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Non è questo il punto.

Ci sono lunghi periodi in cui la penna non è la solita amica del cuore, che prendi in mano con la speranza di liberarti di qualche flusso di coscienza che non sapresti altrimenti come far uscire. Periodi di sola lettura. Periodi in cui non c'è tanto bisogno di scrivere, quanto di leggere ciò che altri hanno scritto. Un po' per quella insana comodità a cui nessuno riesce a rinunciare del tutto (e cioè stare semplicemente ad usufruire del lavoro altrui), un po' per ciò che la vita impone sul tuo cammino, semplicemente si sta fermi e si aspetta che arriveranno tempi maturi.

Scrivere è come veder crescere un frutto su un albero: dev'essere maturo qualcosa per poterlo cogliere, dico bene?

Tuttavia, non è questo il punto. Non questa volta.


C'è di mezzo un impegno differente, per il sottoscritto, dietro questo silenzio apparente in cui sembro essermi chiuso (almeno per gli assidui frequentatori di questo sito, quelli più attenti ai cambiamenti, alle cose "nuove", alle novità), e non un'apatia piuttosto prevedibile o una incapacità nel mettere quattro stronzate nero su bianco (per me che scrivo, ma son bianco su nero per voi che leggete).

Aborro la maternità. Odio i bambini, le loro facce felici, i loro tentativi privi di paura di esplorare il nuovo mondo che li circonda loro malgrado. Tuttavia, per me almeno, ogni cosa scritta è venuta fuori dopo una gestazione più o meno difficile a seconda dei casi, un parto più o meno naturale e una spinta più o meno sostenuta. Ho figliato decine di pargoli, nel tempo, alcuni dei quali sono raccolti in queste pagine virtuali e altri che ho nascosto, bruciato, lasciato a metà, dimenticato io stesso. I miei meravigliosi figli! Quelli che sono bellissimi rispetto a tutti gli altri bambini! Proprio come una mamma che si rispetti, insomma. Pargoli di carta, seppur di carta finta; pargoli di inchiostro, idee, invettive e assoluzioni che mi sono concesso da solo di somministrarmi.

Ed ogni volta è stato come andare in guerra. Come sperare, da vecchia nonna dietro una finestra, che il nipotino non si facesse troppo male sotto lo sguardo inconcludente del mondo.

E' sempre difficile riuscire ad ammettere che qualcosa che viene da noi, dal nostro interno, interiore, internato spirito, possa non piacere; ecco perché ci limitiamo a cantare sotto la doccia, ecco perché scriviamo poesie che non facciamo leggere a nessuno, ecco perché evitiamo di ballare se intorno a noi non c'è sufficiente buio a coprire i movimenti goffi o leggiadri che siano. Abbiamo paura. Paura di non arrivare, di non soddisfare, di non essere all'altezza di qualcosa o di qualcuno.

Quando poi si scrive, come nel mio caso, le paure non sono mai troppe e non sono mai sufficientemente feroci. Potrebbero esserci dei refusi, e qualcuno si potrebbe legare a quelli per farci a pezzi; una consecutio temporum sbagliata; un costrutto poco elegante di cui non ci siamo resi conto; o, in ultimissima analisi ma ovviamente la più importante, potrebbe esserci un contenuto poco interessante.

Non tanto perché ci debba essere la trovata del secolo, intendiamoci. Tutto è già stato scritto e così sarà, sempre peggio, per chi verrà dopo di noi e avrà l'insolito vizio della penna. Non tanto, dunque, per ciò che di nuovo possiamo esprimere (tanto viviamo tutti le stesse cose: giovani, vecchi, obesi, anziani, neri, gialli, etero, trisessuali) quanto per il freddo che potrebbero sentire le nostre intenzioni; l'orrore, in altre parole, di "non essere capiti". Ecco perché i miei figli sono miei e non di altri: non perché siano speciali o innovativi, ma perché hanno il marchio del mio sudore e non di quello di qualche altro essere umano.


Troveranno riparo, i miei pensieri, lì dove vanno quando lasciano il tepore del mio computer per arrivare nelle case altrui? Troveranno comprensione? O, soprattutto, troveranno considerazione? Oppure verranno trattati come quegli invitati che durante tutta la cena non riescono a piazzare una battuta, una frase, una supposizione arguta degna dell'attenzione generale? Troveranno alleati o piuttosto file di fucili spianati contro di loro?

Non me li trattate male, poverini...che semmai c'è da trattar male me.


E dunque, tanto per dimostrare che non c'è bisogno di avere qualcosa da dire per poter dire qualcosa, eccoci che ho sentito il bisogno di inforcare gli occhiali (che per la verità porto sempre, ma l'immagine mi piaceva troppo per ometterla) e di incontrarvi tutti per questo caffè improvvisato, che non vedete perché non c'è ma che sentite nell'aria come lo sento io.

Tanto per risentirvi, per rivedervi, per richiamare la vostra attenzione e darvene di rimando.


Giorni, questi, come dicevo qualche paragrafo fa, impregnati di scrittura in qualche modo, nonostante il silenzio.

In parte per un progetto teatrale nato all'improvviso e che mi ha fatto tornare un po' la speranza (nonché un sorriso sghembo, di quelli che mi vengono quando produco qualcosa su cui punta qualcuno che non sia solamente io) di riuscire a rivedere il mio nome su una locandina, in parte per un progetto letterario in cui mi son lanciato e che spero possa vedere la luce sotto i migliori auspici.

Del secondo ci sarà tempo per parlarne (anche perché avrei troppe cose da dire: ad esempio il fatto che è un progetto a quattro mani perché le mie due da sole sono troppo pigre); del primo, invece, non approfondirò assolutamente nulla che non sia una lucida visione dei fatti meri e semplici: qualcuno aveva bisogno di dire qualcosa, di esprimere un disagio, di raccontare una storia, e aveva bisogno che a questo "qualcosa" venisse data la voce. Una voce scritta. Un copione, si direbbe in gergo. Insomma: una sceneggiatura.

Ebbi un'esperienza simile nel 2012 e la ricordo con estremo affetto (venni pagato una miseria ma mi ricompensarono i complimenti del pubblico), dunque perché non riprovare? E' certo: troppo tempo è passato, da allora, per poter parlare di quella che si potrebbe chiamare continuità. Ma d'altronde, se i treni passano sporadicamente adesso, non vuol dire che sarà sempre così.

E poi i racconti di David Leavitt lasciano intendere che non ci sia bisogno di eccellere per poter trovare una degna collocazione nel mondo.


Le giornate son diventate già lunghissime. Scrivo che sono le 18 passate e credo che ci sarà luce ancora per un bel po'.

E, lasciatemelo dire, coglierei quasi l'occasione per stringere la mano ad ogni occhio che passa da qui, coglierei quasi l'occasione di rendere questa improvvisata una piccola cerimonia di ringraziamento, se non avessi già perso la voglia e non sentissi questo languorino fastidioso che devo mettere a tacere.

Ad ogni modo, si scrive perché si vive; e poi, (mi perdoni Jovanotti che su questi giochi di parole ci ha fondato un impero) si vive perché si scrive, ed è questo che capita a me. Ed ogni persona che avrò raggiunto, che avrò per un attimo sfiorato, che avrò accompagnato per qualche minuto, che avrò consegnato a Morfeo per la noia di tutto ciò che ho scritto, è un regalo che mi sono fatto perché ci credo. E di questi tempi (fatti di miti di pastafrolla e di groupie che si tolgono la vita) non c'è miglior medaglia del continuare a credere.


Il conto lo pago io, ovviamente.

Finché non c'è niente da spendere, sono in primissima linea.

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