pretesa di finire nelle antologie scolastiche. Non per il momento, almeno.


La faccenda è presto raccontata: per motivi personali (cioè qualcuno lo ha deciso al posto mio), ho dovuto cambiare casa.

I traslochi, si sa, sono sempre il preludio di un cambiamento che volenti o nolenti dobbiamo riuscire a sostenere: sia che lo spostamento sia stato deciso da noi, sia che ci sia in qualche modo stato imposto (mo vai a vedere come), il metter mano alla propria roba per cambiarle destinazione ha comunque del tragico, da qualsiasi punto di vista si decida di osservare la faccenda.

Polvere accumulata, ricordi che saltano fuori quando non vorremmo, vecchie maglie scolorite, pantaloni che ci andavano quando eravamo fighi, e via così, potrei continuare per ore riempiendo cinque pagine di elenchi e liste della spesa come amano fare gli scrittori che si definiscono, santa pace, descrittivi.

Insieme al disagio che fin qui si può intendere, ho dovuto sostenere una prova incredibilmente ardua per uno che è nato nel 1989 ma ha vissuto in pieno l'arrivo dei computer e dei cellulari prima, degli mp3 poi, degli iPhone dopo, in un turbinio incessante di novità tecnologiche che ci ha resi imbecilli ma sempre pronti ad essere immortalati in qualche scatto: fare a meno del collegamento ad internet.

Ora, se da un lato può sembrare il male minore se confrontato con tutto quello che deve subire il pianeta ogni giorno, dall'altro capirete bene che è letteralmente impossibile che al giorno d'oggi si possa esistere senza l'accesso ad una rete. Non solo per ciò che riguarda il lato ludico della connessione, ma anche per ciò che concerne l'università, il lavoro, le proprie passioni, persino l'informazione: tutto è messo online, dunque se tu online non ci puoi stare ecco che il tutto di cui prima ti è praticamente precluso.

E allora la soluzione è una sola: si utilizza il cellulare!

Olè!


Diciamocelo: abbiamo tutti apprezzato la meravigliosa entrata di Whatsapp nelle nostre esistenze. Tuttavia, non tutti (non ancora, almeno) hanno la faccia costantemente appiccicata allo schermo: sui mezzi pubblici, nel teatri, a cinema, in libreria, mentre camminiamo e veniamo presi sotto da un tir, mentre mangiamo, durante l'incontro con un amico che non vedevamo da tempo, stiamo messi tutti lì, cellulare in mano, sguardo miope e bisogno ossessivo di sapere chi ci ha messo "mi piace" e soprattutto a che cosa: alla foto con la bocca a culo di gallina rivolta a lui, o alla frase profonda scritta su un'immagine che ritrae due tette al vento? Massacriamo quei touchscreen che tocchiamo più del nostro partner, e viviamo costantemente esclusi da tutto il bello (e il brutto) che ci circonda. Praticamente non viviamo, ma ci teniamo ad informare gli altri che stiamo vivendo. E benissimo, per giunta, alla faccia loro.

Ecco. Pure io, non avendo a disposizione internet dal pc, mi sono piegato per quasi un mese all'utilizzo ossessivo del telefono, da cui ricevevo notizie e su cui, soprattutto, utilizzavo Facebook. Croce e delizia dell'anima mia! Luogo di perdizione inaudito, dove io predico ai quattro venti concetti di portata rivoluzionaria, e dove nessuno sembra darmi corda (ma poi, chissà come mai, affermano tutti di leggermi con attenzione).

Ebbene: avendo vissuto io dall'interno la situazione, posso testimoniarla. Era diventato esattamente come loro: sguardo fisso, telefono rovente costantemente in mano, sensazione di nostalgia della vita, bisogno impellente di testimoniare persino mentre cagavo che lo stavo facendo, sì! Che anche io ero attivo a livello di intestino, e non solo la Marcuzzi! Che anche io mi lavavo i denti! Che anche io leggevo le scritte sui muri! Ed esattamente come loro, pure io scrivevo boiate pazzesche, con estrema difficoltà dettata dall'impossibilità di formulare pensieri complessi con una tastiera così piccola.

Insomma, per qualche giorno sono stato anche io del tutto normale.

E infatti, chissà come mai, non ho mai preso così tanti apprezzamenti come in questo disgraziato periodo.


Se di proposta si può parlare (e si deve parlarne per forza, giacché altrimenti sarebbe un titolo fuorviante ed io non manco mai di rispetto a nessuno, volutamente), è proprio questa: che si smetta di utilizzare internet sui cellulari.

Ma non trovate romantica la tastiera come la trovo io? Non la trovate rassicurante, così grande, così capace di fornirci lo spazio adatto a rendere i nostri pensieri compatibili con le lettere del nostro alfabeto? Non ne sentite la magia? Il rumorino dei tasti pigiati non vi regala nessuna emozione? Perché lasciarsi intrappolare dalla microscopicità di un cellulare, che rende piccoli anche i nostri pensieri e ci fa credere che l'avere a portata di mano una fotocamera debba automaticamente obbligarci ad utilizzarla?

Io la butto lì: niente internet per i telefoni.

E se il prezzo da pagare sarà non avere più Whatsapp, beh vada a farsi friggere anche lei! Abbiamo comunicato benissimo anche con gli sms fino a ieri pomeriggio!


Certo, mi rendo conto che probabilmente il "pubblico" si sta spostando verso l'uso esclusivo dei telefoni. Persino io che mi servo di un sito internet per arrivare fino a voi, dovrei tenerne conto. Ma, per il momento, tengo duro.

Prova ne è che se provate a raggiungere questo sito da un telefono cellulare, lo visualizzerete malissimo e leggere sarà praticamente impossibile senza maledirmi.

Però ricordatevi: lo faccio per il vostro bene.

E, ovviamente e soprattutto, per il mio: così sarà più facile guardarvi negli occhi mentre siete in metro, per farvi capire che ci starei a nascondermi con voi dietro il primo arbusto disponibile.

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